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Via libera agli under-40



Leonardo Gandini



Forse per scoraggiare critici e addetti ai lavori dal parlare dei film presenti nella sezione denominata "Quinzaine des Realisateurs", da sempre rivale della selezione ufficiale, il direttore del Festival di Cannes, Gilles Jacob, ha quest'anno riempito a dismisura il cartellone principale. Tra concorso, fuori concorso e "Un certain regard" (la sezione dedicata ai film più eterodossi e originali), il programma di Cannes 2001 non concede respiro a critici e appassionati, cui è stata tolta persino la canonica pausa delle 13.00, riempita anch'essa da film di spessore (per fare solo un esempio, a quell'ora passeranno, nei prossimi giorni, le nuove opere di Kiarostami e Wayne Wang).

A farne le spese, oltre ai giornali con un solo inviato, chiamato evidentemente a scegliere con estrema oculatezza i momenti di scrittura e quelli di visione, sono i selezionatori del festival di Venezia, che già lamentano qualche "scippo" illustre da parte dei colleghi transalpini.


In attesa dei grossi calibri, il concorso per ora regala la scena a cineasti under 40, i cui film hanno comunque già lasciato trasparire che quello del lutto, e della sua elaborazione, sarà uno dei grandi temi del festival, considerato anche che tra una settimana la sezione competitiva ospiterà La stanza del figlio di Nanni Moretti, incentrato sul medesimo, spinoso argomento.

Il film di apertura, Pau i el seu germà (Pau e suo fratello) del catalano Marc Recha, racconta il travaglio di un ragazzo che, da una telefonata proveniente dall'obitorio, apprende della morte del fratello, Alex. Insieme alla madre, lascia allora Barcellona e si trasferisce nel villaggio dei Pirenei dove viveva Alex, trovando modo, attraverso la conoscenza con i suoi ex-compagni di lavoro, di superare il trauma. Al pari dei personaggi dels uo film, anche Recha sembra vagamente spaventato e sconcertato dal fatto di dover affrontare - cinematograficamente - la morte, tanto che il suo film finisce per annacquare il proprio potenziale in un mare di dialoghi e di banalità.


Decisamente più interessante, sul tema, il giapponese Distance, di Kore-Eda Hirokazu, che parte da una premessa quasi fantascientifica: l'avvelenamento di un acquedotto da parte di una setta di fanatici religiosi, che dopo il misfatto si sono dati la morte. A tre anni di distanza dall'evento quattro individui, tutti familiari delle persone che vi erano state implicate, si ritrovano sul luogo della strage, un lago circondato da una foresta, dove incontrano un membro della setta sopravvissuto per circostanze fortuite.

Attraverso una serie di flashback veniamo a sapere che ciascuno di loro aveva dovuto prendere atto, quasi sempre in modo conflittuale, del desiderio del fratello (o del marito, o della consorte) di cambiare il mondo attraverso la purificazione e la vita in comunità, mentre le scene ambientate al lago descrivono la timida, impacciata solidarietà che lentamente affiora, nel segno del ricordo, dell'imbarazzo e del rimorso, tra i quattro protagonisti. Mescolando abilmente passato e presente, Hirokazu costruisce un film anomalo e intrigante, nel quale il dolore della perdita si mescola allo smarrimento per una scelta di vita che, al di là degli esiti tragici, sembra col tempo aver guadagnato una sua strana dimensione catartica, soprattutto per chi, come nel caso dei familiari, si ritrova attualmente paralizzato da una quotidianità ingombrante e prosaica.

Per l'apertura ufficiale della sezione, i curatori di "Un certain regard" hanno invece puntato su un nome collaudato, quello di Abel Ferrara, che ha presentato il suo nuovo R-Xmas (Il nostro Natale, volendo tradurre in buon italiano un inglese contratto e poco oxfordiano). Sviluppando un'intuizione che si ritrovava già in un suo film del 1990, King of New York, quella secondo cui un mega spacciatore di droga puo' riservare parte dei suoi profitti ad attività benefiche, Ferrara racconta la storia di una coppia di giovani ispanici (lei portoricana, lui domenicano) che trova il tempo, tra una bustina di droga e l'altra, di aiutare i connazionali in difficoltà economiche, e persino, visto che è Natale, di provvedere al regalo tanto desiderato dalla loro figlioletta.


Tutto bene, sino a quando una gang rivale (formata non a caso da poliziotti corrotti), non rapisce il marito, costringendo la donna a racimolare frettolosamente il denaro necessario a riaverlo in casa vivo, ancorché malconcio, in tempo per la canonica apertura dei pacchi sotto l'albero. Con grande lucidità, Ferrara rimescola sapientemente le carte di un genere che, negli ultimi tempi, sembra spesso essere tornato a dividere il mondo in buoni e cattivi. Il suo ritratto di una coppia che si affanna per rispettare i valori familiari e comunitari, contribuendo contemporaneamente a riempire le strade di New York di eroina, riflette alla perfezione l'ambiguità e le contraddizioni di un mondo impazzito, nel quale la generosità non può essere disgiunta dalla ricchezza, e dunque dalla liceità dei mezzi per procurarsela. Un film, il suo, gelido, affilato ed elegante come una lama di coltello, che affonda in un tema di grande attualità senza cedere a semplificazioni o schematismi di sorta.


I link:

Il sito ufficiale del festival (in francese e inglese)

Lo speciale di Kataweb (in italiano)


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