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Recensione/Conta su di me



Paola Casella



Conta su di me, di Kenneth Lonergan, con Laura Linney, Mark Ruffalo, Matthew Broderick, Rory Culkin, Kenneth Lonergan

Conta su di me è abbastanza insolito, perché abbina una sceneggiatura da film indipendente a un'accuratezza formale - estetica, cinematografica- da produzione hollywoodiana. Se da un lato infatti la trama è volontariamente inconcludente ed errabonda come quelle dei film di Cassavetes, dall'altro la confezione è da telefilm di alto livello -quelli che in America chiamano Hallmark Hall of Fame-, con un'attenzione quasi maniacale alla scenografia, ai costumi, alla pulizia delle inquadrature.

Se però teniamo conto del fatto che la storia di Conta su di me è in prevalenza vista dalla parte di Samantha (Laura Linney), la protagonista ufficiale (l'eroina, si direbbe) ci accorgiamo di trovarci di fronte a una perfetta aderenza fra forma e contenuto. La contraddizione interna alla trama - apparentemente nitida e lineare, in realtà convoluta e pronta ad avvitarsi su se stessa - è la stessa che divide Samantha in due, in una forma di schizofrenia che, lo scopriamo attraverso il prologo che precede i titoli di testa, è la conseguenza diretta di un trauma infantile.


I genitori di Samantha, detta Sammy, e del suo fratellino Terry -non è un caso che entrambi i diminutivi nella lingua inglese vengano usati per entrambi i sessi- sono infatti morti in un incidente stradale quando Sammy e Terry erano ancora piccoli ma non abbastanza da non rendersi pienamente conto dell'entità della tragedia. Sammy ha assunto il ruolo dell'adulta responsabile e nel pieno controllo della sua situazione, con un lavoro regolare in banca e un guardaroba che comunica contemporaneamente serietà professionale e sessualità castigata, mentre Terry (Mark Ruffalo) è andato progressivamente alla deriva, trasformandosi nell'essere -almeno apparentemente- meno affidabile del pianeta. Il titolo del film, Conta su di me, è, come il film stesso, come i nomi dei due protagonisti, leggibile da due ottiche opposte: una promessa, fatta da Sammy a Terry, o una frase ironica, detta viceversa da Terry a Sammy.

L'incidente scatenante, come direbbero gli insegnanti di sceneggiatura, è il temporaneo ritorno di Terry nella placida cittadina di provincia dalla quale Sammy non si è mai allontanata. Sammy accoglie Terry a braccia aperte, solo per scoprire che il fratellino scapestrato viene, per l'ennesima volta, a bussare cassa: dopotutto, Sammy la bancaria sembra fatta apposta per lo scopo. L'incontro-scontro fra i due risveglierà una serie di tensioni e di dinamiche che hanno chiaramente radici nell'infanzia traumatica dei due. E immediatamente si ricreano fra loro i teatrini di sempre: lei mammina severa, lui figliolo disubbidiente.

In realtà, Sammy è solo apparentemente perfetta: oltre al fantasma di un matrimonio sbagliato, dal quale è nato il figlio Rudy (Rory Culkin, il fratellino di Macauly, quello di Mamma ho perso l'aereo), Sammy nasconde l'imbarazzante relazione col suo capoufficio, imbarazzante non solo perché il capo è sposato e in attesa di un figlio, o perché Sammy è una cattolica di origine irlandese che va a messa tutte le domeniche, ma soprattutto perché il capoufficio (interpretato da un imbolsito Matthew Broderick) è il classico squallidone aziendale, convinto che le regole più mortificanti siano la base del buon funzionamento di un ufficio, o per lo meno una scala sicura verso la dirigenza, e a quanto pare non sbaglia, visto che gli hanno dato in mano la gestione della filiale locale.

Invece di sposare il solido fidanzato Bob (Jon Tenney), Sammy pasticcia col boss, che oltretutto ha in mano le sue sorti lavorative e non dimostra alcuna solidarietà verso le sue difficoltà di madre single. Masochista, quasi autodistruttiva, Sammy non vede l'ora di scalfire quella superficie decorosa e ineccepibile che ha fatto tanta fatica a costruire, di aprire uno spiraglio nella corazza che ha dovuto indossare fin da quando era bambina.

