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“Tommasi’, te piace ‘o Presebbio?”



Isabella Quarantotti De Filippo con Antonia Anania



Ha portato lui il Natale sul palcoscenico, il presepe, i regali, i broccoli, la sensazione del freddo che fa a Dicembre. E’ stato Eduardo De Filippo. Il suo Natale in casa Cupiello dal 1936 ha attraversato l’intero Novecento diventando la nuova Sacra rappresentazione del Natale vissuto dal popolo, con un padre, Lucarie’, tenuto sempre all’oscuro di tutto e intento a costruire un presepe che non è gradito al figlio "moderno", e una madre, Cunce’, che si accolla ogni sventura, anche quella di una figlia che non ama il marito… e sullo sfondo la Napoli delle feste, tra struffoli, nenie e capitoni.

Isabella Quarantotti De Filippo, l’ultima moglie di Eduardo (vedi anche http://www.caffeeuropa.it/
libri/154libri-eduardo.html
) racconta a Caffè Europa “un artista che non conosceva Internet, ma l’anima umana, sì!”. In un avvicendarsi di verbi al presente e al passato, di riflessioni e ricordi.

Natale, Pasqua, Capodanno sono giorni di lavoro per i teatranti, anche se negli ultimi anni, poche compagnie recitano durante le feste. Che ne pensava Eduardo?

Secondo lui era sbagliato non recitare l’ultimo dell’anno perché doveva far piacere alle compagnie teatrali che persone sole o che stavano in una città che non era la loro potessero passare sere di festa a teatro. Finché ha continuato a recitare, il trentuno dicembre faceva in modo che si finisse alle ventitré anziché a mezzanotte, così gli spettatori che lo volevano potevano festeggiare in famiglia a spettacolo finito, gli altri invece trascorrevano una serata in compagnia.

Natale in casa Cupiello è diventato un cult del Natale novecentesco, anche grazie alle varie riprese televisive. Ci regala un suo ricordo personale?

La prima volta che Natale in casa Cupiello fu ripreso in televisione a colori, negli anni Settanta, Eduardo ne aveva curato la regia televisiva e vedemmo la commedia a Velletri insieme a degli amici. Dopo la trasmissione, telefonò Michelangelo Antonioni complimentandosi per l’eccellente regia, per i colori, perché gli sembrava davvero una cosa d’altri tempi. Eduardo fu entusiasta delle lodi di un maestro come Antonioni, con il quale tra l’altro non si frequentava molto, e continuava a dire: “Gli è piaciuta, gli è piaciuta”.

Una volta Eduardo dichiarò che Natale in casa Cupiello era “particolarmente commovente per me, che in realtà conobbi quella famiglia. Non si chiamava Cupiello, ma la conobbi”. Ci può svelare come si chiamava?

Si chiamava De Filippo, era la famiglia di sua nonna Concetta, poi naturalmente Tommasino e altri personaggi furono inventati. Ma il riferimento alla nonna Concetta rimane anche nel nome della protagonista, la cui migliore interpretazione, fu certamente quella di Pupella Maggio. E chi non ricorda la sua tarantella mentre dice spazientita: “Sì, Lucarie’, fa freddo. Fa freddo! E basta.”!

“Qua poi ci vengono tutte montagne con la neve sopra. Le casette piccole per la lontananza. Qua ci metto la lavandaia, qua viene l’osteria e questa è la grotta dove nasce il Bambino. Te piace, eh? Te piace!”. A Luca Cupiello piaceva fare il presepe, a Tommasino no, e a Eduardo?

Non in modo particolare, ma ammirava l’inventività degli artigiani di San Gregorio Armeno, che costruiscono tuttora dei pastori di terracotta che non intendono mai essere un capolavoro artistico eppure sono belli, espressivi, curati nei particolari, nell’espressione del viso. Gli piaceva andare a curiosare tra le botteghe e le bancarelle, dove tra angeli e pastori adesso si può trovare anche una statuina che lo raffigura.

“Domani è vigilia, poi vengono queste feste, e dobbiamo mangiare molto: è meglio che ci manteniamo leggieri”, dice Lucarie’ a Concetta che sta per andare a fare la spesa. A Eduardo che cosa piaceva mangiare per le feste?

Spesso eravamo in tournée, ma in genere quando passavamo il Natale in casa era molto tradizionalista, anche se non andava matto per il capitone. Gli piaceva preparare un’insalata detta ‘di rinforzo’ che dura parecchi giorni durante i quali si aggiungono il cavolfiore, le olive o quello che manca perché l’aceto con cui è condita, conserva le verdure.

Amava ripetere qualche augurio particolare?

