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Leconte e i suoi eroi



Antonio Carnicella




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L'uomo del treno. A giudicare dal titolo, l'ultimo film di Patrice Leconte sembrerebbe l'epopea di un eroe solitario, un personaggio da film western di John Ford. Ed in effetti di eroi vuole parlarci il regista francese, che come di consueto colloca la vicenda in un luogo contemporaneo ma quasi fuori dal tempo, in una sorta di regno dell'improbabile.

Ma gli eroi dobbiamo presto scoprire che sono due. Uno è proprio il viaggiatore, un rapinatore attempato, Milan, prossimo alla pensione, l'altro è quello che non ti aspetteresti, Manesquier, un vecchio professore di provincia, annoiato e stanco, rispettivamente interpretati dagli incredibili Johnny Halliday e Jean Rochefort. Essi, proprio perché staccati dalla realtà, sono due figure buone in ogni momento ed in ogni luogo, anche qui ed ora, tanto quanto lo è il tema di fondo della trama, il motivo del doppio, l'amichevole antagonismo tra i due, che l'autore amalgama con il desiderio di voler essere un altro, come riportato in locandina del film. D'altronde, quando si nasce non si sceglie di essere come si è, si è gettati nella vita, ma poi di può desiderare di diventare il proprio altro da sé. Più o meno tutti ci abbiamo pensato almeno una volta, anche il professor Manesquier e Milan.

Queste osservazioni ci riportano a Franco Ferrucci e al suo saggio L'Assedio e il Ritorno, in cui l'autore rintraccia i motivi archetipici della narrativa occidentale nei poemi omerici. Il primo modello, l'"Assedio", è fornito dall'Iliade, il cui orizzonte narrativo è "spazialmente statico": Troia è la fortezza che "forze esterne premono in assedio". La lotta, un'infinita e sfuggente parabola in cui si attuano i rituali della ripetizione, mira alla conquista del cuore della città, di Elena, emblema della "felicità perduta da ritrovare". Da quando l'uomo esiste, scrive Ferrucci, "qualcosa di essenziale gli è stato sottratto e portato altrove. Egli farà di tutto per riaverlo, fino a mettere in moto il violento meccanismo che si chiama civiltà, la strenua lotta per rientrare in possesso del bene scomparso. Ma ovunque si rivolga, l'uomo riconoscerà se stesso nel nemico assediato. La verità, aggiunge, è che questa lotta è contro se stesso, un dilaniare le proprie viscere. È solo un caso del destino che l'uno sia l'assediante e l'altro l'assediato…quel che conta è che la guerra doveva in ogni modo accadere". Di fronte a questo blocco "è previsto da sempre che la sua conquista sarà la sua distruzione", tuttavia la guerra continua sui binari dell'equilibrio, perché "non c'è verso di evadere l'assedio ma neppure di rovesciarlo".

A questa situazione di stallo, in cui tutto si svolge come se il ritorno fosse impossibile, che Ferrucci individua come mito narrativo poi riproposto dalla tragedia greca, da Dostojevskij e da Kafka, l'autore stesso oppone il "Ritorno", il modello fornito dall'Odissea, che scopre il passato come dimensione del racconto. Ulisse, l'eroe che ritorna, fa il giro di se stesso per ritrovarsi dopo essersi perso, per ritrovare le proprie radici, per "rievocare il passato in termini di futuro". Questo è il motivo di fondo dell'epica medioevale, di Dante, di Cervantes.

Nel suo film, Leconte, pur lasciando questi due modelli irriducibili l'uno all'altro, li pone in dialogo tra loro. Ecco allora che in Manesquier, professore di francese, amante della poesia e dell'arte, ritroviamo l'archetipo dell'uomo civilizzato che conduce una vita tranquilla, banale, anche agiata, bontà sua, comodamente al riparo nelle convenzioni della città, un'esistenza bloccata sin dalla fine dell'infanzia, quando improvvisamente si è ritrovato imbalsamato. Egli è l'assediato. È assediato da rapporti con gli altri e con le cose che lo circondano che non è riuscito a sciogliere o superare, è assediato da se stesso, da una donna che frequenta da quindici anni senza avere il coraggio di chiederle di sposarlo, dal giardiniere, che malgrado lavori per lui da anni lo spaventa ogni volta, della panettiera, che lo fa sussultare col suo "desidera altro".

