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Un'altra musica per un'altra pace



Giuliano Caione




Non era esplicito nelle intenzioni dei performer né nell'idea dell'ente organizzatore promuovere un concerto per la pace. Eppure è parso carico di significato in tal senso il concerto Mani di velluto che si è tenuto qualche giorno fa all'Auditorium di via San Gottardo, a Milano.

Sicuramente una serata molto particolare, fuori dai canoni produttivi, in quanto basata non su brani di autori famosi ma sull'improvvisazione. Già: l'improvvisazione, un tempo costitutiva dell'invenzione musicale e oggi relegata ad un ruolo marginale. Fino al 1700 circa ogni compositore proponeva, in concerto, delle soluzioni musicali innovative, riplasmando dinanzi al suo pubblico materiale suo o di altri, reinventando materiali sonori d'uso comune da proporre a un uditorio avido di novità. Di quell'arte e di quei suoni non è rimasto nulla, era musica che svaniva per sempre alla fine della serata, e solo come dolce ricordo rimaneva impressa per qualche tempo nelle sinapsi neurali dei fortunati ascoltatori.

Il successivo sviluppo di un sistema produttivo musicale segnò la nascita, nel XVIII secolo, di un'imprenditoria che si occupava espressamente dei compositori e dei loro prodotti artistici; la stampa musicale e la nascita del diritto d'autore garantirono l'invenzione del genio, ma la musica a quel punto fu costretta a pagare un grosso tributo. L'improvvisazione scomparve progressivamente dalle pubbliche esecuzioni, tutto ciò che non era scritto non fu più considerato artisticamente valido e si creò una distinzione netta tra il ruolo del compositore demiurgo (che crea l'opera nella sua perfezione e la dà alle stampe per garantirne la conservazione e il valore artistico) e quello dell'interprete (sempre più vincolato alle prescrizioni dell'autore e meno libero di esprimere la propria sensibilità).

Da allora sono passati circa tre secoli, ma finalmente qualcosa, a favore dell'improvvisazione sta cambiando…. come abbiamo visto in Mani di velluto: otto musicisti, provenienti da esperienze e culture diverse, alcuni dei quali non si erano mai incontrati prima, hanno dato vita ad un flusso di suoni di circa un'ora e mezzo, tutto assolutamente improvvisato.

Il gruppo è un estensione del Swimmer quartet da tempo impegnato nel recupero dell'arte improvvisativa, con Riccardo Sinigaglia al pianoforte, Maurizio Barbetti alla viola e Rocco Parisi al clarinetto basso, diretti da Alzek Misheff che suona a distanza un pianoforte attraverso un controller a raggi infrarossi. Ad essi si aggiungono altri due pianisti, Monica Cattarossi e Matteo Licitra, la bulgara Biliana Voden che suona un synth capace di variare il timbro di una effervescenza naturale prodotta con vitamina C e acqua, e il grande Don Buchla, statunitense, ideatore dei primi sintetizzatori elettronici degli anni '60, che suona il Lightining II, di sua invenzione, col quale crea suoni molto coinvolgenti attraverso il movimento nell'aria di particolari bacchette.

I performer inizialmente si sono presentati, alternandosi sul palco, in brevi esecuzioni in cui hanno espresso il proprio carattere musicale e improvvisativo. Poi, tutti insieme in scena, per un lungo piacevole continuum sonoro, in cui al prevalente timbro del pianoforte si sono fusi gli altri strumenti acustici ed elettronici in un'invidiabile armonia. Tutto avrebbe potuto sembrare studiato, preparato, ma non è stato così; una sola prova prima del concerto, senza Buchla e la Voden, giusto per permettere a Misheff di capire il carattere musicale dei suoi ospiti.

Ognuno dei musicisti in quei frangenti era se stesso, col suo modo di essere e le sue emozioni espressi liberamente sul proprio strumento. "E' sorprendente come nessuno emergesse in modo prevaricante sugli altri" ci ha detto poi Sinigaglia e, aggiungiamo noi, questo vale a maggior ragione considerando le differenze timbriche tra strumenti acustici ed elettronici, e la diversa concezione pianistica dei performer, in particolare quella molto scenica e percussiva di Licitra, quasi un acrobata della tastiera con i guanti che lo aiutano a colpire i tasti in modo violento e inconsueto.

Un'ora e mezzo di musica libera, creata al momento e come tale irripetibile, da persone che esprimono le proprie diversissime idee in modo tranquillo, senza voler sopraffare gli interlocutori ma non rinunciando al proprio modo di essere, di pensare, di suonare. Di questo sentiamo tanto il bisogno oggi: di un confronto leale, scevro dal desiderio di imporre le proprie idee, la propria cultura e il proprio modo di essere sugli altri, nel rispetto di ciò che è diverso da noi. Ed è per questo che sono convinto che, al di là da qualsiasi strumentalizzazione, una musica di tal genere, possa aiutare la pace.

 


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