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Il condannato Damiens e il movimento pacifista



Elisabetta Ambrosi




"Damiens era stato condannato, era il 2 marzo del 1757, a fare confessione pubblica davanti alla porta principale della Chiesa di Parigi, dove doveva essere condotto e posto dentro una carretta a due ruote, nudo, in camicia, tenendo una torcia di cera ardente del peso di due libbre" [e poi condotto] su un patibolo che ivi sarà innalzato, tanagliato alle mammelle, braccia, cosce e grasso delle gambe, la mano destra, tenente in essa il coltello con cui ha commesso il detto parricidio, bruciata con fuoco di zolfo e sui posti dove sarà tanagliato, e sarà gettato piombo fuso, olio bollente, pece bollente, cera e zolfo fusi insieme e in seguito il suo corpo tirato e smembrato da quattro cavalli e le sue membra e il suo corpo consumati dal fuoco, ridotti in cenere e le sue ceneri gettate al vento".

Con il racconto della condanna a morte di Damiens, riportato sulla Gazzetta di Amsterdam del 1757, Michel Foucault apre il suo celebre Sorvegliare e punire (Einaudi, 1976). Ciò che colpisce nell'atroce descrizione del fatto è la violenza spropositata utilizzata per uccidere un corpo, la ridondanza degli elementi versati sulle ferite per aumentare le sofferenze ("piombo fuso, olio bollente, pece bollente, cera e zolfo fusi insieme"), l'orrenda ferocia nello smembrare un essere intero. Ma l'elemento che stupisce maggiormente in quel resoconto è un particolare sopra omesso, e cioè il fatto che ad un simile spettacolo partecipassero famiglie e bambini.

Perché oggi un simile racconto ci sconvolge e atterisce alla sola lettura, quando appena due secoli e mezzo questo non avveniva (almeno non per tutti, non per la maggioranza delle persone, abituate a simili scenari, almeno stando a quanto riportano i documenti storici che pullulano di simili agghiaccianti resoconti)? E in che senso la storia del condannato Damiens ci rende più facile capire e spiegare la grande mobilitazione pacifista nelle piazze del mondo contro la guerra all'Iraq?

Sono ateo, dunque pacifista

Nel suo straordinario testo Radici dell'io. La costruzione dell'identità moderna (Feltrinelli, 1993) - il filosofo canadese Charles Taylor sostiene e dimostra come tutti i grandi mutamenti storici siano sempre legati circolarmente a cambiamenti nel modo di autopercepirsi, di vedersi come soggetti morali nella propria storia. Ripercorrendo i grandi movimenti umanitari degli Stati Uniti, dall'abolizione della schiavitù fino al movimento per i diritti civili degli anni Sessanta del secolo scorso, Taylor nota come queste manifestazioni rispecchino quelli che egli chiama "gli imperativi della benevolenza e giustizia universali", insieme alla convinzione che il loro riconoscimento faccia parte della nostra civiltà. E, prosegue Taylor, "L'imperativo della benevolenza porta con sé la percezione del fatto che questa nostra età ha prodotto nella storia qualcosa che non ha precedenti e precisamente il riconoscimento di questo imperativo. Noi ci rendiamo conto che la nostra civiltà ha compiuto un salto qualitativo; e tutte le epoche precedenti ci appaiono piuttosto sorprendenti e perfino barbare, con la loro accettazione apparentemente del tutto pacifica della sofferenza e della morte intenzionalmente inflitte o facilmente evitabili, nonché della crudeltà, della tortura e addirittura della trasformazione della loro ostentazione in motivo di divertimento".

Nonostante questa convinzione sia spesso frutto di presunzione (e il fatto che la pena di morte esista ancora in paesi quali gli Stati Uniti ne è una conferma), tuttavia, ammette Taylor, "resta vero che la civiltà emersa dall'Europa occidentale nel corso dell'età moderna ha attribuito un valore eccezionale all'uguaglianza, ai diritti, alla libertà, all'attenuazione della sofferenza". L'etica illuministica e la sua irriducibile fede umanistica in un progressivo attenuamento della violenza, e in particolare di quella inutile, ha portato a vedere come mali da evitare a tutti i costi la sofferenza, ma anche e soprattutto la violazione o l'amputazione del corpo, che sempre più appare sacro e inviolabile (si pensi, per fare solo uno degli esempi, al grande sviluppo della medicina non invasiva).

Ma c'è un altro elemento che, a mio parere, ha generato questa fede nella possibilità di eliminare il dolore, e cioè la progressiva e impressionante scristianizzazione e secolarizzazione delle nostre società: cosa davvero straordinaria se ci si rapporta alla visione del mondo medioevale e moderna dove, a parte le adesioni dovute alla costrizione, sembrava letteralmente impensabile che Dio non ci fosse, che fosse assente dal mondo. La progressiva presa di coscienza della contingenza delle nostre vite e il venir meno di qualsiasi aggancio metafisico ha prodotto, parallelamente ai processi di individualizzazione e soggettivizzazione, un aumento del valore della vita - dell'unica vita disponibile! - un improvviso impennarsi, per così dire, delle suo quotazioni nella coscienza collettiva, che nel mondo moderno e medioevale erano invece spesso scarsamente valutate.

Proprio tale fiducia incredibile e incrollabile nell'importanza dell'eliminazione della barbarie e della violenza costituisce, a mio parere, una prima caratteristica che anima, in maniera sotterranea e inconscia, il movimento pacifista che invade le piazze di tutto il mondo. Sono contemporaneo, so di essere fragile, so che questa è l'unica vita che ho e non voglio che sia minacciata. La mia come quella di altri. Troppo insensato è lo spreco di vita umana, troppo sconvolgente per avere una qualche forma di giustificazione.

