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La democrazia, l'élite ed un'idea plausibile



Domenico Fisichella




Il metodo del sondaggio deliberativo ha una sua plausibilità e una sua capacità di indicare in un tempo definito alcuni orientamenti dell'opinione pubblica. Se questo aspetto mi appare decisamente utile nello studio del rapporto tra elettori e politica, più problematica mi sembra l'applicazione del metodo ideato da James Fishkin se lo si vuole intendere come uno strumento al servizio del funzionamento della democrazia sotto un profilo prescrittivo.

Non vi è dubbio che tutti gradiremmo una opinione pubblica più informata, una ponderazione prima di assumere decisioni o tenere comportamenti elettorali e politici; è chiaro che ogni scopo di tipo prescrittivo è il benvenuto ma non possiamo fare a meno di considerare alcuni elementi problematici che vorrei rapidamente richiamare. Il sondaggio deliberativo si svolge nel seguente modo: in un fine settimana vengono convocate alcune centinaia di persone che preventivamente sono state consultate e hanno dato un certo esito a determinate domande. Questi stessi quesiti vengono sottoposti a un confronto con esperti, a un dialogo faccia a faccia che in ragione di questo iter modifica alcune delle posizioni inizialmente assunte.

Da qui sorgono alcuni dubbi. In genere un individuo reagisce agli stimoli in modi diversi secondo degli ambienti nei quali si trova collocato. Le risposte di un determinato numero di persone, che si confrontano e discutono in presenza di persone che le giudicano perché più competenti di loro, sono probabilmente condizionate dall'ambiente in cui questa interazione ha luogo. Che cosa succede quando quelle persone escono da quell'ambiente? Mantengono vive le capacità acquisite durante le discussioni, oppure ritornando nel loro mondo abituale tornano a reagire col loro solito atteggiamento agli stimoli della vita pubblica?

Personalmente credo che questa seconda ipotesi sia la più probabile e coloro che hanno partecipato al sondaggio deliberativo tornino a seguire i loro atteggiamenti abituali, legati più agli interessi e alle passioni che non alla capacità di assumere orientamenti sulla base di conoscenze acquisite.

Nel libro di Fishkin La nostra voce c'è un argomento molto importante: la logica della rappresentanza politica è anche una logica di divisione del lavoro e quindi presuppone in qualche modo dei soggetti che sono chiamati a operare politicamente con costanza. In questo quadro di divisone del lavoro ci sono altri soggetti, la maggior parte, che si trovano ad avere nei confronti della politica un atteggiamento più intermittente.

I giornali e i mezzi di comunicazione di massa svolgono un ruolo importante in questo senso; nei suoi scritti Fishkin richiama opportunamente l'osservazione di Toqueville sul ruolo dei giornali nelle democrazie moderne, ricorda ciò che i giornali hanno significato nella storia degli Stati Uniti, la loro capacità, per esempio, di passare da una funzione meramente elitaria ed elitista, cioè di rappresentanza di gruppi di classe dirigente, ad un quadro più aperto. Tuttavia in merito al sistema dell'informazione e dei mezzi di comunicazione di massa ci dobbiamo interrogare, tra le altre cose, sulle trasformazioni delle classi dirigenti. Anche se non voglio negare l'importanza e il significato di una diffusione di conoscenza tra i cittadini, la democrazia dipende in larga parte dalle élite. Sarebbe bello se si potesse verificare una larghissima consapevolezza sui problemi di carattere pubblico tra le persone; nell'agorà i cittadini si confrontavano e forse deliberavano con competenza, la democrazia ateniese è durata due secoli, ma era anche un sistema che prevedeva il meccanismo dell'ostracismo, in ragione del quale, quando una persona acquisiva un eccesso di potere, veniva espulsa dalla comunità. Era questo un sistema dotato di una bivalenza molto significativa perché da una parte voleva essere un tentativo di mantenere in equilibrio la comunità, ma allo stesso tempo poteva essere un modo per liquidare un avversario.

Metodologicamente la proposta di Fishkin è interessante, ma resta il problema di capire la sua capacità di incidenza sistemica nella democrazia moderna in cui si affidano le scelte conclusive ai grandi numeri sociali. La responsabilità delle classi dirigenti appare allora in tutta la sua importanza, ed evidentemente la loro natura deve essere aperta, deve cioè permettere un flusso di circolazione delle èlite che venga anche dalle fasce più basse della popolazione. L'avvenire della democrazia è una questione straordinariamente difficile. Sono certamente cambiate molte cose da quando nell'Ottocento si scriveva che la democrazia si basava sulla stupidità deferenziale della popolazione, cioè che alle classi dirigenti veniva demandato un ruolo centrale, ma ancora oggi il meccanismo di delega rimane la prospettiva della democrazia e della sua capacità di reggere alle trasformazioni portate dal nostro tempo.

La prospettiva del sondaggio deliberativo è un'idea che merita di essere analizzata con attenzione, considerando anche l'evidenza del fatto che una discussione perfetta è impossibile da realizzare e che il bilanciamento delle imperfezioni dei meccanismi democratici è affidato alle classi dirigenti e alla loro capacità di risolvere i problemi.

 


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