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Tra Europa e Usa: quattro opinioni sulla guerra



Leonardo Casini




Siamo poi così sicuri che tutta la sinistra sia stata, sia pur in modo circo-scritto alla questione guerra, così incondizionatamente antiamericana, così contraria all'intervento in Iraq, "senza se e senza ma", come è apparso dalle manifestazioni, dai cortei, dai grandi mezzi di comunicazione di massa? Indubbiamente nei confronti della guerra la sinistra nella sua generalità ha scelto un atteggiamento critico, ma in alcuni suoi esponenti questa scelta non è stata priva di riserve mentali ragionevoli, che non è forse parso loro opportuno esprimere in modo netto, deciso ed esplicito, anche per non rompere la solidarietà e l'unità dello schieramento. Ma poi essi sono emersi qua e là con una certa chiarezza. Citerò quattro prese di posizione europee - di cui due italiane - che fanno riflettere.

Anzitutto, in Inghilterra, Ralf Dahrendorf rilasciava a L'Espresso il 27 marzo scorso un'intervista senza mezzi termini. All'osservazione che questa guerra all'Iraq non piaceva a milioni di cittadini dell'Occidente, nonostante alcuni ritenevano che la vittoria su Saddam sarebbe stata una vittoria per la democrazia, Dahrendorf risponde-va : "Mi sembra che il punto focale di questo conflitto con l'Iraq sia più semplice e immediato al tempo stesso: ci troviamo di fronte a una nazione dominata da un odio-so tiranno. E non solo. C'è tutta una regione, quella medio-orientale, minacciata co-stantemente e in modo serio dai propositi di questo tiranno. Un tizio ben capace di sviluppare e realizzare i propri folli disegni, come abbiamo imparato ai tempi dell'invasione del Kuwait del 1990". E alla domanda se Saddam andasse quindi fer-mato, rispondeva: "Certo che era meglio fermarlo prima. Ma questo non è un buon argomento contro la guerra". E sosteneva: "Ritengo che questa guerra sia il tentativo di impedire a un dittatore malvagio di esercitare un'influenza distruttiva sui vicini e sulla propria gente. In questo senso, si può tranquillamente affermare che l'attacco al regime di Saddam è un'azione informata ai valori sui quali è costruita la democra-zia".

Se di Dahrendorf si può dire che, essendo di nazionalità britannica, la sua opinione non poteva essere del tutto immune dalla partecipazione diretta del suo paese in guer-ra, lo stesso non si può dire dell'intervento di Hans Magnus Enzensberger che, sulla Repubblica di un paio di giorni fa, criticava con argomenti molto seri abbagli e prese di posizione non ragionevoli del pacifismo a oltranza. Con argomenti assai acuti, Enzensberger mostra come, se i pacifisti avessero realmente ragione, lo status quo non si sarebbe mai dovuto mutare, dal crollo dell'Unione Sovieti-ca, a quello del regime di Milosevic, della Ddr, fino addirittura alla liberazione della Germania dalla dittatura nazista e di tutti i totalitarismi in genere. E accenna al grave imbarazzo dei pacifisti di fronte all'esultanza degli iracheni per la fine di Saddam, simboleggiata dall'abbattimento della statua del dittatore sulla piazza principale di Baghdad.

Anche in Italia abbiamo avuto prese di posizione a sinistra dissonanti dal coro pacifi-sta. Segnaliamo, in ordine cronologico, la presa di posizione di Giampaolo Pansa sull'Espresso del 3 aprile ("Sinistra anti-Usa? Berlusconi ci gode") in cui ri-corda i grandi meriti della guerra alleata al nazifascismo, nonostante i bombardamenti e i dolori da essa provocati, e la guerra fredda, che ci ha protetto per quarant'anni dalla minaccia sovietica, per metter poi in guardia, alla fine dalla "deriva verso l'estremismo" di certi settori DS, "un terreno che li vedrà sottomessi a Sergio Coffe-rati o a Fausto Bertinotti".

Ancor più rilevante ci sembra l'intervista a Giuliano Amato su Repubblica del 9 aprile, su cui occorrerebbe riflettere assai più a lungo di quanto non ci consenta l'economia dello spazio. Ma ci sembra importante almeno citare un passaggio di grande rilievo per frenare certo antiamericanismo pacifista: "Dobbiamo dirimere una questione di fondo. Noi siamo ancora Occidente? Vogliamo continuare ad esserlo? E l'Occidente, grazie o a causa della guerra in Iraq, ha cessato di esistere perché esserne parte significa essere portatori di guerre unilaterali insieme a Bush? O significa qual-cos'altro? Dopo l'11 settembre, constatammo che le ragioni dell'esistenza dell'Occi-dente andavano molto al di là della Guerra Fredda o della Nato. D'altra parte l'Occi-dente ha cominciato a nascere quando i padri pellegrini del Mayflower lasciarono l'Europa in preda a Hobbes per portarsi al di là dell'Oceano non Kant (come dice Ka-gan) ma Locke. Cioè l'idea di una legge superiore, di diritti umani al di sopra di ciò che i legislatori possono fare, di un ordine che non dipende dalla potenza di un sin-golo Paese. Furono loro, e non noi, che poi offrirono queste idee al mondo attraverso la creazione delle Nazioni Unite volute da Roosevelt".

Non a caso - last but not least - anche il cardinal Martini è intervenuto con un significativo intervento su Avvenire in cui parlava dei "costi della pace" e del guardarsi da atteggiamenti irrealistici: "La sola e astratta sollecitazione di atteg-giamenti belli ma carichi di utopia, senza inserirli nel contesto reale della struttura, dei bisogni e delle miserie umane, minacci alla fine la causa stessa della pa-ce".

Si tratta di voci diverse, con toni e sfumature assai differenziate tra loro. Con questo non voglio dire che siano in maggioranza favorevoli alla guerra, che abbiano condivi-so la dottrina Bush circa l'intervento militare in Iraq; ma non hanno neppure dissen-tito, una volta iniziata l'azione militare, dagli obbiettivi generali di essa, dissentendo invece da quel pacifismo puramente emotivo che, come tutte le manifestazioni emo-tive, contengono un tasso di ragionevolezza inverso rispetto a quello di emotività. Sono dunque materiali importanti su cui riflettere, senza nulla perdere dello straordi-nario slancio verso la pace che ha pervaso il mondo ovunque e che di per sé è un grande segno di speranza.

 


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