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Il mistero delle tre orchidee



Antonia Anania



Augusto De Angelis, Il mistero delle tre orchidee, Sellerio, 2001, 206 pp., Lire18.000.

Tutti, anche i non appassionati di noir, hanno sentito parlare del detective Philip Marlowe creato da Raymond Chandler. Tutti, anche quelli che fanno a meno della collezione de I gialli Mondadori, hanno in mente Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle o l’ispettore Maigret di Georges Simenon. Non tutti invece sanno dell’esistenza (immaginaria ovviamente) del commissario De Vincenzi e di quella storica del suo padre letterario, Augusto De Angelis (1888-1944). Che, giornalista anti-fascista, ‘creò’ il giallo poliziesco italiano, in tempi “neri” per il genere.

Quest’anno la Sellerio di Palermo ha deciso di ripubblicare uno dei casi risolti da questo commissario, Il mistero delle tre orchidee, forse per evitarne l’oblio totale soprattutto tra i lettori più giovani. Il romanzo fu scritto e pubblicato per la prima volta nel 1942, quando la cultura fascista considerava il giallo un genere di scarso gusto, corruttore dell’immaginario collettivo nazionale, per cui se proprio si voleva scriverne uno, agli italiani bisognava dare unicamente ruoli di buoni e agli stranieri quelli di cattivi. Questo fino al 1943, quando tutti i polizieschi vennero sequestrati dal regime.

Il mistero delle tre orchidee si svolge a Milano, nella Casa di Mode O’Brian, un luogo “torbido, fuori luce” dove si susseguono donne enigmatiche e gangster americani, modelle e dongiovanni, ricatti e cambi d’identità. E tre cadaveri accompagnati ognuno da un’orchidea. Il commissario De Vincenzi dovrà districarsi con ragione e sentimento fra indizi apparenti e reali, interrogatori e risoluzioni, oggetti determinanti e oggetti tanto ingannatori da far dire: “Raramente gli oggetti parlano… almeno nel senso che intendono i più, quando si tratta di una inchiesta criminale. Io non corro mai dietro alle tracce e agli indizi materiali… ed è per questo che tanto spesso sbaglio.” p.70).

I ritmi, le parole, la stessa storia sanno d’antico, d’altri tempi - e gli Anni Quaranta di per sé hanno il fascino del mistero e del giallo, per cui è facile oggi vedere al cinema o trovare in libreria storie di spie, indagini e poliziotti ambientate in quel periodo.

Si trova scritto “bracciuoli” o “alla volta” o “aveva appartenuto” o “pastrano” e si dà il “voi”, non il “lei”. Il commissario agisce con un ossequio maggiore di quello col quale ci si rivolge adesso agli interrogati e sospettati, e spesso proferisce sentenze o spiega puntigliosamente meccanismi che oggi sarebbe superfluo far illustrare ai suoi discendenti, ispettori e marescialli delle fiction televisive, come La Squadra o Distretto di polizia.

Dove i ritmi sono certamente più veloci, gli effetti speciali maggiori, mentre le fughe e i colpi allo stomaco rimangono evergreen, perché il poliziesco è “tutto azione, tesa, vibrante, frenetica, quanto più calcolata”, teorizzò lo stesso De Angelis ne Il romanzo “giallo”: confessioni e meditazioni (in I pericolosi anni Trenta, supergiallo mondadori, n.10, 1997).

E all’azione aggiunse lo studio psicanalitico di indagati e indagatori, sia uomini che donne: “Sapeva che con una domanda improvvisa e inaspettata si può prendere di sorpresa un uomo; ma non si prende mai alla sprovvista una donna. Essa ha la menzogna facile, il diversivo pronto, la deviazione immediata” (p.38).

Come Philip Marlowe o Maigret, anche De Vincenzi ebbe il suo volto televisivo, in bianco e nero e negli anni Settanta, quando la Rai mandò in onda i casi de Il commissario De Vincenzi, interpretato da Paolo Stoppa. Ma pochi ricordano lo sceneggiato, perché a differenza de Il commissario Maigret, impersonato da Gino Cervi, non fu più rimesso in onda.

Viene da chiedersi perché, ma nel frattempo una sola avvertenza potrebbe accompagnare l’acquisto de Il mistero delle tre orchidee: che si legga con il rispetto che si deve a un antenato. Per cercarne le origini, intravederne le somiglianze, capirne le differenze con chi ne ha preso l’eredità.

“De Vincenzi vide il cadavere, vide Cristiana e vide l’orchidea. Ai cadaveri e alle donne era abituato, alle orchidee un po’ meno, per quanto invece le amasse assai di più. Così il suo sguardo si arrestò più lungamente e con compiacenza sul fiore. Mostruoso fiore fatto di carne, nato dal limo in putrefazione, cresciuto in una atmosfera da tropico.”, p.37.

 

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