No. In fondo Eduardo ha vissuto la sua vita sul palcoscenico: tutto quello che aveva da dire sul Natale tradizionale, è in Natale in casa Cupiello. Sentiva che aveva un grande significato per le persone religiose, ma lui non è mai stato né partitico, né religioso; era un uomo che aveva un senso di giustizia sociale, senza essere comunista, aveva amici preti senza essere cattolico. Era libero.

Casa Cupiello potrebbe rappresentare anche le famiglie del duemila?

Non è facile, perché adesso i giovani non sono come Tommasino, né Ninuccia avrebbe sposato un uomo che non amava. I tempi cambiano ma rimane il sentimento che spinge i vari personaggi a volere o no stare insieme, perché i progressi della tecnica hanno cambiato la parte esteriore della vita, per esempio Internet, al quale penso che Eduardo si sarebbe appassionato. Un giorno ho trovato un pezzetto di carta su cui Eduardo aveva scritto: “Che me ne importa a me se le mie commedie moriranno, la cosa più importante è che sono nate vive”.

E continuano a vivere, perché in questa stagione teatrale sono in scena Filumena Marturano con Isa Danieli, che per questa interpretazione ha vinto il premio Ubu; L’arte della commedia con Luca de Filippo e Eduardo al Kursaal con Silvio Orlando e Rocco Papaleo, che ricorda i primi anni di attività dei De Filippo con aneddoti, canzoni, poesie, prodotto da Luca e diretto da Armando Pugliese. Che cosa pensava Eduardo di suo figlio attore?

Gli faceva piacere che Luca facesse questo mestiere perché sosteneva che fare l’attore era l’unico modo di lavorare in libertà, ma oggi anche questo sembra cambiato: in televisione gli attori non sono scelti più dai registi ma dai casting director, che a volte hanno preferenze che prescindono dall'abilità dell'attore; a teatro gli impresari cercano di usare la notorietà di un presentatore televisivo e lo fanno recitare, senza che questi abbia la preparazione tecnica necessaria per esempio a proiettare la voce, cosa che in televisione non serve.

Eduardo ha scritto anche per la televisione?

Un romanzo, Peppino Girella in sei puntate, che è stato ripetuto per ben tre volte, sempre col massimo d’ascolto, nel ‘62, nel ‘70 e alla fine del ‘73, sul primo, sul secondo e sul terzo canale della televisione. La storia prendeva spunto da un mio racconto intitolato Lo schiaffo: una famiglia di pescatori di Positano vive molto poveramente, la moglie fa la sarta, il padre si ritrova senza lavoro e l’unico che porta i soldi a casa è il figlio. Di conseguenza la moglie riversa sul ragazzino le attenzioni che prima aveva per il marito, che a sua volta inizia a odiare il figlio e a disprezzare se stesso. Come accade anche oggi, in Pakistan come nella provincia italiana.

Questo sceneggiato del 1962 fu profetico perché tocca problemi che esplosero in seguito: le ingiustizie sociali, il contrabbando tollerato dalle autorità, la mancanza di case, la disoccupazione, il lavoro dei minorenni, la droga. Ed è un peccato che i politici non facciano attenzione agli scrittori che descrivono i problemi dell’umanità, che non prendano spunto dagli artisti che hanno sempre in loro qualcosa di profetico e che suggeriscono qualche soluzione. A volte Eduardo si angustiava perché dopo anni riprendeva le commedie messe in scena in passato e osservava che le cose non erano cambiate. Per esempio, riprese nel ‘73 Il Sindaco del Rione Sanità, che aveva scritto nel ‘60, rendendosi conto che i problemi di giustizia descritti in quella commedia non erano stati ancora risolti.

Come si preparava Eduardo De Filippo prima di andare in scena?

Per immedesimarsi in un ruolo amava truccarsi da sé, perché diceva di non poter affidare la maschera del suo personaggio a truccatori che se pur bravissimi non conoscevano quello che lui aveva in mente di rappresentare. Quando aveva 25 anni, decise di lavorare con una compagnia dal repertorio italiano e lasciò al fratello Peppino tutte le parti che aveva recitato nella compagnia napoletana di Vincenzo Scarpetta, che era il loro fratellastro.

Non si trovò bene con quella compagnia e ritornò in famiglia. Siccome non voleva togliere i personaggi al fratello, iniziò a fare le parti di vecchio, truccandosi da solo. Forse iniziò da lì la sua consapevolezza di “trucc-attore”. Si divertiva a invecchiarsi, a inventare nuovi trucchi minuziosi che negli anni Settanta descrisse in un articolo pubblicato su Vogue.

