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Il linguaggio del dono



Paola Casella




Jacques T. Godbout, Il linguaggio del dono, Bollati Boringhieri, euro 12,39, pagg. 108

Ecco un saggio esile e denso, un distillato, si direbbe, dei ragionamenti che occupano la mente e il cuore, di Jacques T. Godbout, docente universitario canadese che al tema del dono ha dedicato alcuni scritti e molti anni di studio. La sua premessa è che il dono è un bene misconosciuto e male utilizzato, per il fatto stesso che dovrebbe prescindere dall'idea di utilizzo alla quale tanto spesso è accomunato.

Chi l'ha detto che sia tendenza naturale e irrevocabile, da parte dell'uomo, quella di donare in vista di un ritorno, o per assolvere a un dovere - sociale, economico, emotivo? Chi l'ha detto che la prassi del donare sia ipocrita, perché essenzialmente motivata dal guadagno - economico, sociale, emotivo?

Messo in dubbia questa premessa, condivisa dalla società occidentale contemporanea, l'autore procede a proporci la sua visione laica, e soprattutto non cattolica, del dono che non crea credito, e che non viene patito come debito; che si esprime a fondo perduto, che si risolve nel piacere del dare e del ricevere, senza generare aspettative di un ritorno, o ansie di reciprocità.

Godbout procede poi ad addentrarsi nei meandri del linguaggio che accompagna l'atto del donare e del ricevere, attraverso espressioni vissute e culturalmente assorbite anch'esse come forme di scambio - di convenevoli, di frasi di circostanza - ma anche attraverso un recupero della purezza di certe parole e certe espressioni già in uso (ma non necessariamente utilitaristiche). "Grazie" non è necessariamente una risposta che sdebita, può essere anche una risposta che, a sua volta, regala.

Il linguaggio del dono (e il dono che il linguaggio simbolicamente rappresenta), permette di "mettere in circolo l'amore", come direbbe Ligabue (e qualcosa mi dice che Godbout non se ne avrebbe a male, a sapersi paragonato al rocker di Correggio), permette di intessere il grande arazzo dei legami che ha per scopo non già (o non solo, per i cinici fra noi) la realizzazione di rapporti di interesse e di convivenza, ma la concretizzazione di un'opera d'arte bella a vedersi, e volatile, come un mandala, perché il suo valore non sta nella sua perfezione, ma nella sua capacità di sollevarsi verso l'alto.

 


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