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La finestra di fronte



Paola Casella




Difficile rendere giustizia a un'emozione. Ancora più difficile raccontare un film che emoziona non tanto attraverso la sceneggiatura, o i dialoghi, o la recitazione, che pure sono di prim'ordine, quanto, come è giusto che sia, attraverso il potere evocativo delle immagini. E questo nonostante la precisione formale e la maestria tecnica del regista rischino spesso di interferire con la verità immediata delle immagini, di intralciare il passaggio diretto dei sentimenti dallo schermo al cuore degli spettatori.

La finestra di fronte, l'ultimo film del turco-italiano Ferzan Ozpetek (quello de Le fate ignoranti, Harem Suare e Il bagno turco) riesce ad essere profondamente commovente - struggente, a tratti - e a creare una malìa che incanta il pubblico, al punto che l'intervallo coglie gli spettatori di sorpresa, e la conclusione li trova immobili, a seguire fino in fondo i titoli di coda. La resistenza del pubblico ad alzarsi a spettacolo finito non deriva solo dall'intensità dell'inquadratura finale - un primissimo piano dello sguardo di Giovanna Mezzogiorno, che interpreta il ruolo principale del film - o della voce di Giorgia, che innalza (è il caso di dirlo) la canzone della sigla. E' la reticenza di chi è stato catturato dalla fiaba orientale narrata da una Sherazade occidentalizzata, anzi diventata romana - e Ozpetek si assicura che La finestra di fronte (come già Le fate ignoranti) tragga la sua forza evocativa anche da una Roma che non ha nulla da invidiare alla Istanbul de Il bagno turco e di Harem Suare.

Che La finestra di fronte fosse una storia di sguardi, era già stato anticipato dal trailer: anche lì, c'erano i primissimi piani degli occhi dei quattro protagonisti, inframmezzati da bande scure che potevano essere cornici di finestre ma anche sbarre di prigione (e infatti la similitudine fra stipiti e sbarre prosegue per tutto il corso del film). Gli occhi sono quelli di Giovanna (Mezzogiorno), casalinga inquieta, di Filippo (Nigro), suo giovane e inadeguato marito, di Lorenzo (Raoul Bova), vicino di casa che osserva Giovanna da dietro un paio di occhiali alla Clark Kent, e infine di un uomo anziano (Massimo Girotti, nel suo ultimo ruolo) che, come ha detto Ozpetek, "aveva nello sguardo tutta la storia del film".

L'uomo anziano è il personaggio misterioso la cui identità diventerà manifesta - a lui prima ancora che agli altri personaggi - solo alla fine del film. Ma è abbastanza chiaro che sia suo lo sguardo azzurro e spaventato che compare all'inizio della storia: nel 1943, un garzone di panetteria uccide il suo padrone e fugge via, lasciando su un muro di Roma - uno di quei muri sui quali si sono già depositati secoli di storia - l'impronta insanguinata della propria mano. Quell'impronta insanguinata è uno dei tocchi -letteralmente - meno felici di Ozpetek, che alternerà lungo tutta la narrazione leggerezza e grevità, ispirazione poetica e didascalismo non privo di retorica. Ma è proprio da quella traccia che prende inizio la storia di lealtà e tradimento, di speranza e disillusione, che arriva dritto al cuore, oltre la finzione filmica.

La finestra di fronte è un film imperfetto, che un produttore più severo, o forse solo meno intimamente coinvolto con Ozpetek, avrebbe sfrondato di ripetizioni e ridondanze. Ma il team Ferzan Ozpetek alla regia e sceneggiatura, Gianni Romoli co-sceneggiatore e Tilde Corsi produttrice, già artefici del successo de Le fate ignoranti, cede all'autorità di Ozpetek, anche a scapito del prodotto finale. Tuttavia nella sua imperfezione (o forse proprio grazie a quella), La finestra di fronte veicola emozioni forti e sentimenti non edulcorati, la cui genuinità di fondo travalica la confezione artefatta e i molti passi falsi.

La sceneggiatura è forte e ben costruita: ad un certo punto, circa a metà del primo tempo, se ci si distanzia - con fatica - dalla narrazione ci si rende conto di quanto Ozpetek e Romoli ci abbiano catturato nelle maglie apparentemente lente di una storia che si allarga a cerchi concentrici come una tela di ragno, o come le spire di un boa prima della stretta finale - metafore adatte alla pericolosità insita in ogni storia ben narrata.

