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Ocean’s Eleven e il tema del doppio



Umberto Curi




“Con spada orrenda i Titani violarono Dioniso che guardava fissamente l’immagine mendace nello specchio straniante” [NONNO, Dionisiache, 6, 172-173]. Eis-optron, ciò che serve per “guardare-dentro”, lo specchio, dunque, è all’origine del funesto destino di Dioniso. Solo perché lo sorprendono intento a “guardare dentro” la propria immagine, i Titani possono sbranare il “dio della contraddizione”. Il destino di quest’unico esempio di dio che muore, di immortale-mortale, è appeso all’enigmatico potere dello specchio.

Ma che lo specchio sia espressione di qualcosa che trascende la mera funzione riflettente, è attestato anche da altre fonti antiche. Secondo il commento di Proclo al Timeo di Platone [33 b], infatti, “lo specchio è stato tramandato anche dai teologi come simbolo dell’adeguatezza alla perfezione intuitiva dell’universo”.

Riferendosi ancora a Dioniso, lo stesso Proclo sottolinea che, proprio contemplando la propria immagine, il dio si gettò a creare tutta la pluralità. Quanto a Plotino, a lui risale la prima interpretazione in chiave filosofica del mito di Narciso, il giovane morto perché attratto dalla propria immagine riflessa nell’acqua. In questa vicenda, risalta con particolare evidenza il potere obliquo e nefasto dello specchio, capace di indurre Narciso ad innamorarsi di un’ombra - la propria immagine riflessa.

Costitutivamente e irresolubilmente duplice è insomma la “potenza” contenuta nello specchio. Da un lato, infatti, esso è simbolo dell’illusione, non solo perché lo specchio sistematicamente rovescia e distorce, ma anche perché l’immagine speculare non esiste nella realtà, essendo soltanto un riflesso. D’altra parte, lo specchio è anche simbolo della conoscenza, perché solo guardandomi in esso io posso conoscermi. Nella sua forma più elevata e compiuta, che è quella filosofica, il conoscere coincide con la speculazione, vale a dire con la riflessione (altro termine connesso con l’eis-optron) che consiste nelll’istituire un rapporto con lo specchio.

Rivelazione dell’invisibile, da un lato; de-formazione del reale dall’altro, l’eisopotron manifesta e occulta al tempo stesso, disvela e nasconde, dona conoscenza e induce inganno. Attraverso lo specchio si coglie il negativo che è immanente in ogni presenza, la finzione che è implicita in ogni manifestarsi, l’essere soltanto fenomeno di tutto ciò che appare come reale.

Se il conoscere in quanto tale può essere considerato un modo per portare tutto il mondo dentro uno specchio, il conoscere stesso finisce per identificarsi con la creazione di immagini, e dunque con una funzione intrinsecamente ambivalente. Coltivare la convinzione di poter spezzare questa ambivalenza, distinguendo nettamente ciò che lo specchio rivela dall’inganno che esso insinua, accogliendo l’una cosa e respingendo l’altra, vorrebbe dire soggiacere ad un’illusione potenzialmente distruttiva. Il destino di Dioniso indica quanto possa essere pericoloso “dimenticare” la duplice natura dello specchio, lasciandosi soggiogare dall’immagine mendace che esso riflette.

A proposito dell’inganno indotto dallo specchio, un ultimo aspetto va preliminarmente chiarito. Esso è “mendace” (come si legge nel frammento di Nonno) principalmente perché la sua azione consiste nello scindere e nel raddoppiare. Non si tratta, dunque, di una generica “illusione”, ma di quell’errore che scaturisce dalla creazione di una realtà fittizia, totalmente artificiale, letteralmente evanescente. Colui che osserva la propria immagine allo specchio può essere indotto a ritenere che quella immagine non sia soltanto una “replica” della realtà, ma sia reale essa stessa. E - come Narciso, appunto - può dunque rivolgersi a quell’immagine come se essa fosse dotata di una propria “vita”, indipendente da ciò di cui essa è riflesso.

L’onnipotenza di uno sguardo immune da ogni duplicità, univocamente capace di frugare in ogni angolo, di scoprire qualsiasi realtà nascosta, senza implicare alcun danno o pericolo per colui che sia in grado di controllare l’uso e la finalità di quello sguardo, è il punto di partenza da cui muove la vicenda descritta in Ocean’s Eleven. Detentore degli strumenti che gli consentono, in qualunque momento, una visione letteralmente pan-oramica del microcosmo in cui si muove come signore incontrastato, è Benedict, protervo proprietario del Casinò Bellagio, un doppione, realizzato a Las Vegas, del fastoso palazzo che sorge sulle rive del lago di Como.

