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La forza della desolazione



Carlo Violo




Lady España è il battello arrugginito che ogni lunedì mattina, dal molo 3 alle 8,15, accompagna, in una indefinita città della Spagna, il gruppo degli amici in cassa integrazione, dopo la cruenta chiusura dei cantieri navali, verso l'improbabile ricerca di un posto. E' l'unica cadenza temporale in una serie di giornate che si ripetono nell'apparente anonima uguaglianza, come se la chiusura del cantiere avesse privato gli uomini della loro identità temporale, oltre che sociale. I Lunedì al Sole, di Fernando Leon de Aranóa, anche sceneggiatore insieme a Ignacio de Moral, è un'altra prova che un film può reggersi senza trame rocambolesche, affidandosi ad immagini per raccontare, senza eufemismo o retorica, lo spirito umano di salvezza, che è mondo ben diverso dal semplice istinto animale di sopravvivenza perché afferisce a esigenze complesse di amore, dignità, amicizia, conoscenza.

I luoghi indefiniti e rugginosi ricordano da vicino le scarne e indecifrabili realtà senza luogo e tempo de L'uomo senza Passato di Aki Kaurismaki. E' un po' che circolano film che traggono la loro forza espressiva, allusiva e simbolica dalla desolazione anonima di periferie industriali, pre e post, segno che la globalizzazione sta avendo un benefico effetto almeno sul linguaggio cinematografico, suggerendo sforzi di alta simbologia universale. Il tema della globalizzazione, con i suoi effetti sul tessuto sociale dei Paesi di più antica industria, sta divenendo pretesto di molte ambientazioni, di vari racconti. La difficile situazione sociale e la sua denuncia è pretesto anche in questo film per cantare l'eterna dignità dell'uomo.

Solo brevemente, in uno delle tante discussioni al bar tra i protagonisti, la condanna della globalizzazione, o dell'alibi che essa offre agli speculatori per smobilitare cantieri a vantaggio di lottizzazioni edilizie, si fa esplicita rischiando di banalizzare il film che, per fortuna, ha altre sottili scansioni. Potrebbe sembrare un film imperfetto, è vero, perché sembra stentare nell'imboccare con decisione una o l'altra identità a cui siamo abituati in questi casi, quella dell'ironia graffiante o, semplicemente, del dramma sociale. Perciò non è il caso di avvicinare Aranóa a Loach e alla sua salutare velenosità.

No, l'identità e il valore, la coerenza del linguaggio, è altrove, su piani di orgoglio e di una dignità molto seria che si addice al temperamento di questi uomini e donne di Spagna: Santa, Josè, Lino, Ana. E' altrove, su piani di dramma così disadorno che un semplice sguardo, come quello di Lino nello specchio dell'ultima agenzia di collocamento, hanno la forza di un'esplosione, la forza dell'anima che sgorga dalla desolazione come un'eruzione vulcanica. Come i versi di Eliot nei luoghi metropolitani di smarrimento, aridità ed espiazione della Terra Desolata: Coloro che hanno traghettato/con occhi diritti, all'altro regno della morte.

Perfetti sono gli attori ad assecondare la scena desolata di Aranóa, con particolare menzione alla capacità di José Ángel Egido, Lino, di trarre il massimo dell'espressione da abissi di sobrietà e misura. L'angustia del bar del collega che ha messo a profitto la sua buonuscita, dove gli amici e il film trascorrono molto del loro tempo, fa da contraltare all'ampiezza del mare che invita a lasciare liberi i sogni di vagare fino alle lontane latitudini d'Australia. Ecco, l'identità del film sta nel suo farsi sussurro, sommessa allusione, dialogo leggero, al punto che scarne battute o piccoli quadri di ordinaria solitudine noiosa, diventano tratti di nostalgia umana di una intimità dirompente. Esempi. La moglie di José, Ana, lavora in uno scatolificio di pesce. Ossessionata dall'odore di cui si sente costantemente pregna (ma forse è l'odore del suo destino) si spruzza intere bombolette di deodorante. José l'abbraccia e le sussurra: "Non puzzi di pesce ma odori di sirena".

