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Da giornali e tg qualche bella lezione



Giancarlo Bosetti




Crisi delle certezze militanti 1

E' una impressione iniziale, di questa prima fase di una guerra che si annuncia non brevissima. Ma, anche a giudicare dagli inizi, il carattere controverso degli eventi produce sulla stampa italiana (parlo della maggior parte dei quotidiani e dei piu' importanti, escludo le ali, Unita' e Manifesto da una parte, Foglio e Giornale dall'altra) l'effetto di tenere lontani gli atteggiamenti partigiani, super-schierati che spesso nella storia passata hanno fornito al linguaggio dei titoli e dei pezzi le ali della "militanza". Il che e' sicuramente vero anche per l'eccellente, equilibrato lavoro, svolto in condizioni difficilissime (logistiche e politico-aziendali) da Lilli Gruber e colleghi per la Rai.

E non dobbiamo dimenticare che questo lavoro avviene in condizioni di rischio alto, molto alto (come si vede dal caso dei sette italiani arestati), cosi' alto che io credo la Rai e i giornali dovrebbero prendere in considerazione l'idea di ritirare d'ufficio i propri inviati dai punti piu' critici a cominciare da Bagdad.

Intendiamoci, c'è da star sicuri che la guerra delle frottole non finirà mai dove c'è la guerra delle armi. Il contrasto dei numeri, dei feriti, dei prigionieri, delle vittime dei bombardamenti accompagna la storia umana. L'abbiamo visto in Serbia: Furio Colombo, che oggi dirige un giornale militante, mise in appendice del libro La fine del villaggio globale i dispacci della Nato e quelli di Belgrado in una giornata del '99. Risultato: sembravano parlare di guerre differenti.

Sono reduce dalla lettura di una tesi di laurea (Marta Rovagna, Università Roma Tre) dedicata al linguaggio dei giornali del 1956 nelle giornate dell'ottobre ungherese. Lo stesso nome della cosa che stava accadendo era diversa. Per la sinistra era una "controrivoluzione" e poi diventò "i fatti di Ungheria". Per altri una rivoluzione patriottica. La prima versione, controrivoluzione, significava, per i sostenitori della Rivoluzione del '17 (e delle rivoluzioni in generale), qualcosa di ostile allo stesso progresso. Poi, di fronte alle palesi contraddizioni che questa interpretazione doveva subire, il concetto fu degradato a "fatti" (qualcosa di genericamente increscioso). La guerra fredda divideva anche i linguaggi, e i giornali: controrivoluzionari o patrioti? Invasione o solidale aiuto? "Putsch" o disperato tentativo di riforma? C'era una Yalta linguistica come c'è sempre stata una trincea delle parole. Si sa che Cesare Battisti, "eroe" per gli Italiani era un "traditore" per gli Austriaci.

Crisi delle certezze militanti 2

Ancora ai giorni nostri in varie parti del mondo il linguaggio descrive diversamente e "schiera" giornalisti e lettori. Il Medioriente è il teatro permanente di questo genere di contrapposizioni, nel conteggio delle vittime, nell'età degli aggrediti, degli aggressori, come nel taglio delle inquadrature del bulldozer che spinge le macerie. Ma questa guerra, voluta dagli Stati Uniti e iniziata unilateralmente senza l'avallo dell'Onu, senza il sostegno di tutti i tradizionali alleati atlantici e avversata fortemente dall'opinione pubblica europea sembra avere, come prodotto collaterale, un notevole equilibrio degli aggettivi, della sintassi, dell'enfasi. Anche l'enfasi divide i suoi accenti drammatici: la paura dei civili sotto le bombe, ma anche quella dei soldati, le vittime di una parte e dell'altra, le ansie delle famiglie di Bagdad, ma anche di quelle del Kansas.
"Mi chiamo Shauma, trent'anni, vengo dal Texas". L'hanno presa prigioniera. Al Jazeera l'ha mostrata a tutto il mondo, con il suo sguardo impaurito. Nessuno ci ricama sopra se non per offrire umana simpatia. L'opinione europea, anche quella dei milioni che scendono in piazza con le bandiere arcobaleno, avversa la guerra ma non detesta gli americani.

Crisi delle certezze militanti 3

Le incertezze sul mostrare o non mostrare le immagini macabre di alcuni cadaveri di soldati americani hanno provocato reazioni diverse nei responsabili dei telegiornali. Qualcuno sì, qualcuno no, qualcuno ha deciso di mostrarle un po', ma le divisioni non hanno seguito un chiaro spartiacque politico. Buon segno anche questo. Gli schieramenti "linguistici" sono confusi, segno che le "perplessità" fanno strada, avanzano da ogni parte. Benissimo, che la "selva dei perplessi" - per usare una espressione cara a un mio vecchio amico - diventi più fitta. In certi periodi (no, non è sempre così) è bene che questo accada.
Giovanni Sartori qualche giorno fa, a poche ore dall'inizio della guerra ha esibito le sua incertezza soppesando i pro e i contro e confessando che nessun argomento gli sembrava capace di sgominare il campo dalle obiezioni: ciascuno aveva un suo efficace contrario. Io sono d'accordo con lui.

