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324 - 05.07.07


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Cosa c’è di nichilista
nella blogosfera?
Geert Lovink

Questo articolo è la terza parte di un saggio basato su una lecture tenuta a Berlino presso il Berlin Institute of Advanced Study, Wissenschaftskolleg, il 26 marzo 2006 e apparirà nel libro in uscita di Geert Lovink dal titolo “Zero Comments” (Routledge).

Leggi la prima parte:
Veloci, leggeri e personali. I blog prendono il volo

Leggi la seconda parte:
Alla scoperta della ragion cinica

Leggi la terza parte:
Cosa c’è di nichilista nella blogosfera?

Leggi la quarta parte:
Annegare in un arcipelago di link

I blog provocano declino. Si suppone che ogni nuovo blog si aggiunga alla caduta del sistema dei media che un tempo dominavano il ventesimo secolo. Questo processo non è paragonabile a un’esplosione improvvisa. L’erosione dei mass media non può essere facilmente tracciata in base alle cifre delle vendite stagnanti e del lettorato in declino dei giornali. In molte parti del mondo, la televisione è ancora in crescita. Quello che è in declino è la “fede nel messaggio”. Questo è il momento nichilista e i blog facilitano questa cultura come nessun’altra piattaforma ha fatto prima. Venduti dai positivisti come cronaca fatta dai cittadini, i blog assistono gli utenti nel loro passaggio dalla Verità al Niente. Il messaggio stampato e teletrasmesso ha perso la propria aura. Le notizie vengono consumate come un prodotto con valore di intrattenimento. Anziché lamentarci del colore ideologico delle notizie, come ha fatto la generazione precedente, noi blogghiamo come segno del riconquistato potere dello spirito. Come un atto micro-eroico, nietzschiano, del popolo del pigiama, i blog emergono da un nichilismo di forza, non dalla debolezza del pessimismo. Invece di presentare le entry dei blog come auto-promozione, dovremmo interpretarle come artefatti decadenti che smantellano a distanza il potere vigoroso e seducente dei media radio-televisivi.

I blogger sono nichilisti perché sono “buoni a niente”. Postano nel Nirvana e hanno trasformato la loro futilità in una forza produttiva. Sono “nullisti” che celebrano la morte delle strutture di significato centralizzate e ignorano l’accusa secondo cui produrrebbero solo rumore. Sono disingannatori la cui condotta e le cui opinioni sono considerate inutili. Justin Clemens nota che il termine nichilismo è stato rimpiazzato da appellativi come “anti-democratico”, “terrorista” e “fondamentalista”. Tuttavia, nel corso degli anni si è assistito a una notevole rinascita del termine, sebbene, in genere, non si tratti di niente di più di osservazioni di passaggio. Una teorizzazione significativa della “situazione” venne compiuta a metà del ventesimo secolo,e includeva la rielaborazione di fonti del diciannovesimo secolo come Kierkegaard, Stirner e Nietzsche. L’esistenzialismo, dopo le due Guerre Mondiali, teorizzava che i gulag, Auschwitz e Hiroshima fossero manifestazioni del Male Organizzato che avevano dato origine a una crisi generale delle credenze esistenti. Per coloro che fossero ancora interessati alla teoria, The Will to Technology and The Culture of Nihilism (2004) di Arthur Kroker è una lettura indispensabile che mette Heidegger, Nietzsche e Marx in una prospettiva contemporanea, tecno-nichilista.

Ci troviamo di fronte a un “nichilismo compiuto” (Gianni Vattimo) per il fatto che i blogger hanno capito che la realizzazione del nichilismo è un fatto. Gianni Vattimo sostiene che il nichilismo non è l’assenza di significato ma un riconoscimento della pluralità dei significati; non è la fine della civiltà ma l’inizio di nuovi paradigmi sociali, tra cui quello dei blog. Generalmente associato alla convinzione pessimistica secondo cui tutta l’esistenza è priva di significato, il nichilismo sarebbe una dottrina etica in base alla quale non esistono più assoluti morali o leggi naturali infallibili e la “verità” è inevitabilmente soggettiva. In termini mediatici, vediamo che questo atteggiamento si traduce in una sfiducia crescente per la produzione di grandi organizzazioni commerciali di news e per lo spin che i politici e i loro consulenti generano. Mettere in dubbio il messaggio non è più un atto sovversivo dei cittadini impegnati ma l’atteggiamento a priori, che precede anche l’accensione della tv o del pc.

