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Identità a più voci sul futuro dell'Unione



Daniele Castellani Perelli




Berlino. Se l'Europa politica stenta a vedere la luce, quella intellettuale c'è già da secoli, e ha dato l'ennesima testimonianza di sé sabato 31 maggio, quando contemporaneamente, su sette autorevoli quotidiani del vecchio continente, sono apparsi gli interventi di altrettanti intellettuali, cui il filosofo tedesco Jürgen Habermas aveva chiesto di scrivere un breve saggio sull'identità europea. L'intento era di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica continentale sulla necessità di un'Europa più forte, proprio ora che l'allargamento ad Est pone nuovi problemi, che la guerra all'Iraq ha accentuato le divisioni in politica estera e che si sta accendendo la discussione sulle riforme istituzionali che sono al (travagliato) vaglio della Convenzione Europea, la quale, come è noto, è presieduta dal francese Giscard d'Estaing e vede alla vicepresidenza anche il nostro Giuliano Amato.

Habermas ha aperto le danze sulla Frankfurter Allgemeine, con un articolo apparso anche sul francese Libération e co-firmato da Jacques Derrida. Lo spagnolo Fernando Savater ha scritto su El Paìs, lo svizzero Adolf Muschg sulla Neue Zürcher Zeitung e l'americano Richard Rorty sulla Suddeutsche Zeitung. L'Italia era rappresentata da Gianni Vattimo, su La Stampa, e da Umberto Eco su La Repubblica. Partiamo proprio da quest'ultimo.

Il professore bolognese, dopo aver notato che i princìpi culturali ed economici fondamentali dell'Occidente non possono certo dirsi esclusivi dell'Europa, elenca una serie di elementi comuni europei, non prima però di avere portato, alla Eco, una brillante prova empirica. Percepiamo una certa identità europea, spiega, quando veniamo a "contatto con una cultura extra-europea, compresa quella americana: avvengono dei momenti, durante un convegno, in una serata passata tra amici di diversi paesi, persino nel corso di una gita turistica, in cui improvvisamente avvertiamo un comune sentire che ci fa avvertire come più familiare il punto di vista, il comportamento, i gusti di un francese, di uno spagnolo, di un tedesco che quelli degli altri". Gli elementi individuati da Eco sono tutti di matrice storica, e sono stati affermati anche dagli altri intellettuali.

Anzitutto gli europei hanno "in comune un concetto del benessere raggiunto attraverso lotte sindacali e non grazie all'omeostasi di un'etica individualistica del successo". Questo scarso individualismo è strettamente legato alla coscienza dell'essere-in-società che trova le sue radici sia nel socialismo sia nel solidarismo cattolico: è quello che Vattimo, con una formula efficace, chiama "il gene di socialismo" che è nel Dna dell'Europa e "che gli Usa ignorano completamente", il quale si oppone alla visione "duramente darwiniana della vita associata" e che ci fa più statalisti. Nello Stato, scrive Habermas, gli europei vedono "una potenza capace di dare forma ad una forza creativa civilizzatrice e dalla quale si attendono d'altronde la correzione dei guasti del mercato". Un "gene di socialismo" che infine Savater invita a coltivare, perché, scrive il filosofo spagnolo, "il mondo diventa più sicuro quando lotta non solo contro il terrorismo, ma anche contro la miseria, la disuguaglianza e la ingiustizia tanto politica quanto economica". Un'Europa che è insomma più solidale ed umana, come nell'"hermoso lema" (bel motto) del filosofo francese Jean Pierre Faye citato da Savater: "Europa è dove non c'è la pena di morte".

Un altro elemento dell'identità europea indicato da Eco riguarda la nostra maggiore capacità di comprensione della diversità, ad esempio di quella dei popoli asiatici e africani, dai quali il nostro continente "non è separato dagli oceani" e che abbiamo imparato a conoscere durante il colonialismo. Abbiamo anche conosciuto e sofferto le dittature e siamo più riluttanti alla guerra, perché l'abbiamo avuta per secoli nelle nostre terre, tanto che, scrive ancora Eco, "se due aerei si fossero abbattuti su Notre Dame o sul Big Ben […] la reazione […] non avrebbe avuto i toni della stupefazione e dell'alternarsi di sindrome depressiva e istinto di reazione immediata a tutti i costi che ha colto gli americani". Ha scritto Habermas che l' Europa ha appreso "nel dolore come la Differenza può essere comunicata, le opposizioni istituzionalizzate e le tensioni stabilizzate. Il riconoscimento delle differenze - il riconoscimento mutuale dell'altro nella sua diversità - può divenire il carattere distintivo di una identità comune". E' proprio dalla coscienza del male della guerra che dopo il secondo conflitto mondiale quegli stessi Stati che si erano combattuti per secoli hanno deciso di volere l'Europa unita, cosicché oggi attraversiamo tranquillamente in macchina quella frontiera che i nostri "padri avevano varcato con un fucile in mano" (Eco). Oggi, per questo motivo, non ci si può che rallegrare dell'unità di intenti della Kerneuropa, quel "nocciolo duro" franco-tedesco lungo la cui frontiera tanti europei sono morti. Il discorso sull'alleanza tra le due grandi potenze sta evidentemente molto a cuore agli autori centro-europei, come Habermas e Muschg. Lo scrittore svizzero, presidente dell'Accademia delle Arti di Berlino, ha scritto: "La riconciliazione franco-tedesca rimane ancora il più solido miracolo dalla fine della Guerra Fredda […]. Nel mezzo di storici campi di battaglia, da Bruxelles oltre il Lussemburgo fino a Starsburgo, le capitali dell'Ue stanno come margini di una ferita che non deve più aprirsi. Questa Kerneuropa ha imparato a stipulare la pace con se stessa, ad ogni prezzo: così il prezzo che è stato pagato rimane ora un obbligo perpetuo dell'Europa e per l'Europa".

