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Piccola mappa della politica irachena



Andrea Borghesi




Luglio 2004. Elezioni in Iraq. Il leader dell'Iraqi National Congress, Ahmad Chalabi, è il nuovo presidente. Il paese è tranquillo, le forze militari occupanti tolgono le tende, sta per essere convocata un'assemblea costituente, nella quale saranno sanciti equi diritti civili e il rispetto di tutte le minoranze, religiose e non.

Chi immaginasse un epilogo come questo sognerebbe ad occhi aperti. La democratizzazione dell'Iraq sarà un affare lungo, dal finale per nulla scontato, viste le divisioni religiose ed etniche che lo attraversano. Gli Stati Uniti, infatti, non sono in grado di gestire la situazione senza l'accordo con l'eterogenea opposizione a Saddam Hussein che da anni lavora clandestinamente all'interno del paese, apertamente all'estero. Nell'agosto dello scorso anno, quando l'Amministrazione Bush stava decidendo l'intervento in Iraq, i gruppi di dissidenti incontrarono a Washington il Segretario di Stato Colin Powell. L'opposizione si accordò per un lavoro comune teso alla rimozione del tiranno di Tikrit per arrivare ad elezioni e scegliere liberamente il futuro assetto del paese. Non costituirono, per decisione comune, alcun governo di transizione in esilio. La replica dell'incontro si è avuta nel dicembre a Londra.

Vediamo quali sono le forze in campo dell'opposizione irachena. Partiamo dai curdi, la popolazione che più di tutte ha subito la repressione della dittatura Ba'th. Dopo la prima guerra del Golfo, nel maggio del 1992 si tennero le prime elezioni nella regione del Kurdistan. A spartirsi il potere i due principali partiti il Kurdistan Democratic Party (KDP) e il Patriotic Union of Kurdistan (PUK), nato da un scissione interna al KDP nel 1975. L'accordo durò poco: tra il 1994 e il 1998 si scatenò una lotta intestina all'interno della coalizione che portò alla divisione in aree di influenza del territorio. Nel settembre del 1998 a Washington, con la "benedizione" di Bill Clinton, si strinse un nuovo patto tra le due principali formazioni curde. Entrambe le formazioni mirano alla creazione di uno stato federale democratico all'interno del quale le minoranze abbiano ampio spazio di autodeterminazione. Il PUK, guidato da Jalal Talabani, sembra muoversi maggiormente sui temi legati alla regione curda. Il KDP, alla cui testa è Massoud Barzani, figlio del fondatore del partito nel 1946, Mustaafa Barzani, è maggiormente attento alla prospettiva dell'unità e dell'integrità del territorio iracheno.

Il Costitutional Monarchy Movement (CMM) chiede un ritorno alla situazione precedente il colpo di stato del 14 luglio 1958, quando l'Iraq era appunto governato da re Faysal II. Il partito che sostiene la candidatura di Sharif Ali bin Al Hussein della dinastia degli Hashimiti ritiene che una monarchia costituzionale possa essere simbolo di unità del paese e del popolo e arbitro di una libera competizione tra gruppi politici. Propugna la costituzione di uno stato democratico pluralista e una politica estera di fratellanza tra paesi islamici ed arabi. L'attributo "sharif" rappresenta la dichiarazione di discendenza dalla famiglia di Maometto. La nobiltà di un uomo o di una dinastia, infatti, è direttamente proporzionale alla vicinanza al profeta dell'Islam. La pretesa di governare in qualche maniera il paese appare, comunque, velleitaria.

