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Non solo Woody Allen



Guido Fink con Tina Cosmai




Guido Fink, Non solo Woody Allen (La tradizione ebraica nel cinema americano), Marsilio Editore, pp.276 Ä24,79

Non solo Woody Allen è un libro che affronta con passione la storia del cinema ebreo americano. L’opera ha una genesi frammentaria, perché è una raccolta di saggi e di articoli che l’autore, Guido Fink, studioso di letteratura angloamericana, di cultura ebraica e di cinema, ha raccolto nel corso degli anni.

“Non ho mai pubblicato le cose così com’erano” afferma Fink “ perché ci ripensavo mentre le passavo al computer e mi dicevo che su certi argomenti non ero più d’accordo, che dovevo modificarli. Il tutto è stato ripensato; ero convinto di aver quasi finito nel 1999 e invece sono andato avanti per ben due anni”.

Eppure, al di là di questa apparente frammentazione, l’anima del libro è profondamente compatta nel coinvolgimento emotivo evidente tra le pagine e le parole scritte, dalle quali emerge un amore forte per il cinema americano. Direi che è un’opera vissuta, con una sua autonomia letteraria, e la scomposizione dà al lettore l’impressione di guardare immagini alla moviola, un film di parole, d’arte, di storia, di cultura, di radici.

E’ corretto parlare di cinema ebraico americano, o equivale ad introdurre una categoria ?

Non era mia intenzione proporre una categoria, definire cosa è o cosa non è il cinema ebraico americano. Si potrebbe dire che è il cinema fatto da autori ebrei ma, nemmeno questo è totalmente esatto, perché vi sono autori ebrei che nella loro professione, nella loro arte, si sono distaccati dalle loro origini.

Potrebbe essere il cinema che tratta di argomenti ebraici, il che è stato fatto anche da persone non ebree e addirittura antisemite, pensiamo ad esempio alla propaganda antiebraica fatta dal cinema nazista tedesco. In America, prima della seconda guerra mondiale e fino agli anni ’40-’50, moltissimi registi erano ebrei “per caso”, il loro lavoro non si distingueva granchè da quello dei colleghi protestanti o cattolici.

Quindi se si cercano risposte precise è meglio che non si legga questo mio libro; io ho cercato di parlare di alcune tematiche e problematiche della cultura e tradizione ebraica che si trovano nel cinema americano. La verità è che si tratta di un libro molto sfumato dove mancano risposte precise.

Allora cosa c’è di ebraico nel cinema americano ?

Ci sono certi film di registi come Billy Wilder o Ernst Lubitsch, che non espongono tematiche ebraiche però, hanno un’ottica, un’impostazione che si lega all’ebraismo: quell’ironia di fondo, quella tendenza alla mescolanza, all’osmosi con la tradizione americana. E ciò accade anche nella letteratura.

Nell’anteguerra moltissimi ebrei hanno lavorato nell’industria cinematografica americana, però il cinema non affrontava, forse per imbarazzo, le dolorose tematiche ebraiche. Gli ebrei in fondo dovevano assimilarsi, diventare americani, non ostentare la loro differenza. Eppure credo che proprio nel periodo dell’anteguerra ci siano stati molti film cripto-ebraici.

E Woody Allen, quale eredità ebraica porta, nel cinema americano?

Sicuramente Woody Allen, nei suoi film, esprime l’umorismo ebraico. Allen appartiene ad un’epoca in cui si comincia a parlare direttamente di tematiche ebraiche. Lui è nato nel 1935, è un mio coetaneo, ha cominciato a lavorare in radio, in televisione e quando è approdato al cinema, l’idea dell’umorismo ebraico esisteva già, perché dopo la seconda guerra mondiale, molti scrittori, commediografi e gente dello spettacolo hanno lavorato su questo tema.

Certamente Allen l’affronta in maniera più diretta ottenendo così un gran successo. Nel suo cinema vive l’ironia sul rimorso di cento e più anni di silenzi; è un cinema ricco di riferimenti alla tradizione ebraica sulla quale Allen ironizza, creando un atteggiamento nuovo, disincantato, moderno. C’è una messa in scena della tradizione ebraica e dunque si può parlare di cinema ebraico americano.

Secondo lei c’è una conciliazione o una contraddizione tra la cultura ebraica biblica e quella americana dell’apparenza?

Anche l’America ha una cultura biblica forte, è un Paese in cui la Bibbia è molto letta e studiata, sicuramente più di quanto lo sia in Italia. Il pensiero americano ha saputo conciliare la tradizione biblica che condanna la rappresentazione figurale e il culto americano dell’immagine. Difatti le grandi metafore bibliche, come l’esodo, il diluvio, fanno parte dell’immaginario collettivo americano e sono più note negli Stati Uniti che in Italia.

Nel suo libro lei parla diffusamente del rapporto tra teatro e cinema ebraico americano…

Il teatro americano è nato in ritardo rispetto a quello europeo e alle sue grandi espressioni, dalla Grecia classica a Shakespeare, fino al Novecento con l’espressionismo. Ed è stata la minoranza ebraica, quella che parlava jiddish, quella proveniente dall’Europa centrale e orientale a compiere un’operazione importante, a tradurre in lingua testi teatrali europei. Così, il teatro jiddish di New York presentava Shakespeare, Ibsen e Pirandello, che è quindi stato rappresentato prima in jiddish e poi in italiano e in inglese. La minoranza ebraica ha favorito in maniera determinante la diffusione della teatralità in America, che poi fiorirà nella Costa Est, e prenderà la forma del grande musical, ma anche dei drammi del Novecento scritti da grandi autori ebrei come Arthur Miller, ma anche non ebrei, come Tennessee Williams.