Ed Eduardo regista?

Era esigente e questo gli valse la fama di “cattivo carattere” tra gli attori. In realtà quello che pretendeva dagli altri era un quinto di quello che pretendeva da se stesso; lo faceva per lo spettacolo, per la precisione della messinscena. E nella vita, se la compagnia gli era congeniale, diventava una fonte zampillante di aneddoti su persone che aveva conosciuto, di modi di vivere, perché dal 1900 al 1984 è stato testimone di tutto, spedizioni in Africa, prima e seconda guerra mondiale, fascismo…

Prediligeva qualche compito del lavoro d’attore?

Ricevere il pubblico che lo voleva salutare dopo lo spettacolo. A volte stava fino alle due di notte ad ascoltare, specialmente i giovani, che volevano sapere cose della vita e del teatro. Per questo era la dannazione di tutti i guardiani dei teatri che volevano andare a casa e spesso venivano da me, a chiedere pietà. A uno di loro Eduardo disse di andare pure: avrebbe chiuso lui.

C’erano tra il pubblico e Eduardo la complicità, il riconoscimento che il suo teatro era sociale e democratico, nel senso che riguardava il popolo e la vita.

Io ho viaggiato parecchio, ho visto recitare grandi attori come Nikolai Cherkasov, uno dei preferiti di Eisenstein, o Lawrence Olivier. Tutti erano applauditissimi ma il modo in cui gli spettatori applaudivano Eduardo aveva un’altra consapevolezza, come se lo ringraziassero di aver mostrato loro a loro stessi. Anch’io, che ero la sua donna, quando lo vedevo a teatro riuscivo a spersonalizzare il mio legame con lui e sentivo gratitudine verso un artista che portava a teatro e ingrandiva i piccoli e per niente eroici episodi di vita quotidiana, individuando gli ingranaggi che la muovono, passando continuamente dall’amarezza al riso alla riflessione.

Per questo all’inizio Eduardo non venne apprezzato in Francia, dove fino alla fine degli anni Settanta si faceva una netta divisione tra il teatro comico e quello tragico, e molti critici e spettatori pensavano che fosse una gran confusione la tragicommedia, far ridere e poi piangere in una sola rappresentazione. Lui allora si meravigliava e si chiedeva: “Ma questi sono vivi?”.

Lei ha scritto che quella con Eduardo è “una storia che non è mai finita”. Come vi siete incontrati?

Per me non è mai finita, anche se questo mi fa sentire sola, perché non c’è più la persona con la quale condividevo i miei entusiasmi, i dolori o cattivi umori, per esempio quando correggevo le sue bozze di stampa e litigavamo perché da un giorno all’altro mi dava spiegazioni contraddittorie sugli accenti e gli apostrofi di alcune parole napoletane.

L’avevo conosciuto anni prima che ci innamorassimo, mi faceva la corte e io ero lusingatissima ma quella differenza di età tra di noi, quasi 22 anni, me lo faceva vedere come un vecchio signore. Dieci anni dopo, d’estate, andai con degli amici comuni a Isca, l’isola di Eduardo. Scoppiò il colpo di fulmine e non ci lasciammo più.

Abbiamo vissuto trent’anni insieme, nel ‘77 ci siamo sposati e abbiamo continuato a vivere separati, perché ci piaceva stare insieme il giorno e poi allontanarci la sera, telefonarci per la buonanotte. Quando poi lui ha cominciato a essere troppo vecchio per stare da solo, sono andata ad abitare in uno degli appartamenti vicini al suo. E un giorno mi disse che gli mancava la telefonata notturna: non avevamo il trantran della vita in comune, pur stando insieme; c’era la libertà, la giusta distanza che ci attraeva.

In che modo l’ha affascinata?

E’ difficile dire perché ci si innamora: mi sono innamorata di lui non solo fisicamente ma anche della sua intelligenza, imprevedibilità, originalità, della sua testa simile a un computer, che ricordava tutto quello che gli era utile per il teatro.

Come si riconosce un grande amore?

Un grande amore è una cosa rara. Eh, “l’ammore che ‘ddè?”, dice Eduardo in una sua poesia. Si riconosce dal fatto che non si può vivere senza questa persona, è come un iceberg, che mostra la sua punta ma nasconde tutta la passione, la dipendenza, la complicità che riguardano solo le due persone interessate. Si potrebbe abbandonare tutto per lui. Da parte di Eduardo non era così, perché so benissimo che avrebbe potuto abbandonarmi per il teatro, e questo in verità mi piaceva molto, perché dimostrava la sua completa dedizione alla sua arte.



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