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Gli accappatoi di Ramstein e le chance della crisi



Daniele Castellani Perelli





Berlino. L'immagine che meglio esprime la posizione della Germania verso la guerra all'Iraq in questi ultimi giorni del conflitto non è tanto quella di migliaia di pacifisti che ogni settimana affollano le piazze del paese, quanto quella delle facce stanche ma sollevate dei soldati americani ricoverati a Ramstein, la cittadina tedesca nei pressi di Francoforte in cui è installata la più importante base statunitense in Europa e dalla quale partono aerei con a bordo armi e alimenti destinati alle truppe impegnate in Iraq. Qui, nell'ospedale militare di questa specie di Little America militare e tedesca (con tanto di dollaro come valuta), l'aviazione statunitense trasporta i soldati che sono rimasti feriti tra i fuochi dell'Iraq, ultima dei quali la diciannovenne Jessica Lynch. L'Istituto internazionale di studi strategici di Londra dichiara che, dei circa centotrentamila militari americani presenti in Europa, ben 98000 sono ospitati in Germania, la metà dei quali proprio nella base di Ramstein.

L'importanza strategica delle basi tedesche, amplificata dalle immagini delle conferenze stampa dei soldati americani (spesso, curiosamente, in accappatoio), fa storcere il naso a migliaia di pacifisti ed elettori rosso-verdi. Come si ricorderà, la coalizione rosso-verde aveva infatti vinto le difficili elezioni di novembre anche grazie alla ferma promessa di un non-intervento tedesco in un'eventuale guerra all'Iraq. "Ohne mich", senza di me, aveva promesso il Cancelliere, arrivando ad estendere il suo "No" alla guerra anche nel caso di un intervento sotto le insegne dell'Onu, presso la cui sede, approfittando del seggio provvisorio, il ministro degli Esteri Fischer aveva ribadito per mesi la propria posizione, sostenendo con forza quelle ispezioni che avrebbero potuto evitare questa guerra ingiusta.

Nei primi tre mesi dell'anno Germania e Francia avevano guidato il fronte dei contrari all'intervento armato, sancendo la ritrovata amicizia il 22 gennaio, con la pomposa commemorazione del 40° anniversario del Trattato dell'Eliseo. A guardar bene, la posizione della Germania, motivata essenzialmente da ragioni ideali pacifiste, appariva più "nobile" di quella della Francia di Chirac, che mirava soprattutto a difendere gli importanti interessi petroliferi francesi in Iraq e a far valere gaullisticamente e in termini di immagine il suo anacronistico seggio permanente al Palazzo di Vetro di New York. Tuttavia anche la posizione tedesca, come è normale che sia, non rispondeva solo a motivazioni "nobili", ma era spiegabile anche con l'importante e fruttuosa promessa elettorale, con ragioni di coalizione (per evitare il conflitto con i numerosi pacifisti presenti soprattutto tra i Verdi), di sicurezza interna (per la presenza di copiose comunità turche e curde nelle città tedesche) e finanziarie (particolarmente impopolare sarebbe risultato infatti un appoggio militare per un governo che deve affrontare una gravissima crisi economica).

Ora che la guerra è agli sgoccioli, Gerhard il Pragmatico già pensa al futuro, e rinnega quell'antiamericanismo che tanto utile si era rivelato in campagna elettorale e che aveva raggiunto il suo acme con il noto paragone tra Bush e Hitler avanzato da un ministro tedesco, segnando il minimo storico nei rapporti tra Germania e Stati Uniti. Una moderata e responsabile fedeltà atlantica è la nuova parola d'ordine. Così, quel Cancelliere che, per dirla in termini "italiani", aveva conquistato l'elettorato di sinistra grazie ad un linguaggio "cofferatiano", ora, parallelamente all'avvio di riforme sociali gradite agli imprenditori, vira momentaneamente e "dalemianamente" a destra, e fa infuriare i pacifisti più radicali autorizzando il sorvolo del territorio tedesco agli aerei angloamericani, rispettando gli accordi che consentono agli Stati Uniti l'uso delle basi poste in territorio tedesco e sostituendo i militari stars-and-stripes in Afghanistan.

Una posizione forse incoerente, forse opportunista, ma certo realistica e, a questo punto, ben più utile di una intransigenza pacifista che servirebbe solo a far durare di più la guerra e a provocare quindi più vittime innocenti. Alla domanda se sia insomma preferibile una vittoria americana rapida (quindi militare e politica) oppure lenta e sanguinosa (quindi militare e non politica), Schroeder non ha dubbi, sceglie la prima. "Jede Krise hat eine Chance", ogni crisi ha una possibilità, ha dichiarato il 3 aprile al Bundestag, mai citando, in quaranta minuti, gli Stati Uniti, mai criticando la conduzione alleata della guerra, e spiegando invece con passione che bisogna già pensare alla futura ricostruzione dell'Iraq.

In questa crisi il Cancelliere intravede delle possibilità importanti: per un'Europa che sia spinta a rafforzare la propria politica estera e di difesa, per una Nato che sappia discutere meglio al suo interno, per un'Onu che sappia autoriformarsi. Schroeder chiede che vengano subito chiariti i princìpi dell'ordine postbellico, e fissa quattro priorità per il dopoguerra, consistenti in un processo di stabilizzazione politica del Medio Oriente, in un governo iracheno liberamente scelto da quel popolo, nel rispetto dei diritti delle minoranze, della integrità territoriale e della indipendenza politica di quello Stato, nelle mani del cui popolo deve rimanere il controllo dei giacimenti di petrolio e delle risorse naturali dell'Iraq.

Nonostante i toni di Schroeder si siano fatti pragmaticamente più morbidi rispetto a qualche mese fa, l'ekettorato tedesco, che per circa l'80% è contro la guerra, apprezza il comportamento del Cancelliere, che dopo un inizio stentato sta infatti riguadagnando consensi. I motivi sono riconducibili al fatto che qui la sinistra "antiamericana" è molto più debole, e non ha leaders molto autorevoli che la rappresentino; e al fatto che l'opposizione cristiano-democratica, sconfitta e in crisi di leadership, non ha una posizione chiara e univoca sul conflitto iracheno. Così la gente non rimprovera più di tanto a Schroeder quello che invece "Le Monde" considera un "appoggio indiretto" alla guerra, e lo stesso Cancelliere può permettersi il lusso di bacchettare i deputati più antiamericani: "Non dobbiamo dimenticare, e anche gli uomini del nostro Paese non devono farlo - ha ricordato - che i paesi che hanno mosso guerra all'Iraq sono nostri alleati e amici".

Insomma la Germania rossa e pacifista, fatto in fondo il suo dovere, ora si ammorbidisce e cerca, attraverso considerazioni "di sinistra" (come quelle sulle chance del dopoguerra), di rientrare nel gioco politico internazionale dopo la sconfitta nella battaglia diplomatica. L'America viene trattata come un amico di cui oggi non si condividono le scelte, ma che rimane pur sempre uno storico alleato. L'editoriale della Berliner Zeitung di venerdì 4 aprile spiega, amaro ma realistico: "Dalla crisi irachena gli europei dovranno arrivare ad una conclusione: non potrà esistere un'Unione Europea che si ponga in opposizione alla volontà americana".
"Ohne die Usa vergeht Europa", senza gli Stati Uniti l'Europa muore.

 


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