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Da: tampoia <tampoi@virgilio.it
A: <caffeeuropa@caffeeuropa.it
Data: Lunedì, 16 settembre 2002 12:19
Oggetto: Parlando di Popper e Platone



A proposito dell'intervista "Parlando di Popper e Platone" invio la seguente testimonianza

Popper a Bari, Popper oggi.

In compagnia dei miei allievi di V sez. A del Liceo Scientifico di Bitonto, ho avuto la fortuna di conoscere e ascoltare K. Popper una tiepida e frizzante mattina di Maggio del 1983 al teatro Piccinni di Bari, gremito di studenti liceali e universitari. In completo gessato grigio, da filosofo in borghese come sua consuetudine, parlò del punto di vista evoluzionistico nello sviluppo della conoscenza, del metodo dei tentativi e dell' eliminazione degli errori, mettendo a confronto Einstein e l'ameba, ripetendo che Einstein va coscientemente alla ricerca dei propri errori per non ripeterli.

Quale grande insegnamento per i giovani! Sembrava dicesse "Non restate al livello dell'ameba, non vivete una vita d'ameba", con il dovuto rispetto per l'ameba. Sento ancora risuonarmi nelle orecchie (avevamo delle cuffie per sentire meglio il suo inglese) questi due sostantivi, divenuti simbolici, entrati poi nell'immaginario collettivo, Einstein e l'ameba, scanditi, ripetuti come per una reductio ad absurdum, di più il secondo con l' inflessione inglese sulla (e) di ameba. Trattò a fondo, anche, delle problematiche disciplinari e interdisciplinari del sapere, già svolte in Congetture e confutazioni, 1962, ammonendo "non siamo studiosi di certe discipline, bensì di problemi; la conoscenza è risoluzione di problemi".

In quegli anni Ottanta per molti addetti ai lavori si chiudeva la stagione della filosofia della scienza, la stagione, anche italiana, di frequenti, problematici, dialettici rapporti tra le due discipline. I suoi discepoli, i postpopperiani, seguivano altre vie mentre il maestro cercava di salvare, anche a denti stretti, una pur tenue razionalità sia nella ricerca scientifica sia nei comportamenti umani. Perché Popper ha creduto sempre che l'impresa scientifica, pur costruita su palafitte, fosse una delle più grandi creazioni dell'uomo, ha creduto sempre che potesse essere migliorata.

Nell'anniversario della nascita, a distanza di oltre cinquant'anni dalla pubblicazione di "La società aperta e i suoi nemici" 1945, è ritornato attuale e fa sentire massiccia la sua rilevanza e la sua influenza sul panorama filosofico, politico, culturale. Anzi è come se alla fortuna del Popper epistemologo si sia aggiunga la vasta fortuna del Popper filosofo della politica.

Eppure si tratta dello stesso Popper, il razionalista critico.

Sono noti i suoi numerosi appelli alla libertà, alla tolleranza, alla democrazia "la democrazia funzionerà bene in una società che rispetta la libertà e la tolleranza, e non in una società che non capisce questi valori" (cito dall'edizione italiana pubblicata da Armando), i richiami in favore della società aperta contrapposta alla società chiusa, l'invito a una prassi politica che coniughi la solidarietà con la libertà individuale. Per questo aveva criticato senza tentennamenti il socialismo reale che, strutturando la società come sistema chiuso, aveva tradito le aspirazioni individuali degli uomini; per questo non aveva esitato a criticare anche il chiuso, ottuso capitalismo selvaggio. Vide da autentico, vero liberale, il pericolo che si annida nelle istituzioni, la possibilità di un loro deterioramento, di procurare danno ai cittadini.

Agli occhi di molti europei, soprattutto dell'Est, la caduta del muro di Berlino è parsa la conferma della validità della società aperta, l'attualità di un'etica aperta, di ispirazione postilluministica, vigile e nemica di ogni utopia. Per noi, oggi, ancor più innovativo e attuale il richiamo alla vigilanza sulle istituzioni. Quando Popper ha parlato di metodologia scientifica e della sua applicazione in politica ha insistito molto sulle istituzioni "Non sono solo le politiche che devono essere viste come tentativi per risolvere i problemi: ma anche le istituzioni" (La società aperta e i suoi nemici, p. 238).

Qui non si tratta di uno strumentalismo vieto e cinico, perché una teoria politica che non fosse fondata su principi fondamentali, primi tra tutti i diritti sacrosanti dell'uomo, i diritti civili, non entrerebbe mai nel novero delle teorie. Popper l'avrebbe respinta in partenza. Si tratta di ridimensionare il potere delle istituzioni, stabilirne la loro precarietà. Concetto riportato più avanti "Proprio come nel caso delle politiche un'istituzione che non è una soluzione ad alcun problema è superflua - invero è esattamente questa la condizione che rende le istituzioni obsolete" (p. 238).

In una delle ultime pagine, a riguardo del fatto che gli uomini non possiedono la verità, ma sono in grado di assumere l'atteggiamento razionalista, il richiamo lucido del razionalista critico che scrive: "Io posso avere torto e tu puoi avere ragione, e per mezzo di uno sforzo possiamo avvicinarci un po' di più alla verità" (p. 311). Nobile appello al valore etico di concetti quali uguaglianza e reciprocità, di sapore geometrico, che deve contraddistinguere sempre i comportamenti umani nella sfera etica e civile.

In ricorrenza del centenario della nascita molto si è scritto, ma più che le celebrazioni retoriche, vuote, di circostanza o le approssimative, superficiali letture del suo pensiero apparse sulla stampa italiana, compresa la pagina culturale del più diffuso quotidiano della mia regione, sono sicuro che al filosofo sarebbe piaciuta di più una umana e sincera testimonianza.

Francesco Tampoia


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