Ateo, dunque pacifista, si potrebbe provocatoriamente dire? In un certo senso sì. E allora come si spiega la mobilitazione del papa e dei cattolici? In realtà è facile notare quanto moderna, o meglio "post-moderna" sia - nonostante le crociate contro preservativi e aborto - la fede di Giovanni Paolo II. Quanto, cioè, sia una fede ermeneutica, segnata dalla consapevolezza della precarietà, lontana anni luce dalla barbara convinzione che Dio possa essere trascinato dalla propria parte a giustificazione di una azione militare e politica. Anzi, in questo senso è possibile notare un curioso rovesciamento di ruoli: il papa appare il vero secolarizzatore, nella misura in cui ricorda a Bush che porre Dio dalla propria parte, coinvolgerlo in battaglia, è insensato e immorale, laddove è la fede primitiva del presidente americano, in questo davvero premoderno, ad essere impregnata della metafisica convinzione della guerra come missione escatologica e civilizzatrice.

Voglia di politica

Un secondo, importante aspetto che caratterizza lo straordinario movimento pacifista che invade spontaneamente le piazze è il suo palpabile, avvertibile desiderio di fare politica. Con la quale non intende necessariamente il coinvolgimento in ruoli partitici, ma, semplicemente, la voglia di "fare cose insieme", perché c'è politica ogni qualvolta più persone si raccolgono per agire insieme. Dopo anni di rifugio nel privato, nello spazio della propria intimità che, priva di un confronto con un altro da sé, finisce per essere meccanica ripetizione di ciò che esiste, spazio dedicato al consumo (che è il fenomeno antipolitico per eccellenza, poiché relega ciascuno nel suo cantuccio, nella sua nicchia di mercato); dopo anni di esaltazione della privatezza - che questo governo ha eretto a valore e al tempo stesso incarnato, in quanto, ahimé, evidente somma di interessi privati - la passione e la voglia dell'agire comune, con tutte le loro ambiguità e contraddizioni, tornano prepotentemente in primo piano, e le folle pacifiste sono una delle espressioni più significative di questa attitudine che, per la verità, già si era notata in questi ultimi mesi.

Da un lato, infatti, sembra che ogni avvenimento sia buono per scendere per strada e sentirsi parte di un insieme di persone diverse ma unite dal desiderio di agire, di dare cioè inizio a qualcosa di nuovo ed esprimere al tempo stesso la convinzione che le cose possono senz'altro essere altrimenti da come sono (al di là di ogni lettura deterministica degli eventi, che in verità spesso anima anche le più nobili analisi di tipo economico e sociologico).

Dall'altro, tuttavia, non è casuale che coloro che scendono per le strade abbiamo fatto della pace il loro simbolo assoluto, e che proprio in occasione della guerra le manifestazioni si siano fatte sempre più numerose e imponenti. Non solo perché, come sostenuto sopra, la sofferenza e la morte inflitta appaiono sempre più estranei alla nostra visione della vita. Ma anche perché, come emerge dalla famosa e insuperata analisi che Hannah Arendt ha condotto nello scritto Politica e violenza, è facile vedere come la violenza è una cosa molto diversa dal potere politico, nonostante che coloro che detengono il potere la utilizzino spesso come strumento necessario.

La violenza, infatti, è fenomenologicamente vicina alla forza naturale, individuale, (gli strumenti di violenza servono a moltiplicare esponenzialmente la forza individuale), ed è sempre strumentale (cioè subordinata ad un fine), meccanica e "cieca" in sé. Il potere politico è, invece, capacità umana di agire, e di agire insieme, e per mantenersi tale non ha bisogno né di coercizione né di persuasione, ma di riconoscimento, cioè di rispetto della sua autorità. Ecco perché, mentre la violenza necessita di una guida e una giustificazione per giungere al suo fine, il potere invece ha bisogno di legittimazione. Ma, conclude Arendt, questa legittimazione non può in nessun caso venire dalla violenza: "dalla canna del fucile nasce l'ordine più efficace, che ha come risultato l'obbedienza. Quello che non può uscire dalla canna del fucile è il potere". Anzi, ciò che spesso accade è che il dominio per mezzo della semplice violenza entra in gioco quando si sta perdendo il potere. Sostituendo la violenza al potere si può ottenere la vittoria, ma il prezzo è molto alto, non solo per il vinto ma anche per il vincitore, perché la violenza, se ingiustificata e lasciata a se stessa, può distruggere il potere, mentre è del tutto incapace di crearlo.

Proprio nello scarto tra le decisioni dei governi che hanno preso parte alla guerra contro l'Iraq e il sentimento che anima l'opinione pubblica si avverte, almeno in parte, un crollo di legittimazione, una crisi di fiducia. Questo aspetto dovrebbe preoccupare coloro che governano, e non solo perché indica una impressionante distanza - psicologica, culturale - tra il modo di concepire la vita e la politica delle persone che vivono nelle società contemporanee e i capi di stato e di governo (in questo senso davvero non basta dire "ma la politica è un'altra cosa") ma anche perché è sintomo di una perdita progressiva del loro potere. E allora, ripeto, la decisione di intraprendere questa guerra è un fatto non solo grave in sé, per il carico insopportabile di sofferenza e distruzione che già appare evidente, ma anche perché allarga la distanza che separa i governi dalla coscienza dell'opinione pubblica - ormai istintivamente avversa alla violenza come mezzo per risolvere le crisi internazionali - ed erode il già ristretto margine di legittimazione e fiducia di cui essi godono.

 


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