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Quanti sbagli. Resta un Atlantico di dubbi



Giancarlo Bosetti




E' uscito il numero 76 di Reset (marzo-aprile 2003). All'interno, un dossier dedicato alla guerra che si apre con questo editoriale del direttore, e poi articoli, tra gli altri, di Michael Naumann, Todd Gitlin, Dick Howard.

Quelli che non riescono a uscire dallo scontro di propagande (sono tanti in Italia e non diminuiscono) e tutti quelli che non percepiscono il carattere controverso della guerra americana all'Irak sono numerosi. E tuttavia si sbagliano. Non esiste neanche in questo caso, come in tanti altri, una "verità manifesta" da disvelare con uno strappo, come quando si inaugura una statua togliendo d'un colpo il telo che la copre. Et voila il disegno imperiale di controllare il mondo, et voila gli interessi petroliferi che tutto muovono, et voila i pacifici popoli del mondo che rappresentano il bene e che fermeranno gli eserciti maligni. Ma non si scherza neanche dall'altra parte: basta increspare un sopracciglio e far notare che la strategia di Bush, Rumsfeld e Wolfovitz appare talora pedestre, oh pardon, "jacksoniana", vagamente unilaterale, con un non so che di rude verso gli europei mangiaformaggi, che scatta l'accusa fatale, il marchio d'infamia: "antiamericanismo".

Siano dunque benedetti coloro che insistono sulla natura controversa delle posizioni da prendere (qualche nome a caso: Barbara Spinelli, Adriano Sofri, Sergio Romano) con tutto il carico di "se" e di "ma", di cui proprio non si può fare a meno. Con coloro che hanno paura delle cose complicate la discussione rischia di fermarsi qui: se non vedono che c'e' il problema di una risposta al terrorismo internazionale e che questo problema non riguarda solo gli Stati Uniti, se hanno paura più dell'America che di Saddam, oppure se non vedono, dall'altra parte, che il modo che ha Bush di reggere il timone della superpotenza non è il migliore tra quelli possibili, non c'è molta possibilità di dialogare. Che alzino le loro bandiere. Vedremo come va a finire. La discussione ha senso proprio nell'area dei "se" e dei "ma", in quell'area che il numero di Reset che esce in queste ore tenta di allargare con qualche contributo raccolto di qua e di la' dell'Atlantico.

Prendiamo l'antiamericanismo, per esempio. Viene brandito come un bastone per colpire in testa chiunque non si entusiasmi alla confusa strategia della Casa bianca: disarmare Saddam o rovesciarlo? Rovesciarlo. Con l'Onu o senza? Senza. Processo di pace in Medioriente? Non importa. Alleanze in Europa? Chi se ne frega.
Ma d'altra parte l'antiamericanismo c'è e come. Il confronto ne è spesso avvelenato. E qualcuno finisce per dimenticare che le democrazie di qua e di là dell'Atlantico hanno in comune le cose (le uniche, peraltro: la democrazia, i valori di libertà, il ripudio della violenza e dell'intolleranza) su cui si potrebbe costruire un principio di ordine mondiale).

Todd Gitlin, che pure su "Dissent" ha preso posizione contro questa guerra, ha anche scritto un bell'articolo (che trovate su Reset in edicola) sull'antiamericanismo, che ha naturalmente le sue radici in America, elencando le follie sostenute per esempio da Gore Vidal, spacciate anche da noi qualche volta come vigorose "provocazioni", e che sono un piccolo campione delle paranoie circolanti sull'11 settembre e sulle sue "cause". Paranoie raccolte senza freni inibitori da Jean Baudrillard e celebrate su Le Monde. Non vogliamo prendercela sempre con il pensiero "continentale" ma quando si legge che "la superpotenza statunitense con la sua insopportabile egemonia è la vera causa della violenza che dilania il mondo e, conseguentemente, l'unica fonte di ogni fantasia terroristica", vien voglia di diventare "analitici". Fuori dalle immagini filosofiche, è bene reagire facendo osservare che così si ragiona come se il terrorismo non costituisse un problema o come se fosse una qualsiasi forma di comunicazione: "comunicano che la superpotenza è eccessiva", ma non con un dispaccio di agenzia, no, tirando giù un paio di torri piene di impiegati con un paio di aerei pieni di passeggeri qualsiasi. Piano dunque con le metafore postmoderniste, ma piano anche con l'anatema di "antiamericani", che ha come fatale conseguenza quella di far crescere il numero degli antiamericani effettivi. E dei lettori di Baudrillard, che sarebbe in sé un male minore.

Se il ragionamento si fa sobrio, a rimetterci fortunatamente le penne sono proprio i portatori di "verità manifeste", e forse perde punti anche la prospettiva della guerra. Valga come esemplare la linea di discorso che Zbigniew Brzezinski ha tenuto sulla stampa americana e apparsa in Italia sul Corriere della Sera (3 marzo 2003, Un anno vissuto pericolosamente). Citiamo proprio lui, che non è una ingenua colomba, né un genere di antiamericano, ma è addirittura tra coloro che hanno confessato le loro responsabilità per avere avallato (come consigliere di Jimmy Carter nel 1978) una operazione "coperta" della Cia in Afghanistan, consistente nel finanziare la Jihad internazionalista, in chiave anti-Urss; operazione da cui scaturì poi la stella di Bin Laden. Che cosa sostiene Brzezinski? Che troppe cose sono andate storte nell'azione del governo americano, che si è data l'impressione che le risoluzioni dell'Onu fossero una farsa, che si sono maldestramente salutate come un bene le divisioni tra gli europei e così via sbagliando. E poi che l'obiettivo deve rimanere quello di disarmare Saddam, che si può tentare di farlo con una lunga pressione militare accompagnata da ultimatum, distruzioni di armi e ispezioni, che europei e americani hanno interessi convergenti, che l'Alleanza atlantica deve restare l'asse prioritario della strategia della Casa Bianca, che non c'è vittoria definitiva sul terrorismo se non si fa la pace tra isrealiani e palestinesi. E ancora che - per inciso - il collegamento tra Al Qaeda e l'Irak rimane nebuloso. Argomenti tutti da sottoscrivere, almeno secondo noi, e che non sono affatto lontani da quelli del governo tedesco, delle interviste di Joschka Fischer, o di Michael Naumann, o almeno non così lontani come appaiono nella testa di quegli americani, descritti qui da Göran Rosenberg, che tendono a vedere il resto del mondo come un problema e l'America come soluzione.

 


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