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Ecco un'idea per il servizio pubblico



Giovanni Sartori




"Prima conoscere poi deliberare".
Questa frase di Luigi Einaudi ci introduce in maniera abbastanza efficace alla differenza semantica tra la parola italiana deliberazione ed il termine inglese deliberation. Nella nostra lingua, infatti, il termine indica propriamente la fase decidente di un processo cognitivo. In inglese, invece, la stessa parola, definita dall'Oxford Dictionary sta a significare una "attenta considerazione intesa ad arrivare ad una decisione, oppure l'azione e la discussione delle ragioni in favore o contrarie ad una misura"; nella deliberation inglese c'è quindi un elemento cognitivo e di dibattito che nell'uso italiano è completamente sparito.

Parlando degli esperimenti di James Fishkin, quindi, è importante ricordare il primo libro dello studioso americano, intitolato Democracy and deliberation, in cui si domandava qual è il ruolo, l'importanza, la necessità, nei processi democratici, del dibattere, della discussione che si svolga in situazioni comunicative faccia a faccia.

"Sondaggio deliberativo" mi pare una definizione che è un puro calco dell'originale inglese, ma che non rende tutte le esatte sfumature del significato, ed in modo particolare che le ricerche di Fishkin sono tese a mettere in evidenza le dimensioni cognitive della formazione e della diffusione dell'opinione pubblica.

Ma il punto fondamentale degli esperimenti di Fishkin mi pare che sia nell'impatto televisivo. È la tv che dà risalto al sondaggio che lo rende visibile e pubblico, palesando i risultati a cui conduce. Primo fra tutti il fatto di mettere in evidenza l'iniziale ignoranza dell'universo cittadino sulle questioni di interesse pubblico, di far capire la necessità di colmare in qualche modo queste lacune. I sondaggi tradizionali ci dicono che cosa la gente pensa, ma non cosa essa sa dell'argomento per il quale è stata interpellata. Spesso c'è un vuoto di opinioni, che sono epidermiche, che cambiano troppo e spesso.

L'idea di Fishkin è la migliore che si è avuta al proposito da parecchio tempo, anche perché dà un nuovo senso a quello strumento malefico che è la televisione. La Rai, la tv pubblica, dovrebbe avere la vocazione al servizio pubblico, ma andare inontro a questa vocazione richiede di servire gli interessi pubblici e non i numeri degli ascolti; vuol dire costruire e pensare i programmi pensando ai contenuti e non all'Auditel; vuol dire pensare a programmi di pubblica utilità. Ecco perché credo che per la Rai sia doveroso provare un esperimento sul modello di quelli ideati da Fishkin.

 


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