Il sistema di sorveglianza, realizzato per sventare ogni ipotesi di furto al Casinò Bellagio, è interamente fondato su un principio elementare e apparentemente intuitivo: uno sguardo onnipresente, attivo lungo l’intero arco delle 24 ore, è più insuperabile di qualsiasi barriera materiale, più inviolabile di qualunque dispositivo meccanico di sicurezza. Chiunque si trovi all’interno del Bellagio è osservato in ogni momento, spiato nei propri atti, posto in una condizione di radicale asimmetria rispetto al vedere: mentre nulla di ciò che fa sfugge all’occhio di sofisticati congegni elettronici, per parte sua egli non può scorgere chi si nasconda al di là della minuscola telecamera che segue ogni suo movimento.

Dovunque si trovi, nelle sale da gioco o al ristorante, in un ascensore o in una toilette, egli si troverà inchiodato dal convergere di due condizioni opposte e simmetriche riguardanti il vedere: sempre impossibilitato a vedere in senso attivo e sempre sottomesso al vedere in senso passivo.

Disponendo di questo potentissimo apparato di controllo, Benedict si considera letteralmente invincibile, giudica invulnerabile la struttura della quale si è dotato. Egli è convinto che quella particolare forma di specchio, costituita dal sistema di telecamere e monitor, di fibre ottiche e microspie, nascoste ovunque, possegga soltanto la funzione univoca di rivelare, e non anche quella di ingannare. Egli pretende di poter scindere, nell’eisoptron, l’eikon dall’eidololon, l’immagine “vera” da quella “mendace”, ciò che giova da ciò che danneggia.

Immemore di Dioniso, egli ritiene di poter usare a proprio piacimento, e per i suoi scopi, ciò che la techne applicata all’ambito del vedere rende disponibile. E non pensa possibile che quella stessa forza - la forza dello sguardo - possa essere ambivalente, e non univoca, che essa possa ritorcersi contro colui che presume di poterla sottomettere integralmente al proprio volere e ai propri obbiettivi. Con fare beffardo e ostentata freddezza, giovandosi della visione assicurata da quella sorta di Panopticon ipertecnologico, Benedict scruta i movimenti di coloro che vorrebbero privarlo delle sue ingenti ricchezze, sicuro che il dominio a lui assicurato dal potere di vedere senza essere visto gli garantisca la possibilità di sventare ogni disegno concepito ai suoi danni.

Si colloca a questo punto del film una “trovata” estremamente efficace sotto il profilo della costruzione dell’intreccio, e al tempo stesso assai pregnante dal punto di vista concettuale. La “realtà” osservata da Benedict con l’ausilio della tecnologia visiva non è quella “vera”, ma è piuttosto una realtà fittizia, realizzata dagli “undici di Ocean” proprio sfruttando le potenzialità degli strumenti disseminati nel microcosmo del Casinò di Las Vegas.

Da un lato, infatti, il caveau che compare sui monitor della sala di controllo è semplicemente una copia, realizzata a regola d’arte dai simpatici malandrini guidati da George Clooney. Dall’altro lato, interferendo astutamente sui “tempi” dei diversi apparati di sorveglianza, costoro sono riusciti a far sembrare “con-temporanee” immagini che, viceversa, si riferivano a momenti precedenti a quelli nei quali alcuni di essi erano effettivamente presenti nei diversi ambienti tenuti sotto controllo.

Il risultato di questa pluralità di interventi differenti, convergenti nel far emergere tutta la costitutiva ambiguità dell’immagine, è lo scardinamento del sistema di sicurezza predisposto da Benedict, attuato non col ricorso ad “armi” diverse, ma piuttosto ritorcendo contro di lui la sua stessa potenza tecnologica. Gli strumenti di controllo e prevenzione diventano gli strumenti della rapina. Lo stesso apparato che avrebbe dovuto esercitare una funzione di sorveglianza, scongiurando ogni possibilità di attacco, si manifesta come potentissimo apparato per realizzare l’impresa . Benedict resta inchiodato letteralmente dall’altra faccia della techne da lui adoperata.

Mentre egli era convinto di poter guardar dentro le azioni dei suoi avversari, senza subirne alcun contraccolpo, mentre supponeva che fosse possibile un uso univoco del vedere, immune da ogni duplicità, finisce per patire le conseguenze dell’impossibilità di scindere i due aspetti costitutivi del vedere. Senza accorgersene, egli è rimasto vittima di quel medesimo inganno che ha segnato il destino di Dioniso.

Come l’immortale-mortale, anche Benedict è stato infine sconfitto per non aver saputo distogliere lo sguardo da una visione strutturalmente ambivalente, per l’incapacità di comprendere che il guardar dentro - mediante l’eis-optron o altri strumenti, più o meno sofisticati - accresce il proprio potere, ma solo a prezzo di aumentare in pari misura la propria vulnerabilità, che sempre il vedere non solo consente di “scoprire”, ma anche inganna, e dunque che esso salva e insieme condanna. Ad ulteriore conferma del potere rivelativo di strumenti volti a potenziare in qualche modo il vedere, Tess scopre mediante una telecamera l’inautenticità del sentimento nutrito verso di lei da Benedict, e insieme il ben più solido legame affettivo che ancora unisce Danny Ocean a lei.