La catena degli unitaleralismi "fai da te"

"E'difficile seguire un'amministrazione che decide di ignorare le Nazioni Unite per rendere chiaro a Saddam Hussein che le Nazioni Unite non vanno ignorate ; e che in nome della democrazia nel mondo decide unilateralmente una guerra per la quale non ha la maggioranza in quel Consiglio di sicurezza che rappresenta quel poco di democrazia da cui il mondo dovrebbe farsi governare".
La citazione, presa a prestito da un giornalista americano, è l'incipit di un articolo di Giuliano Amato, la sua Lettera dall'Europa per il Sole 24 Ore del 23 marzo. La critica all'unilateralismo americano prosegue scovandone alcuni altri, di unilateralismi, che hanno avvitato la situazione internazionale in una serie di "fai da te" a causa dei quali veniamo consegnati a un paesaggio internazionale pieno di guasti : colpiti funzione e credito dell'Onu, divisioni tra Europa ed America, divisioni in Europa, per parlare solo dei danni indiretti della guerra. C'e' il "fai da te" di Francia e Germania che non cercano di negoziare una posizione comune con gli altri Stati dell'Unione ma si dissociano da sole dalla linea di Bush ; e c'è il "fai da te" di Blair che invece di fare da ponte con gli americani finisce isolato dall'altra parte del ponte, invece di condizionare come sperava la dialettica interna all'amministrazione Usa si ritrova tra i perdenti, tra le colombe schiacciate dai cingoli del panzer. E infine il "fai da te" italiano, un altro genere di isolamento che consiste nell'utilizzare il mondo e l'Europa come materiali per le polemiche interne, tra maggioranza e opposizione, e all'interno dell'una e dell'altra.

Preziosa semina dei dubbi

Tra i benefattori che mettono in circolo dubbi, tra i benemeriti che rompono lo schema delle "verità manifeste" (quelli che: basta aprire gli occhi per capire che bisogna stare da una parte) si palesa Giampaolo Pansa. Il suo Bestiario sull'Espresso mette in guardia la sinistra: bada che se spingi il tuo pacifismo fino al punto da esitare di fronte alla domanda se sia preferibile una vittoria americana o una vittoria di Saddam vuol dire che stai cercando di rifugiarti in un mondo di sogni pericolosi e che stai spingendo la sinistra verso l'estremismo.
Beppe Severgnini sul Corriere invita anche lui ad uscire da un mondo di sogni e a valutare la situazione con il realismo indispensabile e il senso della misura che si addice a un paese alla "periferia dell'Impero". Ma anche il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, al quale è stata attribuita una battuta infelice "né con Bush né con Saddam" si impegna sul Corriere della Sera in un'argomentazione che smentisce quelle parole e che consiste nel rifiuto di semplificare la scelta tenendo aperto lo spazio dei ragionamenti e dei dubbi. Se gli è scappata la battuta, ha commesso un errore, ma si tratta decisamente di un caso in cui la toppa è meglio del buco. E se il buco non c'era, la toppa è comunque un bel rinforzo per i gomiti.

Riprendere il nostro dialogo con l'America

E' l'indicazione che viene a Gian Enrico Rusconi, uno studioso che i lettori di Caffè Europa e di Reset, e non solo quelli della Stampa di Torino, conoscono bene: che noi Europei riprendiamo il dialogo con gli Stati Uniti. Non basta dire "non siamo anti-americani", ci vuole molto di più: bisogna cominciare, a guerra ancora in corso, e soprattutto da parte dei leader del centrosinistra, a mettere mano alla riparazione dei guasti del tessuto dei rapporti internazionali, dentro l'Europa, tra i governi europei e quello americano, dentro l'Onu. Certo non si tratta di sostenere l'unilateralismo di Bush, ma neanche rimanere paralizzati in attesa degli eventi.
Manifestare questa volontà di dialogo è importante per sollecitare la ispirazione universalistica che nella cultura americana è indubbiamente presente e forte. Non servono per niente Usa-Day e altre simili iniziative (che, una volta intrapresi da parte della destra, avrebbero effetti probabilmente opposti alle intenzioni), che rischiano di nuocere ai presunti beneficiari. Serve che la sinistra italiana si ricordi che gli Stati Uniti sono quello stesso paese che tre anni fa sembrava diventato la capitale del centrosinistra mondiale, che esiste una discussione nella società e nella politica americana non meno viva e libera di quella che si svolge in Europa, e che nonostante la guerra questa discussione prosegue, da Hollywood fino a Washington. Il che ci parla di una caratteristica formidabile di quella democrazia, la più formidabile delle sue armi.

 


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