Eppure, nei suoi gesti quotidiani, semplici, si nasconde un eroe, l'eroe della vita ordinaria, ripetitiva, perché anche per condurre questa ci vuole del coraggio, perché anch'essa è basata su fragili equilibri, come quelli che impediscono agli Achei e ai Troiani di prevalere gli uni sugli altri. Questo equilibrio, scrive Ferrucci, "questa faticosa scienza del vivere, fatta di pesi e di contrappesi e che ha per ricompensa il tormento e la miseria, è al tempo stesso un'arte, gioco superiore ispirato alla necessità di sopravvivere".

Ma Manesquier ha anche il coraggio di mettersi in questione e di andare incontro all'altro, al quale apre la sua casa, del quale prova ad assumere le vesti e le armi. Questo confronto porta il professore una presa di coscienza sull'inutilità di quella lotta e di quell'equilibrio, una lucidità che, come per Achille, mette in moto un meccanismo distruttivo. "L'uomo consapevole", scrive Ferrucci, "non può quindi ritirarsi dalla lotta per la vita senza mettere in pericolo la vita stessa e la sua direzione…la consapevolezza è un'arma a doppio taglio e i suoi effetti finali sono distruttivi".

Dal canto suo, Milan, come Ulisse, è l'immagine del viaggiatore, dello straniero, dell'uomo senza patria e senza paura, di colui che conduce ancora una vita istintuale, fisica, e che, come i primitivi, si guadagna il pane sfidando giornalmente il pericolo. Come un cacciatore, come Ulisse, è più portato ad ascoltare che a parlare, ma conosce bene la menzogna, che usa per nascondere se stesso. Ma anch'egli, come il re di Itaca, ha bisogno di ritornare, di riconquistare una dimensione umana, ha voglia di una casa come quella del professore, di pantofole, di piccoli gesti ripetitivi che riempiano l'esistenza. Per staccarsi dal suo passato senza perderlo, deve affrontare la sua Circe, la sua Calipso, la sua Nausicaa e quegli amici che affiorano da un'epoca lontana oramai bolsi, folli, malati e alcolisti; soprattutto deve rivelarsi compiutamente a se stesso.

Lo scambio pare essere lì, a portata di mano, ma la Necessità, la più potente delle divinità, che governa con fermezza la sorte degli eroi, non lo consente: la parte loro assegnata deve essere recitata fino alla fine, fino alla morte, l'unico esito sicuro. La tragedia è dunque iscritta nei destini di Manesquier e Milan, ma qui interviene sapientemente la mano del regista e dello sceneggiatore. La loro fine sarà sì degna di due eroi, che affrontano l'ultimo attimo senza batter ciglio, ma prima di lasciarli abbiamo il tempo di volgere verso di loro uno sguardo indulgente, perché in fondo siamo loro affezionati.

Questo attimo di tenerezza e di gioco è portato dal sogno, quando i due personaggi si scambiano quel futuro che apparentemente non hanno davanti. Come scrive Eraclito nel frammento 89, "per i desti il mondo è uno e comune, ma quando prendono sonno si volgono ciascuno al proprio". Di fronte al dissolversi dello spazio, del tempo e della storia, il sogno, evidenzia Ludwig Binswanger nella sua interpretazione di Eraclito in Sogno ed Esistenza, mette in luce la libertà più originaria dell'uomo e il suo mondo più privato, scioglie finalmente l'esistenza dalle briglie del divenire, soprattutto, permette a Milan di ritrovare le sue pantofole e a Manesquier andare alla ricerca dell'avventura sempre desiderata.

 

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