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Manca qualcosa nel Vietnam di Gibson



Antonio Carioti




Una ferita profonda, dolorosa, quasi impossibile da rimarginare. La guerra del Vietnam è stata l’unica vera sconfitta nella storia americana del secolo scorso. E anche Hollywood ne ha portato il segno. Se si eccettua il brutto film bellicista di John Wayne Berretti verdi, che fu comunque un atto di coraggio nel clima di rigetto verso l’intervento militare regnante all’epoca nel paese, durante il conflitto il cinema Usa preferì astenersi dal trattare direttamente un tema così scottante e controverso.

Solo dopo la caduta di Saigon il Vietnam diventò un argomento corrente per pellicole del più vario genere. Inizialmente, di solito, la guerra incombeva sulle vicende narrate, come in Tornando a casa e Un mercoledì da leoni, ma non ci veniva mostrata dal vivo. A volte invece veniva usata come sfondo o come metafora (tipici esempi Il cacciatore e soprattutto Apocalypse Now). In altri casi offriva lo spunto a sfoghi di revanscismo manicheo, come Rambo 2, Fratelli nella notte, la serie Missing in Action con Chuck Norris. Ma non sono mancati roventi atti d’accusa contro il militarismo e gli orrori del conflitto, tra i quali spiccano le opere di Oliver Stone e, a suo modo, Full Metal Jacket di Stanley Kubrick.

We Were Soldiers di Randall Wallace non regge certo il confronto con capolavori di ben altri maestri che si sono cimentati sul tema, ma merita lo stesso un minimo d’attenzione, perché costituisce per certi versi un tentativo di cicatrizzare la ferita, di riportare il Vietnam alla dimensione di una guerra qualsiasi, della quale si può parlare senza particolari filtri ideologici.

Le ragioni politiche del conflitto sono infatti completamente cancellate: non c’è ovviamente alcun cenno critico verso l’imperialismo a stelle e strisce, ma anche la retorica dello scontro di civiltà tra totalitarismo comunista e mondo libero risulta assente. I protagonisti sono soltanto soldati di mestiere, che non si chiedono mai perché combattono in quanto si tratta puramente e semplicemente del loro dovere.

In questo modo anche il nemico può essere rappresentato in modo rispettoso e cavalleresco. I nordvietnamiti, per quanto spietati, non appaiono molto diversi dai loro antagonisti, anzi il finale del film ne riconosce l’indomabile volontà di resistere, che li avrebbe alfine condotti alla vittoria. Addirittura a un certo punto il loro comandante sembra rivolgersi a Dio, così come fa il suo religiosissimo avversario Hal Moore, interpretato da Mel Gibson: un gesto davvero poco plausibile per un comunista asiatico.

Sarebbe dunque sbagliato liquidare We Were Soldiers come un prodotto propagandistico, buono magari per preparare psicologicamente le prossime iniziative del Pentagono. E’ semmai il frutto della scelta di raccontare la guerra esclusivamente dal lato di chi la combatte, ma in modo tutto sommato equanime. Basta pensare che i nordvietnamiti a un certo momento sono sul punto di vincere e solo l’intervento dell’aviazione salva gli americani dalla disfatta. Ma non si tratta del classico “Arrivano i nostri” da western tradizionale, perché alcune bombe cadono sul bersaglio sbagliato e assistiamo alla scena orripilante di un soldato Usa carbonizzato dal fuoco “amico”.

Se Moore-Gibson è un eroe tutto d’un pezzo, coraggioso quanto umano (e a volte un po’ trombone), i veri protagonisti negativi non sono i “rossi” annidati nella giungla, ma semmai i politici di Washington, che mandano i militari a morire e poi ne avvertono le mogli con la freddezza burocratica di un telegramma recapitato da un tassista. Ad uscirne esaltato oltremisura è invece lo spirito di corpo dei combattenti e delle loro donne, anche attraverso il rapporto del tutto particolare che instaurano con Dio persone il cui lavoro consiste nell’uccidere e nell’essere uccisi.

Non è un caso che l’unico giornalista presentato in termini favorevoli provenga da una famiglia di militari e scelga di vivere la battaglia mentre intorno a lui fischiano i proiettili, al contrario dei suoi colleghi che arrivano in massa solo a cose fatte, quando l’intuito e l’energia del comandante americano hanno rovesciato le sorti della lotta.

L’ottica unilaterale del film, una sorta di omaggio incondizionato alla figura del combattente, ha d’altronde il grave torto di espungere dal Vietnam un elemento essenziale. Manca infatti del tutto il punto di vista dei civili locali, cioè coloro che più soffrirono per quell’immane tragedia. I poveri contadini indocinesi in preda al terrore, stretti nella morsa tra la durezza inflessibile dei comunisti e la spaventosa potenza della macchina bellica Usa, Wallace non ce li fa neppure vedere.

D’altronde il regista di We Were Soldiers è in buona compagnia. Ora che gli Stati Uniti ne sono fuori da lungo tempo, chi s’interessa più del Vietnam qual è oggi, della povertà e del dispotismo che opprimono i suoi abitanti? Anche le campagne in favore dei profughi, i cosiddetti boat people, sono un ricordo lontano e la conciliazione tra Washington e Hanoi, che il film in qualche modo adombra, sembra passare sopra le teste di un popolo che sperimenta da 27 anni una pace in miseria e senza libertà. Né naturalmente se ne preoccupa l’Europa, sempre pronta a cooperare con dittature d’ogni colore.

Per fortuna sono rimasti i radicali di Marco Pannella a reclamare la democrazia per il Vietnam, prendendo le difese delle minoranze etniche e dei gruppi religiosi perseguitati. Le manifestazioni gandhiane indette per sabato 21 settembre sono un modo lodevole dir riportare l’attenzione su quanto Hollywood, troppo impegnata a celebrare i suoi valorosi, preferisce dimenticare. (Per maggiori informazioni sull’iniziativa radicale, www.radicalparty.org ).


Il link:

La recensione di "Salon" (inglese)
L'ultima fatica di Mel Gibson non ne esce troppo bene, ma il critico di "Salon" salva qualcosa, mettendolo a confronto con altri "combat films" usciti recentemente

 

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