Il nichilismo designa l’impossibilità di opposizione – uno stato di cose che, in maniera per nulla sorprendente, genera una grande ansia. Il nichilismo non è un sistema di credenze monolitico. Non “crediamo” più nel Nulla, come nella Russia del diciannovesimo secolo o nella Parigi del dopoguerra. Il nichilismo non è più un pericolo o un problema, ma la condizione postmoderna predefinita. È una caratteristica della vita comune, persino banale, come scrive Karen Carr, che non è più legata alla Questione Religiosa. I blog non sono né religiosi né secolari. Sono “post-virtù”. Oggi la temporalità paradossale del nichilismo è quella del no-quasi-già-ora. Sulla scia di Giorgio Agamben, Justin Clemens scrive che “il nichilismo non è semplicemente un’altra epoca in mezzo al succedersi delle altre: è la forma finalmente compiuta di un disastro che è accaduto molto tempo fa”. Nel contesto mediatico questo sarebbe il momento in cui i mass media perdono la loro rivendicazione della Verità e non possono più operare come autorità. Non datiamo questo evento nel tempo, dato che un momento così significativo può essere sia personale che storico-culturale. È lo spostamento dal McLuhan festivo al Baudrillard nichilista che ogni utente dei media sta attraversando, e che si basa nell’infondatezza del discorso in rete con cui gli utenti giocano.

Traslando l’intuizione di Karen Carr nella situazione odierna, potremmo dire che il blogger è un individuo “che vive nel confronto auto-cosciente con un mondo privo di significato, rifiutando o di negare il suo potere o di soccombervi.” Eppure ciò non produce un gesto eroico. I blog non nascono dalla noia, né da qualche vuoto esistenziale. Carr sottolinea giustamente che “per molti postmodernisti, la presenza del nichilismo evoca non il terrore ma uno sbadiglio”. In confronto ai secoli precedenti, la sua crisi di valori è diminuita. Se i blogger sono classificati come nichilisti significa semplicemente che hanno smesso di credere nei media.

“La conversazione pubblica globale, sempre accesa, sempre collegata, sempre immediata” accelera la frammentazione del panorama dei media. Kline e Burnstein qui si trovano in disaccordo (non sono affatto nichilisti). “Piuttosto che vedere la proliferazione di blog specializzati come un indicatore della frammentazione della nostra società, dovremmo pensare che questa tendenza offre a esperti-cittadini un modo per emergere e riunire gruppi globali in molti campi disparati”. Dalla prospettiva della classe politica, una selezione di blogger può essere strumentalizzata come fossero “indicatori di opinione”. Tuttavia, quegli stessi blogger possono essere, altrettanto facilmente, liquidati il giorno dopo come “giornalisti in pigiama” e finire ignorati come “rumore”. Siccome ogni inganno necessariamente deve crollare, l’ondata di pr negative è pre-programmata. I blogger potrebbero comunicare ai media su quali questioni le persone dicono di voler riflettere. Ma una volta svanita la foga, a chi importa? Il nichilismo inizia lì, dopo la caduta dei blog, il laptop rubato, il server fracassato, i file di back-up illegibili, il service provider scomparso, i “comments (0)”. È allora che possiamo veramente mettere in risalto i nostri Pathos des Umsonst, l’atto dell’Essere Invano.

Lo scrittore David Kline non può proprio fare a meno di assumere il suo tono new age quando spiega che nonostante tutto il nichilismo esistente, i blog non sono invano. “La verità è che non sono solo tediosi discorsi sconnessi di scritti noiosi per annoiati. Sebbene perlopiù siano scrittori non professionisti, i blogger sono spesso eloquenti cosicché coloro che non sono consapevolmente impeccabili risultano spesso grezzi, senza censure e stimolati dal suono delle loro voci appena risvegliate. Tenendo un diario quotidiano dei loro riti di passaggio, i blogger spesso danno una forma e un significato alle fasi e ai cicli delle loro vite che non verrebbero altrimenti colti nella confusione dell’esistenza moderna” (dal libro Blog!, Sperling & Kupfer).
Gli allievi di Foucault direbbero qualcosa di simile, ovvero che i blog sono “tecnologie del Sé”. Ma se il “Sé” avesse finito le batterie? Potremmo dire con Dominic Pettman che bloggare è una ricerca incessante nell’età della spossatezza. I blog esplorano ciò che accade una volta che si è distrutta l’illusione che ci sia una “persona” dietro la valanga di scelte di stili di vita e identità popolari simili all’interno delle reti sociali online.

Non importa quanto si parli di “comunità” o di “mob”, resta il fatto che i blog sono usati principalmente come strumento per auto-gestirsi. Con gestione mi riferisco qui tanto alla necessità di strutturare la propria vita, di rimettere in ordine, di dominare gli immensi flussi di informazione, quanto alle pubbliche relazioni e alla promozione delle Ich-AG, come vengono dette nella Germania oppressa dalla crisi. I blog sono parte di una cultura più ampia che fabbrica celebrità a ogni livello possibile.

