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Un eroe maledetto ma non troppo



Guido Martinotti




Ma cosa si e'messo in testa Giuliano Ferrara? Di essere Cecco Angiolieri, Raskolnikoff o Céline? La lunga confessione di un italiano in versi sciolti propinata ai lettori del Foglio, che hanno lo stomaco di arrivare fino in fondo alla doppia (per il momento, 13 e 14 Maggio) articolessa, ha un leitmotiv ben chiaro. Siamo tutti porci, io pero' sono meglio di voi perche' lo dico e sono sincero. Anzi, "un sincerone" come dice una mia amica, sua sfegatata ammiratrice. E' l'eterno ritornello dei villanzoni di ogni tempo (e probabilmente ce n'e' uno in ogni famiglia): "pane al pane, vino al vino", "poche balle, io sono rozzo, ma sincero", con l'intento di degradare a ipocrita orpello ogni regola di educazione, buon gusto, e civismo. Viva la violenza, la "passionale bulimia", voilà: sturm und drang!

Ferrara non si accorge di riscaldarci, spero fuori tempo, la vieta minestra del decadentismo romantico che, periodicamente, si riaffaccia nel nostro mondo di logopedici ignoranti come se fosse una gran novita'. Questa teoria del celodurismo intellettuale ha però un limite preciso. Tutti gli umani (per non parlare di altre specie animali) essendo "organismi costruiti attorno a un tubo digerente", come diceva un vecchio medico, hanno l'impulso periodico di defecare, ma siamo davvero sicuri che la sincerità e l'onestà intellettuale impongano di farlo sul tavolo della cena in faccia ai commensali e che sia invece insopportabile ipocrisia desiderare di svolgere questa funzione appartati? Oppure che a ogni incontro con un allettante esemplare dell'altro sesso l'umano sincero debba masturbarsi coram populo? Mah, speriamo che non vi sia una evoluzione in questo senso nel comportamento di Ferrara. Non c'e' però da star del tutto tranquilli, perché le premesse teoriche spingono in quella direzione e la violenza verbale usata non sembra molto lontano dal passo fatale.

C'è però una evidente moneta di stagno nella proposta maudite di Ferrara: il vero eroe maledetto è uno che rischia di persona, che sta fuori e che da' prova della verità della sua critica alla società pagando di persona e non facendosi pagare dalla Cia. Questo qui e' un altro genere che appartiene più alla figura dell'informatore a la Trintignant che a quella del Vasco Rossi con le sue vite disperate. Esiste nella morale comune un principio generale che esige che si porti testimonianza alle proprie posizioni con il comportamento, non solo con le parole. Si chiede insomma di essere "uomini di conseguenza", come nel famoso giallo napoletano. Il racconto della sua vita conferma invece che Ferrara del maledetto ha sopratutto la favella, essendo un tipo italiota piuttosto diffuso e ben conosciuto che sistematicamente "accorre in soccorso al vincitore", meglio se con la mano aperta a questua e lo sproloquio pronto alla giustificazione morale.

Prova un piacere con "qualcosa di erotico" (mi piacerebbe capire meglio) prendendo la busta con i soldi della Cia, "al Pincio, tra i riverberi della più bella luce del mondo". E ti pareva che mancasse il quadretto esthétisant. Ammesso poi che la storia sia vera, perché uno degli ingredienti base della cucina retorica ferrariana è quello dell'épater le bourgeois. Non c'è un caso solo, nelle giravolte che ci vengono da lui stesso raccontate, in cui Ferrara abbia sbagliato bordo, sempre vira sopravvento e approda nel porto più ricco e più sicuro. Altro che maudit. Il suo feuilleton assomiglia piuttosto al diario di un Bel Ami o di un Julien Sorel o di qualche altro personaggio di Henri Beyle e del piu' normale bovarismo.

Ma, come tutte le persone che hanno un bisogno irrefrenabile di raccontarsi, di confessarsi, Ferrara rivela una insicurezza di fondo, un'ansia, che traspirano visibilmente nelle sue presenze televisive. Più uno si appalesa ripugnante, più vuole essere amato per come si sforza di apparire. E' una forma di coartazione o di ricatto amoroso che avrà forse una sua spiegazione psicoanalitica, che non so dare (la lascio gli esperti, chissà cosa ne direbbe Theodor Reik), ma che ha soprattutto una rappresentazione favolistica nota a tutti i bambini del mondo: Barbablù, La Belle et la Bête, "Il Rospo e la Principessa" e via raccontando. Non c'e' veramente nulla di nuovo. Ma forse questa ansia di farsi vedere al peggio, è tipica di quei Dorian Gray che non hanno trovato la soffitta dove appendere il famoso quadro.

Vorrei però sapere perché Ferrara sente il bisogno di tirare in ballo sua madre, definendosi con gran gusto hijo de puta. Parli per sé, no?

 


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