Ma il richiamo all'asse franco-tedesco ha anche altri significati. E' dovuto alla convinzione (non correttissima, a dire il vero) che siano queste due potenze, in virtù della loro recente forte opposizione alla guerra in Iraq, le forze che più si stiano battendo per un rafforzamento dell'Europa, e alle quali non a caso sia Habermas sia Vattimo chiedono ancora di "essere locomotiva", di procedere nelle riforme inizialmente anche senza l'appoggio dei paesi indecisi, realizzando dunque anche nella politica estera e di difesa quell'Europa "a due velocità" che già è nella politica monetaria; è dovuto anche al giusto riconoscimento del loro fondamentale contributo per la nascita della Cee prima e della Ue poi (da Adenauer a Brandt a Kohl, da Schuman a Mitterrand, con evidente sottovalutazione del ruolo italiano, caduto in oblio anche a causa del recente approccio meramente mercantile ed opportunistico, oltre che gravemente filoamericano, del governo Berlusconi); infine il richiamo è sentito dagli autori come un'orgogliosa e colta risposta alla sfida lanciata il 22 gennaio dal segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld, che sprezzante liquidò l'opposizione di Chirac e Schroeder come la sfida della "Vecchia Europa".

Habermas, per tornare al discorso sull'identità europea, individua anche un altro elemento, la razionale laicità, cioè insieme "un senso marcato per la Dialettica dell'Illuminismo" e la diffidenza verso "gli sconfinamenti di politica e religione". I sei interventi presentavano un'eccezionale e confortante identità di visione, la quale, insieme alla constatazione dell'attuale divisione politica del vecchio continente, riconosce con orgoglio le grandi potenzialità dell'Ue, e incoraggia con ottimismo (tipico invero del genere dell'articolo-appello) l'Europa a superare definitivamente il residuo nazionalismo, perché in un mondo dominato da una superpotenza aggressiva e unilateralista (inevitabile convitato di pietra di tutti gli interventi, anche di quello di Eco), l'Europa "non può nascondersi" (Muschg), l'Europa è "necesitada y necessaria" (Savater). La "forza del sentimento" (Habermas) ha spinto milioni di Europei a scendere in piazza il 15 febbraio contro la guerra in Iraq, ed ora questo sentimento dovrà guidare i politici verso un'Unione più forte, perché, come ricorda Eco, ora che, dopo la caduta del muro di Berlino, l'America sta spostando la propria attenzione al Medio Oriente e al Pacifico, un'Europa debole e divisa rischia di balcanizzarsi, ed i suoi membri rischiano di essere "giocati l'uno contro l'altro" dagli Stati Uniti, "come scolaretti che gareggino tra loro per la benevolenza del maestro".

Queste ultime parole le abbiamo tratte dall'articolo del filosofo americano Richard Rorty, che, paradossalmente, ha usato le parole più intensamente europeiste. Rorty ha dato voce all'America che detesta Bush e che è seriamente preoccupata dall'unilateralismo aggressivo statunitense. Questa politica, ha argomentato Rorty, porterà a un imbarbarimento delle relazioni internazionali e non potrà essere facilmente abbandonata nemmeno dai successori di Bush, visto che persino i Democratici si sono piegati ad essa. Essendo Russia e Cina ancora troppo deboli o non completamente affidabili, sta solo all'Europa il difficile compito di contrastare questa umiliante e pericolosissima politica, attraverso quell'idealismo tanto deriso dai Realpolitiker americani, quell'idealismo che sta già portando l'Europa al meraviglioso superamento degli Stati-Nazione, e che farebbe presto il giro del mondo, aiutando l'America ad uscire dal "vicolo cieco" in cui si è cacciata.
"Per l'America sarebbe una tragedia se le potenze europee si piegassero all'unilateralismo americano" scrive Rorty, per il quale l'Europa "potrebbe nientemeno che salvare il mondo", purché sappia ricominciare a "sognare quei sogni che ai realpolitiker sembrano assurdi".

 


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