Leggendo il suo libro ho avuto l’impressione che lei affronti certi argomenti come fossero immagini oniriche. Se è così, lo fa per evidenziare il rapporto tra l’inconscio collettivo ebraico e il cinema, o quello tra l’inconscio individuale e il film?

Al rapporto tra l’inconscio collettivo ebraico e il cinema, non credo di aver coscientemente pensato, allo spettatore sì, sempre. Credo che sia lo spettatore, come il lettore rispetto al libro, a rendere l’opera autentica, viva. Sono stato stimolato, su questo argomento da un amico, Sandro Bernardi, che ho citato anche nel libro. Lui insegna cinema a Firenze e mi ha incoraggiato a scrivere un altro capitolo sullo spettatore, in particolare lo spettatore ebreo.

Sono partito dall’analisi di un racconto di un certo Schwartz che fa un sogno in cui vede i suoi genitori in un vecchio film muto. Ho tirato fuori l’idea del senso del passato - non a caso la psicoanalisi è una disciplina ebraica, almeno in origine; ho cercato di andare aventi in questa direzione ma in realtà sono riuscito a fare soltanto una distinzione tra lo spettatore ebreo europeo che va al cinema sperando di mescolarsi, di nascondersi tra gli altri, e lo spettatore ebreo americano che vive il cinema senza implicazioni oniriche e inconsce. Per quest’ultimo al cinema ci si nasconde semplicemente perché in sala è buio, dunque non affronta nessun conto con il proprio passato, con la persecuzione.

Veniamo al rapporto tra il cinema americano e la Shoah. Come si è evoluta la rappresentazione della storia dell’Olocausto, quali sono stati i passaggi?

Direi che ci si è arrivati abbastanza tardi considerando che in America si conoscevano i fatti prima che in Europa. Gli ebrei europei sono stati vittime proprio a causa di questa disinformazione su ciò che accadeva, sui reali piani di Hitler. Ma in America c’era la tendenza a rimuovere tali informazioni, perché i grandi produttori ebrei, come quelli della Metro o della Warner, temevano una propaganda antitedesca forte, perché diffondevano i loro film anche all'interno del mercato tedesco.

L’America stava per entrare in guerra e quindi c'era il pericolo che si pensasse ad un conflitto a favore degli ebrei. E nel primissimo dopoguerra non si parlava della Shoah per ritegno, perché si credeva fosse giusto dare parola e immagine solo a chi l’Olocausto l’aveva vissuto. Per molto tempo quindi questa realtà è stata affrontata in maniera marginale, fino agli anni Sessanta, periodo in cui tutte le minoranze hanno cominciato ad affermare i loro diritti. Parlo delle minoranze afro americane, e la minoranza nera che senza dubbio aveva battaglie più dure da combattere in America, rispetto a quella ebrea.

La rivolta dei neri apre la discussione su realtà difficili e dolorose e con il film The Pawnbroker (L’uomo del banco dei pegni), del 1965 diretto da Sidney Lumet, si comincia a parlare anche della tragedia ebraica. E ciò accade contemporaneamente in letteratura con scrittori come Saul Bellow e Bernard Malamud. Certo è stato un inizio metaforico, allegorico, ma con un’evoluzione diretta, precisa, sino ad arrivare a film come Schindler’s List del 1993, che tuttavia a molti è sembrato un film banale, di sfruttamento della Storia; stesse polemiche per La vita è bella di Benigni.

Anche a me sono state mosse delle critiche, del tipo che non sono stato abbastanza duro con Steven Spielberg. Sinceramente credo che Spielberg sia un grandissimo regista; è chiaro che è anche un grande uomo d’affari ma insomma, è uno dei pochi registi oggi ad avere lo spessore di un John Ford, dei grandi creatori di immagini e di miti del cinema americano.

Si può affermare che il cinema americano sia un fantastico spettacolo dei sentimenti… ?

Assolutamente. Come ho commentato nel mio libro, l’amore per il cinema americano è stata la molla che mi ha spinto a scrivere questo saggio. E’ l’effetto, l’immagine forte, lo spettacolo delle emozioni che distingue il cinema americano da quello europeo.

Pensa che il cinema racconterà il difficile rapporto tra israeliani e palestinesi, e se lo farà, lei come se l’immagina?

Il cinema israeliano lo sta già facendo, e con molto coraggio. Penso ai film di Gitai, di Barbash, e del giovane Joseph Cedar, un ebreo ortodosso di origine americana che nel suo primo film, Time of favor, racconta la sua esperienza in un gruppo organizzato da un rabbino fanatico che voleva far saltare la moschea di Al Aqsa, e della crisi di coscienza che lo ha infine portato a denunciare il suo "maestro" e far fallire la congiura. In varie città degli Stati Uniti si svolgono annualmente festival del cinema (e della televisione) israeliani, con molto successo: ma ben poco, per non dire niente, arriva in Italia, benché presso di noi abbia avuto tanta e meritata diffusione la narrativa dei grandi scrittori israeliani, Grossman, Oz, Yehoshua.

Fra l'altro, film come quello di Joseph Cedar servirebbero a correggere la disinformazione, non so se voluta o meno, della stampa italiana, che con pochissime eccezioni, nel riferire sulla tragedia medio-orientale, tende a colpevolizzare sempre e comunque solo una delle due parti in lotta, e cioè Israele, fra l'altro ignorando o dimenticando le vicende storiche, anche recenti, che hanno portato alla situazione odierna.

 

 

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