Sull'ennesimo traghetto, quando Santa incontra la ragazza del supermercato con il suo bambino:
"Vuoi andare in Australia?" Le domanda.
"Subito?" Risponde lei con un sorriso.
"No, quando sarà" Le dice Santa con la più seducente delle espressioni.

O come il racconto che il compagno ormai alla deriva nell'alcol, Amador, fa a Santa che lo riaccompagna barcollante a casa: "Siamo come fratelli siamesi. Se uno cade cadiamo tutti" .

Più che per la disoccupazione, la disperazione di Amador, che giunge al suicidio, è dovuta alla moglie che lo ha abbandonato, come constaterà Santa dallo stato di totale abbandono dell'appartamento. Un semplice dramma consumato nel privato e nel silenzio diventa, nella mancanza assoluta di fronzoli, tragedia greca, tragedia moderna, tragedia universale. Il ricordo di Picasso, grande tocco questo, si affaccia nell'aritmica intermittenza della lampada elettrica sopra l'ingresso disadorno della casa di Amador che il tonfo del suo corpo, sulla pensilina che la sorregge, ha danneggiato.

Il silenzioso e accasciato dolore di Santa nel cortile vuoto, sotto la luce scheletrica e sfrigolante, è come il cavallo morente di Guernica. Secoli di bombe e di violenza in una semplice, essenziale, inquadratura. Nella piattezza del deserto anche un ciottolo sembra una montagna. Cosi nel bar la visione quasi miracolosa della lampada del bagno che si spegne a tempo diviene per Amador il segno del suo destino. In questa gigantesca rappresentazione minimalista delle forze del destino anche un semplice sincronismo diviene svolta della vita.

Così, grazie alla drammatica solitudine di Amador, raccontata da José ad Ana dopo il funerale, il loro matrimonio, che stava per naufragare nella disperazione relativa, si salverà più che per pietà di Ana, che stava per andarsene, verso José, per l'improvvisa illuminazione dell'assoluta appartenenza comune, come quella dei siamesi. E microscopici accadimenti hanno il valore del risveglio. Così per Lino, che tenta di mantenere un decoro a tutti i costi, lottando contro il tempo che gli imbianca i capelli e arrotonda la pancia, rendendo ridicola a tutti tranne a lui la pretesa di conquistare un posto tra folle di pretendenti trentenni e di bella presenza.

Il tentativo di tingersi i capelli con un colorante a buon mercato è il culmine della sua grottesca aspirazione ma il semplice, improvviso esaurirsi della penna biro sull'ennesimo modulo di domanda di lavoro gli dona finalmente il senso dell'inutilità dei suoi tentativi, permettendogli di osservarsi nello specchio di fronte a lui per come è. La penna di Lino, nel tema sussurrato generale, diviene illuminazione benigna e misericordiosa degli Dei.

Nessuno di questi antieroi sembra poter sfuggire al suo destino. L'ambientazione mediterranea suggerisce analogie con certi umori amari del verismo di Verga e Pirandello, specialmente dei Malavoglia e di Novelle per un Anno. Il film infatti si conclude senza apparenti cambiamenti se non l'accentuazione del grottesco dell'ultima impresa degli amici: rubare il traghetto del molo 3 per disperdere nel mare le ceneri dell'amico morto, salvo a dimenticare chissà dove l'urna. L'ultima giornata di sole vede gli amici sul ponte del traghetto alla deriva in rada, prima dell'arrivo della polizia, mentre si godono il nuovo sole del lunedì.

Ma la penna esaurita di Lino, il sobbalzo di chiarezza di Ana, lo scatto di orgoglio di Santa che, condannato a pagare il lampione rotto durante i tumulti con la polizia, paga e torna a romperlo di nuovo, sono la sommessa speranza del film. Una speranza che si nutre della forza umana che scaturisce anche nella desolazione. Per questo ho definito all'inizio come apparente l'anonima uguaglianza delle giornate dei nostri amici: in realtà l'humus dell'anima sta predisponendo i suoi germogli.

Il dramma di questi uomini e donne universali sta nella necessità ineluttabile per la natura umana di salvare un granello di sabbia di autenticità dalla distesa dunosa del deserto. La poesia del film sta nel riuscire ad affascinarci con il rapido baluginìo del sole sul granello di sabbia, osservato da tutti noi viandanti nell'immensità della vita.

 


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