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Nuovi stili creativi e simbolici di protesta



Silverio Tomeo





Con l'attacco all'Iraq degli eserciti anglo-americani si sono pienamente aperti gli scenari della guerra infinita, permanente, globale. Una guerra iniziata subito dopo l'11 settembre del 2001, quando l'amministrazione Bush teorizzò la necessità di una guerra senza fine di fronte a quello che veniva inteso come un atto di guerra. Poi venne l'Afghanistan, e domani quali altre entità statali saranno da uniformare nella visione della "democratizzazione armata" tramite la guerra preventiva?

Siamo allora, dopo le prime rivelazioni, dopo le prime apocalissi, gettati dentro uno scenario di conflitto bellico di tipo nuovo, asimmetrico, fuori dagli spazi politici tradizionali dove si era fondata la politica, il diritto internazionale, le stesse istituzioni mondiali. "E' questa l'essenza della guerra globale: di non essere la terza guerra mondiale (…) quanto piuttosto che la globalizzazione è un mondo di guerra", come scrive Carlo Galli. La fine della prima fase della globalizzazione liberista intesa come l'inizio della globalizzazione armata.

Tutte le categorie politiche del moderno vengono vistosamente rimesse in discussione dall'epoca globale, intesa come una prima realizzazione storica della postmodernità. Non tanto paradossalmente i circoli neoconservatori degli Usa tengono conto certo della continuità ma piuttosto della novità dei conflitti globali. Come quando ad esempio manifestano una visione precisa della democratizzazione fondata sul primato del complesso economico-militare, quando dalle aporie della democrazia, oramai vistose negli assetti internazionali, si propone una fuoriuscita appiattita sulla libertà di mercato, si propone alle vecchie democrazie (compresa la propria) di barattare i diritti con la sicurezza, si dice di voler soppiantare l'Onu con una "coalizione della volontà". Non basterà, allora, limitarsi a constatare che si tratta di una guerra illegale, insensata, catastrofica, disumana, pericolosa o immorale. Si tratterà, allora e ancora, di dire che un altro ordine internazionale è possibile e necessario.

La guerra di Bush è destinata a perdere, forse è già fallita. Mai gli Usa erano stati così isolati, grazie a una logica neoimperiale, unilaterale, aggressiva. E mai, neppure sul finire degli anni '60, si era visto un movimento pacifista così esteso. Oramai da mesi c'era una percezione mondiale del rischio, e quando questo accade vuol dire che il rischio è effettivo e non certo che si sono propagate casualmente nel mondo ingenue ideologie pacifiste. Non siamo chiamati a scegliere tra un dittatore pre-moderno e un aspirante tiranno post-moderno, legato alla destra religiosa (cristiana e protestante in buon rapporto con l'integralismo ebraico ed anche quello cattolico) e, più corposamente, alle compagnie petrolifere. La scelta è tra pace e guerra, di nuovo e diversamente, fuori dagli spazi politici del passato.

Alla teologia estrema del terrorismo internazionale islamista, non riconducibile a uno Stato e neppure a un'unica organizzazione, senza problemi di progetti politici universali, si risponde con l'integralismo di una visione di "impero democratico", di una democrazia da esportare e imporre con la tecnologia come nuovo dio degli eserciti, con un'idea monolitica e aggressiva di Occidente, con la promessa di uno sviluppo tossico e insostenibile. Ma tutto lascia credere che quello in atto non sia tanto un processo costituente di un nuovo ordine internazionale, per quanto discutibile, ma di un nuovo caos e disordine mondiale. Non siamo, da nessun punto di vista, di fronte a un conflitto metafisico tra Bene e Male, ma a un conflitto distruttivo, a somma zero, tra più di due metafisiche e teologie estremiste.

Fermare la guerra è possibile, e nessuna profezia raziocinante può fare a meno di considerare il nuovo soggetto globale che è sceso in campo, vale a dire il nuovo movimento pacifista. Intanto non era mai accaduto che slogans e analisi di un movimento sociale collettivo diventassero quasi senso comune nel volgere di due o tre anni, come è accaduto per il movimento di Porto Alegre.

E' scesa in campo un nuova generazione che avrà il compito di definire pratiche e spazi di libertà di fronte a una guerra dove il confine con la pace sembra tramontato, di fronte a uno scenario di anni di instabilità e guerre permanenti. Il pacifismo storico, quello religioso, politico-ideologico, giuridico, affluiscono nel nuovo pacifismo di massa e multitudinario, venendone superati e arricchiti. A volte stili di protesta vengono accettati pressocchè da tutti, come il boicottaggio, come la non-violenza accoppiata alla radicalità, pur venendo sulla traccia della cultura etica cattolica.

Nuovi stili creativi e simbolici di protesta rompono l'indifferenza e nuovi sistemi orizzontali di comunicazione smagliano la propaganda di guerra e l'accettazione e l'indifferenza. Nascono comitati e coordinamenti, in una pluralità di voci. E si sbaglia a ritenere quello pacifista un movimento solo etico, che non attinge i cieli della politica. E' il rapporto tra etica e politica che viene ricostituito là dove era stato spezzato dal politicismo fatto di strumentalismo e vecchie culture politiche. La pace ha tuttora buone chances, malgrado tutto, e forse è destinata a vincere perché la guerra infinita è insostenibile, perché c'è una nuova consapevolezza globale e perché la guerra la si può davvero fermare.

 


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