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Kourouma e la sua Africa



Costanza Macchi



Ci sono anche i romanzi come questo, in cui i proverbi la fanno da padroni e danno il tempo e il respiro della scrittura, dove non esistono i capitoli ma le veglie e dove le note a pie’ di pagina sono dettate dalla tradizione. Che va rispettata perché: “Chi si sottrae alla vista delle persone, rade il pube della madre. Se il topo ha messo le mutande, sono i gatti a togliergliele. Quando il nervo vitale viene leso, la gallina uccide il gatto selvatico. La civetta lascia i suoi escrementi lì dove ha bevuto”.


E’ difficile immaginare che per tutti i romanzi possa esistere una catalogazione precisa e politicamente corretta che li definisca, che li inquadri. Che li renda misurabili. E’ quasi impossibile pensarlo per Aspettando il voto delle bestie selvagge, il capolavoro di Ahmadou Kourouma, presentato in questi giorni a Torino e approdato in Italia per le edizioni e/o, dopo un lungo soggiorno in Francia, dove è stato un best seller. E dove nel 1998 ha vinto il Prix Tropiques e, nel 1999, il Grand Prix de la Société des gens de lettres e il premio Livre Inter.

Eppure a questa storia romanzata in cui s’incrociano il mito e il rito, la favola e la leggenda, la storia e la cronaca, l’occidente e la tribù, le prigioni più atroci, le feste più stravaganti, gli eccessi erotici, le più aberranti filosofie del potere, le credenze magiche, il cinismo e la saggezza ancestrale, a questa storia, dura e difficile, spetta di diritto un posto di primo piano tra i romanzi del disincanto della letteratura africana.

Quelli cioè che denunciano e restituiscono il sentimento di cocente delusione nei confronti delle nicchie autoctone al potere e il senso di totale impotenza di fronte ai gravi problemi della vita sociale. E che confermano come quella africana sia una letteratura elitaria in senso assoluto. Ovvero: prodotta da un’élite e fruita da un’élite. E in quanto tale, letta molto di più al di fuori dell’Africa che non all’interno, anche perché spesso intende rivolgersi più agli occidentali che non agli africani.

In questo senso Kourouma è il vero figlio della narrativa del suo paese, le cui prime manifestazioni risalgono agli anni successivi alla prima guerra mondiale, e che però si è affermata e sviluppata soprattutto dopo la seconda, in stretta connessione con i processi che hanno condotto gli Stati africani all’indipendenza, fino a conoscere una netta accelerazione negli anni ’80 e ’90.

Le pagine di Aspettando il voto delle bestie selvagge trovano così una loro giustificazione nello specchio della vita del loro autore, nato 74 anni fa nel villaggio di Togobala, nel nordovest della Costa D’Avorio, figlio di una grande famiglia di cacciatori impegnati nella resistenza alla colonizzazione.


Il lavoro di interprete e giornalista viene dopo, negli anni ’50, quando lo spediscono in Indocina dopo il suo rifiuto di domare i movimenti coloniali del suo paese. In Indocina, Kourouma realizza trasmissioni radio e giornali per i soldati africani coinvolti nel macello locale. Poi la Francia, a Parigi e Lione, e ancora la Costa D’Avorio, dove si laurea in matematica e dove continua la lotta per l’effettiva indipendenza del suo popolo.

Tutto questo ce lo regala affabulato in quest’opera tradotta da Barbara Ferri, dove il profilo tracciato è quello di dittatori africani dalla decolonizzazione ai giorni nostri, di personaggi incredibili, crudeli e stravaganti, come Koyaga, dittatore africano della Repubblica del Golfo: una galleria di orrori e meraviglie dell’Africa contemporanea.

Il risultato è un inedito impasto di epica e ironia, una rara satira del potere dalla quale non si salva nessuno: non i militari, non gli etnologi e non i missionari mobilitati dal colonialismo per trasformare il "negro selvaggio" in "uomo civilizzato”. Ma non si salvano neppure i sanguinari dittatori della decolonizzazione, gli eroi guerrieri, i saggi, i crudeli, i folli padroni per conto terzi dell’Africa di oggi.

Leggere questo Kourouma significa avvicinarsi al continente nero e, se si vuole, avere la possibilità di capirlo. Se gli stregoni che si sono insediati al potere governano facendo a gara di crudeltà e stravaganza, consultando gli stregoni personali e ricorrendo a incantesimi e fatture per distruggere gli avversari e per prendere ogni decisione, significa, per esempio, che la magia ha in Africa un ruolo importante almeno quanto quello delle armi, delle strategie neocolonialiste e della corruzione.




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