Al contrario Terry, che è l'immagine dell'autodistruttività, e che sembra pericoloso per chiunque lo avvicini, rivelerà insospettabili doti di padre putativo, o quantomeno di modello maschile, nei confronti del piccolo Rudy. E anche per Sammy rappresenterà una ventata di aria fresca, proprio in quanto invito vivente alla trasgressione.

Ma questo non è un telefilm da prima serata. E quindi è lecito costellarlo di contraddizioni, e privarlo del lieto fine di prammatica. Sammy si rivela incapace di scegliere fra apparenza bacchettona ed essenza trasgressiva, e quindi alterna le due, con la casualità e l'incongruenza che rendono la trama credibile, e la performance di Laura Linney (meritatamente candidata all'Oscar) contemporaneamente luminosa e opaca, irritante e commovente. Naturalmente - cioè umanamente - la "buona" Sammy cercherà di esorcizzare la sua parte "selvaggia" demonizzando Terry, e arrivando addirittura ad invitare a casa il prete locale (interpretato da Kenneth Lonergan, lo sceneggiatore e regista del film) perché "disciplini" Terry a dovere, naturalmente - cioè umanamente - senza rivelargli che lei, nel frattempo, scopa con due uomini diversi, dei quali uno sposato.


Così come Terry non riesce a redimersi e a diventare adulto fino in fondo, ma continua a farsi lo sgambetto, e a coinvolgere il nipotino Rudy nelle sue decisioni più infelici. Quando sembra aver finalmente trovato una dirittura morale, o quantomeno aver abbracciato il ruolo di zio, Terry si comporta da irresponsabile e addirittura sfodera un'efferata crudeltà nei confronti del nipotino che sa tanto di rivalsa nei confronti dell'ingiustizia subita - l'infanzia rubata - tramite il più classico dei meccanismi: trasformarsi da vittima in carnefice. E nei confronti di Sammy, Terry continua a comportarsi come un parassita, o come un bimbetto recalcitrante, anche dopo che ha toccato con mano la fragilità e la solitudine della sorella maggiore, anche dopo che è venuto al corrente delle sue obiettive difficoltà.

Né Sammy né Terry possono contare l'uno sull'altra, eppure si vogliono bene, e se si fanno male, è perché sono condannati a ripetere all'infinito schemi appresi troppo presto, e cristallizzati troppo definitivamente. La scrittura e la regia di Lonergan sono abbastanza oneste da rispettare questo assunto, e quindi la storia non ha un finale, né lieto né triste, non ha una catarsi conclusiva, così come non ce l'hanno la maggior parte delle relazioni umane, soprattutto quelle interne alla famiglia, controllate da meccanismi innescati troppo in là nel tempo per distinguerne l'origine.

Se Laura Linney ruba -e tiene- la scena ogni volta che appare sullo schermo, dimostrandosi - dopo Truman Show e Schegge di paura - una delle attrici più promettenti e più sottoutilizzate d'America, Mark Ruffolo, clone di Mark Hamlin, riesce ad essere fastidioso e attraente quasi nello stesso fotogramma. Non è facile dare a un uomo fatto, e quasi eccessivamente virile, la fragilità lamentosa di un bambino mai cresciuto, senza ricorrere a trucchi recitativi come la lagna o lo sguardo da cerbiatto.

Buffo il cammeo di Lonergan, nei panni del più sorprendente dei personaggi: un prete cattolico di provincia disposto a chiudere un occhio sull'adulterio e ad ascoltare più che a sputare sentenze. Lonergan, già autore della sceneggiatura di Terapia e pallottole, mostra una particolare attenzione per la caratterizzazione etnica: se in Terapia e pallottole arrivava allo stereotipo -degli italoamericani e degli ebrei newyorkesi-, in Conta su di me si mantiene nei limiti del realismo. Anche perché, con un cognome come Lonergan e quella faccia da prete irlandese, probabilmente sa di cosa parla.

 

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