Nel film, tutto ciò si colloca in un contesto generale permeato da una molteplicità di riferimenti alla duplicità: doppio è il caveau (oltre a quello del Casinò Bellagio - anch’esso un doppio - quello ricostruito “artificialmente” dagli “undici”), due volte Ocean incontra Tess al ristorante, due volte viene a mancare la luce, due cariche di esplosivo vengono fatte brillare, duplice è la discesa nella galleria sotterranea, due volte il protagonista esce dal carcere. E almeno potenzialmente duplice è anche la conclusione, visto che l’ultima sequenza lascia deliberatamente “aperto” l’esito finale, con la possibilità che la vicenda , suggellata da due automobili che procedono una dietro l’altra, possa rovesciarsi da un momento all’altro.

Quale sviluppo assolutamente coerente di questa impostazione, Steven Soderberg, che già in passato (Sex, lies and videotapes) aveva “lavorato” sull’intrinseca ambiguità della tecnologia dell’immagine, suggella l’impresa degli “undici di Ocean” ricorrendo ad un espediente decisivo per la comprensione di un’opera assai più complessa e ambiziosa di quanto si potrebbe superficialmente pensare. Il vero autore del “colpo”, colui che riesce a realizzare un’impresa che sembrava impossibile, non è Ocean, ma Benedict. E’ lui, infatti, ad assumere la decisione che risulterà risolutiva, senza la quale i tre che erano riusciti a penetrare nel caveau, e in esso deliberatamente si erano fatti “scoprire” dalle telecamere, sarebbero rimasti intrappolati, senza alcuna possibilità di successo.

Inviando nel caveau una squadra di pronto intervento, spianando ad essa la strada dell’andata, e soprattutto assicurando ad essa un ritorno senza intoppi, Benedict ha inconsapevolmente spalancato alla “squadra” avversaria le porte di una roccaforte altrimenti invulnerabile, annullando la propria strategia difensiva, proprio con l’atto mediante il quale riteneva invece di attivarla.

Connesso a questo passaggio in ogni senso decisivo del film, vi è un aspetto che vale a “chiudere” il raggio del ragionamento, ricollegandolo alla premessa dalla quale abbiamo preso le mosse. La scoperta che Benedict, e non Ocean, è in realtà l’ autore del “colpo” miliardario, conferma che il riferimento allo specchio non va inteso soltanto in senso analogico, come richiamo alla comunque insuperabile duplicità di qualsiasi operazione riferita al vedere, ma deve essere assunto piuttosto in senso tecnico, come evocazione esplicita della funzione ambivalente dello specchio.

Ciò che accade nel punto culminante dell’opera di Soderberg, infatti, può essere descritto come un intervento letteralmente riflessivo, in forza del quale la stessa iniziativa assunta da Benedict per scongiurare la rapina si manifesta come iniziativa che quella rapina - altrimenti impossibile - concretamente realizza. Non solo sul piano della visione, ma anche su quello dell’azione, il dispositivo pan-oramico messo in funzione si riflette specularmente su Benedict, rendendolo infine vittima di se stesso.

Di qui una conseguenza, per lo più sfuggita all’attenzione del pubblico e degli stessi critici, che segnala un guizzo di autentica genialità nell’autore di questa riuscita opera cinematografica. Il “reclutamento” realizzato nella prima parte del film, con grande cura del dettaglio, si ferma quando gli arruolati sono soltanto dieci. Non si tratta di un errore. Il titolo del film - “Gli undici di Ocean” - non è sbagliato o impreciso. La “banda” di Ocean è effettivamente composta di undici elementi.

Abbiamo visto, nella preparazione dell’impresa, quali sono i dieci reclutati direttamente dal “capo”. L’undicesimo è Benedict. Suo malgrado. A sua insaputa. Per aver dimenticato che mai il “guardar dentro” può soltanto giovare, senza insieme nuocere. Per aver creduto di poter “addomesticare” la forza ambigua connessa al vedere. Per la pretesa di restare immune dalla sorte toccata a Narciso. Per essere stato immemore del destino di colui che, guardando fisso la propria immagine nello specchio straniante, finì per essere sbranato dai Titani.

I link:

Sito ufficiale del film "Ocean's Eleven" (ingl)
Tutte le tappe del "remake" di Soderbergh, oltre a innumerevoli foto, poster, screensaver (inevitabili data l'eccezionalita' del cast).

Chi lo stronca e chi no, da "Rottentomatoes.com" (ingl)
Rassegna stampa delle recensioni ottenute dal film in USA e fuori.

Da "filmup.com", recensione in italiano
Come sempre, non mancano le recensioni degli spettatori. Anche qui, un bello scontro di opinioni.


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