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La speranza si chiama Costituzione europea



Giuliano Amato




In origine si intendeva con il termine democrazia quell'architettura istituzionale di villaggio o agorà ateniese in cui le decisioni venivano prese da tutti coloro che avevano titolo ad essere ritenuti cittadini, discutendo tra loro e raggiungendo una conclusione. Era un modo che potremmo definire, con termine anglosassone, deliberative di adottare le decisioni democratiche. Quando poi le dimensione delle nostre società sono cresciute, alla democrazia si è affiancato il termine "rappresentativa", abbiamo scelto di affidarci a rappresentanti ai quali delegavamo le nostre scelte e la possibilità di decidere anche a prescindere, in parte, dalle nostre dirette aspirazioni.

Con la crescita della comunicazione, dell'informazione, delle interazioni che attraversano la società contemporanea, i rappresentanti si sono sentiti sempre più vincolati ai desideri e alle volontà espressi dai rappresentati. E sempre più i sondaggi tradizionali hanno creato, prima che il rappresentante dia corso alle sue decisioni, la percezione che esista tra la pubblica opinione un parere diffuso sulle questioni al centro della pubblica attenzione.

La conseguenza di tale meccanismo è che il rappresentante politico ha finito in qualche modo per sentirsi vincolato, soprattutto per la paura di perdere voti, all'opinione che ritiene di raccogliere tra i rappresentanti, stabilendo così una situazione che è ben raffigurata dal celebre motto di un senatore degli Stati Uniti d'America che, rivolgendosi agli elettori ha proclamato: "Questi sono i miei principi, se non vi piacciono li cambio".

Alla luce di queste considerazioni, la necessità di rendere l'opinione dei cittadini effettivamente informata prima di essere espressa, assume importanza vitale per la democrazia e per evitare un pericolo dalle due facce: da una parte il rappresentante che cerca di spingere la propria politica in direzioni rispetto alle quali i cittadini non hanno informazioni adeguate, dall'altro il rappresentato che vincola a sé il rappresentante esprimendo sulle questioni pubbliche opinioni non adeguatamente formate. Questa pericolosa disfunzionalità democratica ci aiuta a capire il trionfo dei populismi nella fase attuale della nostra storia, un trionfo dettato dalla paralisi dei meccanismi della politica democratica di spingere idee, progetti e azioni concrete oltre le opinioni che si ritiene siano espresse dagli elettori.

Tanti sono i mezzi che possono rivelarci la loro utilità al superamento di tali disfunzioni dei processi democratici. Fra questi ci sono i >deliberative poll di Fishkin e credo che la ratifica della nuova costituzione europea sia un'occasione importante per applicare gli esperimenti dello studioso americano a una realtà che sta nascendo tra poca, e superficiale, informazione. La stampa britannica ad esempio, o parte di essa, riflettendo un tradizionale punto di vista insulare nei confronti dell'Europa, scrive delle cose assolutamente infondate su ciò che potrà accadere alla Gran Bretagna se passerà questa nuova Costituzione. Si dice che il Regno Unito non avrà più sovranità sul proprio sistema sanitario e che stia per cadere nella tirannide di un super-stato europeo: espressioni populiste che fanno leva su un sentimento che anima una parte dell'elettorato inglese e che una modesta informazione su quello che la nuova costituzione potrà rappresentare può rapidamente cancellare.

Ma abbiamo bisogno di un meccanismo che aiuti a creare un dialogo interattivo e a dare ai rappresentanti il coraggio di sfuggire al rischio populista o ad una pericolosa paralisi decisionale. Un'opportunità per aggirare queste disfunzioni della democrazia ce la offre il progetto di organizzare il primo deliberative poll europeo che, tra la fine dei lavori della Convenzione Europea e il momento in cui le proposte da questa elaborate per la nuova costituzione verranno sottoposte al giudizio dei cittadini, sarà un esperimento guidato dall'intento dare vita a un'opinione informata tra gli elettori dell'Unione. Si tratta di un progetto importante, di una speranza che ha bisogno di essere sostenuta, di un lavoro impegnativo che consisterà nel realizzare un sondaggio tradizionale tra i 25 paesi che formeranno l'Unione; tra le persone sondate, verrà poi scelto un campione rappresentativo da convocare in una città per un fine settimana e dare inizio alle sessioni di discussioni e di dibattiti; bisognerà fare poi in modo che tutto ciò, attraverso un'adeguata copertura mediatica, cada sotto gli occhi dell'opinione pubblica dei nostri paesi, e contribuisca a diffondere in questa una valutazione sui contenuti della futura costituzione.

La difficoltà organizzativa del progetto è proporzionale alla sua importanza, al valore immenso che avrà il primo tentativo di rendere protagonisti cittadini di paesi diversi che parlerebbero tra di loro, il lituano con l'italiano e il portoghese, dell'Europa che li attende. È un progetto costoso, che ha bisogno di sponsor, è un progetto faticoso, che ha bisogno di molto lavoro, del sostegno delle grandi televisioni europee; è un progetto innovativo che deve affrontare molte difficoltà, evitare il rischio di annoiare i telespettatori e cercare di trovare una chiave di lettura spettacolare e televisiva, ma, se è viva la vocazione al servizio pubblico della tv (e sono sicuro che lo è) sarà anche un'opportunità per dare linfa a questa vocazione trattando argomenti di largo interesse collettivo in una maniera del tutto diversa da quella a cui ci ha abituato la televisione degli ultimi anni, che ci ha lasciato davanti allo schermo a guardare i politici seduti sulle loro poltrone, aspettando che dopo pochi minuti le loro rispettive voci abbiano raggiunto un livello di decibel che le renda incomprensibili a chi ascolta.

 


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