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Latte



Costanza Macchi



Christian Raimo, Latte, Minimum fax, 169 pagine, 18mila lire.

Christian Raimo è nato nel 1975 e vive a Roma. Oltre ad aver tradotto i libri di Charles Bukowski e di David Foster Wallace, recita cabaret con il suo gruppo, I Cavalieri del Tiè.

“Vuoi sapere qualcosa sulla vita, allora guarda/ non cercare né cataloghi né portacassette/ né album portafoto, amore guarda”. Che poi, a raccontare la vita, una volta che ci sono gli ingredienti, ci pensano le parole. Le quali sanno di affetti e dolore, di corpo e ricordo, di storia universale e storie di oggi. Che sono capaci di andare a fondo pur dando l’illusione di galleggiare in superficie, leggere come lo stile che le raccoglie e le regala.

Il ritmo che incastra e che sorprende è quello che collega gli otto racconti della raccolta Latte, edita per i tipi di minimum fax e firmata da Christian Raimo, 26 anni, che con questa opera prima promette bene e sicuramente manterrà meglio.

E se è vero che per stile e genere le storie di Latte sono difficilmente catalogabili, -due sono addirittura in versi-, è altrettanto vario il mondo che incarnano e che rappresentano. C’è la perversità del destino dei gemelli e un dolore raccontato attraverso un riscatto tutto emotivo; c’è il “mi stai a cuore” per un padre scoperto diverso da quello che si credeva; ci sono le notti in cui si è testimoni di risse con “manganellimattarellimazzedabaseball”. E queste notti sono le stesse in cui si dorme e si sogna Harpo Marx.

Poi ci sono i reality show grotteschi, talmente tanto da sembrare veri; e poi c’è quell’“unica verità” di un nonno ex partigiano che vuole diventare supereroe…. Mondi diversi, ma messi accanto come le facce della realtà che spesso combaciano senza appartenersi e condividersi.

Latte racconta tutto questo e allo stesso tempo è tutto quello che racconta, e ascoltarlo è come memorizzare ritornelli-molliche lasciati dall’autore per permetterci di ritrovare una strada che lui ogni tanto ci lascia intravedere. Anche se a ben guardare, tra le righe e a volte ben oltre, è la lingua che fa da padrona e che va man mano richiudendosi in se stessa, a lesinarsi o a inorgoglirsi in un rifiuto minimalista alla sovraesposizione.

Per cui se nel racconto dal titolo Ricorrenze, la paranoica rappresentazione dell’amore per le parole è dimostrato con lezioni da dizionario: “Insonnia: s.f. Impossibilità, difficoltà o anormale brevità del sonno, sintomo fondamentale degli stati depressivi o ansiosi”, non accade lo stesso ne Il cuore colpito, in cui le regole vengono rispettate, sì, ma viene anche concesso asilo alle contaminazioni del reale. Per altro tutte dichiarate: “Ti dà fastidio, dico, che ti amo? O che ti ami, non so come si dice, col congiuntivo forse”. Quasi che la correttezza (grammaticale) dell’espressione abbia lo stesso peso e valore del contenuto della confessione.

Diversamente dalla narrazione sfociata nei versi di Heartfield baked potato, in cui sembra che Raimo voglia regalare con le parole momenti icastici anche solo per il suono che generano: “dejà vu di dejà vu, labbra di labbra”. Poi, solo poi, nel racconto che dà il nome al volume si arriva all’abuso divertito della lingua con espressioni limite anche nel parlato: “Si chiedeva infatti davvero perché dormire (…), quale forma quotidiano bassa avessero i suoi pensieri…”.

A definirlo con una sola espressione, Latte è un mosaico, ma un mosaico nuovo, fresco, che rischia e si spinge lontano, a volte troppo. Ma va bene lo stesso, perché non s’era ancora visto e questo è tanto. E il disegno finale che emerge quando si è sistemato l’ultimo tassello, è forse proprio quel “gioco inconcepito in cui la vita in sé consiste nel perdere frammenti. E nel recuperarli”.


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