Alcuni lamentano il fatto che i blog sono troppo personali, persino egocentrici, mentre la maggior parte dei lettori dei blog si lasciano andare a penetrazioni esibizioniste e non riescono ad averne abbastanza. Claire E. Write avverte gli scrittori di blog di non dare la possibilità di lasciare commenti. “Pochi blogger sostengono che i blog che non permettono commenti da parte dei lettori non siano ‘veri’ blog. La maggior parte dei blogger non segue questa linea di pensiero e ritiene che i commenti dei lettori trasformino un blog in una bacheca. L’essenza di un blog non è l’interattività del mezzo: è la condivisione dei pensieri e delle opinioni del blogger. Inserire i commenti nel proprio blog solleva una serie di problemi: si trascorrerà molto tempo a controllare i post, a eliminare spam e trolls e a rispondere alle infinite domande tecniche poste da coloro che si registrano”. Questo consiglio ovviamente va contro i valori essenziali della cosiddetta A-list dei blogger. Non è interessante che i servizi di blogging offrano la possibilità di eliminare i commenti dopotutto? Per esempio, David Weinberger, guru del Cluetrain Manifesto, afferma che “i blog non sono una nuova forma di giornalismo e neppure sono costituiti principalmente da adolescenti che si lamentano dei loro insegnanti. I blog non sono neppure principalmente una forma di espressione individuale. Si definiscono meglio come conversazioni.”

I blogger sono persone che corrono rischi? Ovviamente la cultura dei blog è diversa dal culto del rischio imprenditoriale incarnato da guru del management come Tom Peters. In maniera molto simile alla definizione di rischio data da Ulrich Beck, i blogger affrontano rischi e insicurezze indotti dalle continue ondate di modernizzazione. Ciò che è bloggato è l’incessante incertezza del quotidiano. Mentre gli imprenditori colonizzano il futuro, stimolati da allucinazioni collettive, i blogger espongono il presente in cui si trovano presi.

Bloggare è la risposta all’“individualizzazione della diseguaglianza”. Una risposta che si muove non tanto con l’azione collettiva, ma con il collegamento massiccio iper-individuale. Questo è il nuovo paradosso della rete: allo stesso tempo, ci sono a portata di mano costruzione e distruzione del sociale. La timida internazionalizzazione finisce e si trasforma in rivelazione radicale. Nessun sito web anticipa questa pratica meglio di quello della Fucked Company, un precursore della cultura dei blog in cui gli impiegati delle aziende della New Economy postano in forma anonima voci e lamentele, e cosa ancora più interessante, le circolari interne.

I blogger disturbano coloro che disturbano. Essi prevalgono sulla discussione costante sul “cambiamento”. È assai facile attaccare la grande azienda post-moderna, dato che essa dipende esclusivamente da un’immagine pubblica vuota, sviluppata da consulenti terzi. I diari online, le offese e i commenti sconfiggono molto facilmente l’armonia artefatta a cui l’ingegneria di comunità aspira.
In Democracy Matters di Cornel West (2004) c’è un capitolo intitolato “Nichilismo in America”. L’Occidente distingue tra il nichilismo evangelico dei neo-conservatori che ruotano attorno a Bush e una versione paternalistica praticata da democratici come John Kerry e Hillary Clinton. Una terza forma, il cosiddetto “nichilismo sentimentale” preferisce rimanere sulla superficie dei problemi piuttosto che ricercare la loro profondità sostanziale. Esso dà un’adesione puramente formale alle questioni anziché ritrarne la complessità. Questa tendenza a restare in superficie, toccare un argomento, additare un articolo senza neppure dare un’opinione adeguata a riguardo - aldilà della citazione -, è una pratica diffusa e fondativa del blogging. Quanti post, possiamo chiederci con Cornel West, sono domande socratiche? Perché la blogosfera è così ossessionata dal misurare, dal contare e dal feeding, e così poco dalla retorica, dall’estetica e dall’etica? Non dovremmo terminare con questioni morali. La speranza di superare il nichilismo rimanda a Nietzsche ed è rilevante anche nel contesto dei blog. La sfida posta dai milioni che bloggano è come superare la mancanza di significato senza ricadere nelle strutture di significato centralizzate.

Traduzione dall’inglese di Martina Toti

L'intero saggio è stato pubblicato per la prima volta in tedesco su Lettre Internationale 73. La versione inglese è stata fornita da Eurozine

© Geert Lovink, Eurozine


 

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