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Globalizzazione senza anatemi



Antonio Carioti




La sinistra toscana ha segnato un grosso punto a proprio favore con il Social Forum di Firenze, che si è svolto in modo civile e pacifico a dispetto di tanti interessati allarmismi. Ma il contributo dei riformisti, rispetto al movimento "no global" o "new global" che dir si voglia, non può limitarsi all'ospitalità e all'ascolto, perché nel merito della questioni poste dai giovani c'è bisogno di risposte precise. Blandire gruppi le cui tesi sono spesso impregnate di un'ideologismo radicale non porta molto lontano, se ci si pone in una prospettiva di governo. E sarebbe una iattura se la discussione si riducesse al muro contro muro tra i profeti del nuovo anticapitalismo (tipo Viviane Forrester o Naomi Klein, per non parlare di Toni Negri) e i cantori delle magnifiche sorti cui dovrebbe condurci, a loro avviso, un mercato mondiale del tutto libero da vincoli pubblici. Diciamo la verità: a sinistra c'è un notevole deficit di riflessione, elaborazione e proposta, cui si può rimediare solo mobilitando le energie intellettuali di chi, a livello internazionale, preferisce lo studio faticoso dei problemi alla stesura di anatemi e proclami.

Un positivo contributo su questo terreno viene da Global in quattro domande, la pubblicazione senza diritto di copyright che "Libertà Eguale Toscana", associazione diessina di tendenza liberal, ha prodotto in occasione del Forum di Firenze. Il volumetto, introdotto da Tommaso Nannicini, raccoglie le risposte che dodici economisti, tra cui due premi Nobel, hanno dato a quattro quesiti riguardanti questioni assai controverse: il rapporto tra apertura agli scambi con l'estero e sviluppo; gli effetti della globalizzazione sulle disuguaglianze a tutti i livelli; la necessità di attuare politiche per compensare i gruppi penalizzati dalle grandi trasformazioni in atto; l'opportunità di un intervento pubblico di portata globale per ovviare alle insufficienze del mercato.

Nella varietà delle indicazioni fornite dagli interpellati, emergono alcuni punti fermi. Senza dubbio l'intensificarsi del commercio agevola la crescita economica, che però dipende anche da molti altri fattori concomitanti. Le distanze tra Nord e Sud del mondo aumentano, ma la povertà assoluta è in diminuzione: comunque non è possibile ragionare sul problema considerando il Terzo Mondo come un insieme omogeneo, poiché tra i disastri dell'Africa nera e i buoni risultati di altre realtà corre un'enorme differenza. Ma soprattutto si rivela sbagliata l'idea che la politica e gli Stati non abbiano più nulla da dire, in quanto il mercato sarebbe in grado di bastare a se stesso. Al contrario, le scelte dei poteri pubblici sono determinanti nel consentire alle popolazioni di cogliere le buone occasioni offerte dai processi globali, né può esistere una sana competizione economica senza autorità che ne fissino i limiti e ne garantiscano lo svolgimento corretto.

Sul versante opposto, anche le suggestioni agitate nei Social Forum lasciano spesso a desiderare. Come nota l'economista indiano Jagdish Baghwati, la pretesa di imporre ai paesi poveri standard elevati di protezione sociale rischia di tradursi in forme di chiusura inaccettabili verso i loro prodotti. E al vessillo ideologico della "Tobin tax" sulle transazioni finanziarie, progetto ben difficile da realizzare, sarebbero preferibili misure più pragmatiche, come la "coffee tax" ipotizzata da Mario Deaglio per evitare i crolli verticali dei prezzi delle materie prime, che causano guai tremendi nel Terzo Mondo. La globalizzazione necessita di essere governata, ma non si può farlo con la presunzione che "un altro mondo" sia a portata di mano.

 


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