La parte dell'opposizione più accreditata a livello internazionale è quella rappresentata dall'Iraqi National Congress (INC) di Ahmad Chalabi. L'INC, nacque nel 1992 "come veicolo per il sostegno statunitense", in termini politici ed economici, ai dissidenti e come elemento di raccordo tra le opposizioni al regime di Saddam Hussein. Al suo interno confluirono, senza sciogliere le rispettive strutture, il KDP, il PUK e leader sciiti moderati come Muhammad Bahr al-Ulum. Anche lo SCIRI entrò nell'INC sotto il cappello della Supreme Assembly of the Islamic Revolution in Iraq, nella quale convergevano circa 70 rappresentati di movimenti e scuole islamiche. Le difficoltà della gestione interna, però, portarono l'INC in una grave crisi di rappresentatività e di efficacia, tanto da convincere gli Usa a cercare interlocutori più efficaci nella lotta al regime di Saddam Hussein. Ahmed Chalabi è, comunque, grazie al sostegno americano, l'uomo più accreditato a governare il paese.

Altro gruppo di dissidenti rifugiati all'estero, è l'Iraqi National Accord (INA) nato nel 1990. È principalmente costituito da militari o ufficiali dei servizi di sicurezza riparati fuori dall'Iraq. Il tentativo dell'INA, guidata da Ayad Alawi, di fomentare un'opposizione dentro l'esercito del Rais è stata stroncata da due controffensive nel 1996 portarono all'arresto di decine di attivisti.

Il mondo sciita rappresenta l'elemento di snodo di tutta la partita irachena. È il gruppo maggioritario, quello maggiormente in fibrillazione, come dimostrano le manifestazioni di Kerbela e di Nassiriya, e anche quello più insofferente alla presenza alleata nel paese. È stato escluso, inoltre, per alcuni decenni dalla gestione del potere durante il regime di Saddam Hussein e quindi oggi si sente legittimamente in credito con la storia.

La fine della dittatura ha aperto la strada al regolamento di conti interno al movimento sciita. Sta, infatti, mostrando la corda il tentativo del Supreme Council for Islamic Revolution in Iraq (SCIRI) guidato dall'Ayatollah Mohamad Baqir Al Hakim, di presentarsi come l'interlocutore privilegiato degli Stati Uniti. Lo SCIRI, che cerca di accreditarsi come il rappresentante dello sciismo iracheno, è nato all'inizio degli anni Ottanta per aumentare il controllo iraniano sui gruppi dell'opposizione sciita nel sud Iraq. Le difficoltà dello SCIRI, però, sono sia sul fronte interno sia su quello esterno. Da una parte, infatti, le manifestazioni dell'immediato dopoguerra sono state un segnale forte dello sciismo iracheno contro ogni infiltrazione iraniana. Una buona parte degli sciiti iracheni, infatti, non è favorevole né ad un protettorato americano, né ad uno iraniano. Si spiega,così, il fatto che, contrariamente ad ogni attesa, laddove la presenza sciita è più forte, nel sud del paese, ci sia stata anche la resistenza più importante all'avanzata delle truppe angloamericani.

Lo SCIRI sembra aver "venduto" ciò di cui non era in possesso, il controllo della popolazione sciita. In secondo luogo, l'Iran, regista dell'iniziativa che ha portato alla costituzione dello SCIRI, avrebbe grandi difficoltà a sostenere un governo "collaborazionista" con gli Stati Uniti. Il suo punto di forza è rappresentato dal corpo paramilitare costituito da migliaia di combattenti. Ma ci sono nuove forze in crescita nel fronte sciita. Una di queste è Moqtada al-Sadr, giovanissimo leader legato all'Howza (conclave dei leader religiosi) della città santa di Najaf. Il suo gruppo paramilitare radicale, Jimat-i-Sadr-Thani, è stato già autore di azioni tese all'estromissione degli sciiti di origine iraniana. Fervore religioso e violenza, un mix pericolosissimo.

È chiaro allora che gli interlocutori decisivi per gli Stati Uniti sono gli Sciiti, che rappresentano quasi due terzi della popolazione. Le manifestazioni contro l'occupazione dicono, però, che gli uomini e i gruppi sui quali l'amministrazione Bush aveva poggiato la sua fiducia non sono capaci di gestire la situazione. Chi prevarrà nella lotta interna al mondo sciita diventerà giocoforza il partner privilegiato per la ricostruzione dell'Iraq.

 


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