La coppia al centro della tela, delle spire, è raccontata in modo magistrale fin dalla prima scena, che li vede soli insieme - come non accadrà quasi più durante il resto del film - sul Ponte Sisto, al ritorno dalla spesa. Questa scena introduttiva (espositiva, si direbbe in sceneggiatura) serve a veicolare una quantità incredibile di informazioni sulla coppia: la frustrazione di lei, la sua aggressività compressa e pronta a scattare al minimo stimolo esterno, l'ironia e il carattere mite di lui, la loro sopravvissuta capacità di dialogo. Quella che ci viene presentata è una coppia che attraversa evidenti difficoltà, ma che ancora parla, ancora riesce a ridere - e questo è abbastanza da lasciare aperto uno spiraglio di speranza (di spiragli, come di scene viste attraverso gli spiragli, ce ne saranno molti, in questa storia).

Giovanna ha circa trent'anni, due figli e una serie di sogni nel cassetto, che le derivano da una personalità forte e, si intuisce, da un passato in cui l'investimento su se stessa è stata una scelta di fede: scopriremo che è priva dei genitori, ma anche che fa la contabile in una polleria, il che fa presupporre un'istruzione formale e funzionale (un diploma di ragioneria?) probabilmente superiore a quella del marito, che i genitori li ha avuti - almeno una mamma, cui deve la casa condominiale dove vive insieme a Giovanna e ai loro figli - ma non gli stimoli necessari a sviluppare una personalità definita.

Il sogno di Giovanna è quello di diventare pasticciera: un sogno concreto, pragmatico, ma con una forte dimensione creativa, una ricerca di poesia. Filippo, invece, non ha sogni, o almeno non riesce a metterli a fuoco, a tramutarli in parole, figuriamoci in azione. La scelta di casting di Filippo Nigro, non a caso l'unico attore "anonimo" in un cast di star, è azzeccatissima, a cominciare dall'aspetto fisico: Nigro è un trentenne romano come se ne vedono a centinaia, con la rasatura d'obbligo per chi perde i capelli a vent'anni e preferisce assomigliare a Bruce Willis che a Berlusconi. Filippo è un po' ultras "d'a Roma" e un po' scaricatore del mercato, un cucciolo troppo cresciuto dotato dalla natura e dalle circostanze di vita - la sua epoca, la sua generazione - di una quieta rassegnazione alla precarietà, alla riduzione a monte delle aspettative.

In un film che è tutto un gioco di specchi, Filippo è lo specchio dei tempi e, per questo, il personaggio più interessante del film - del resto il suo sguardo, nel trailer, è anche più enigmatico di quello di Girotti. E la naturalezza dell'interpretazione di Nigro non fa che aggiungere allo spessore drammatico del suo ruolo.

Giovanna contesta a Filippo proprio la mancanza di sogni, senza verbalizzare consapevolmente la sua delusione profonda, ma esternandola in rapidi sfoghi incontrollati, come gli sbuffi di vapore che fuoriescono dai lati di una caffettiera. Al contrario di Muccino, che nel suo Ricordati di me fa esplodere i conflitti fra coniugi in tono eclatante e costantemente sopra le righe (e che ne L'ultimo bacio aveva convogliato la stessa frustrazione domestica nel tormentone tragicomico interpretato da Sabrina Impacciatore, la cui disperazione era ridotta a una macchietta da Settimana Enigmistica), Ozpetek racconta una moglie esasperata così come si esprime nella realtà: con le frecciate, la freddezza dello sguardo, e sottovoce.

Magistrale, a questo proposito, il litigio più importante che avviene nel corso del film fra Giovanna e Filippo: non una piazzata mucciniana con grida e spintoni, ma una sommessa sequenza di sibili e di indici puntati. Magistrale, e sintomatica della forza di interprete di Giovanna Mezzogiorno, la pausa trattenuta che la vede aggrappata al lavandino, a prendere coscienza del potenziale deflagrante della propria rabbia repressa, a contemplare il rischio di superare, con la furia della quale si sente capace, il punto di non ritorno.

All'interno di questa dinamica di coppia - o meglio all'esterno, visto che guarda Giovanna dalla finestra di fronte e che si mantiene marginale rispetto alla sua esistenza - è Lorenzo, bancario single e rampante, dotato di occasionali colleghe in visita (che Giovanna "legge" immediatamente come più sofisticate e favorite dalla vita di lei), e invece attratto dalla routine di moglie e di madre della sua dirimpettaia, con la quale condivide la percezione di sé come pesce (fuor d'acqua) in un acquario.

La scelta di Raoul Bova per il ruolo di Lorenzo, ampiamente contestata dai fan di Ozpetek che lo accusavano di essersi venduto alle esigenze di cassetta, è invece molto azzeccata, sia perché la bellezza da fotoromanzo dell'attore lo rende perfetto come oggetto di sogno, sia perché il suo sguardo, per la prima volta, ci mostra paure e vulnerabilità dell'attore che coincidono opportunamente con quelle del suo personaggio: un sospetto di sindorme dell'impostore, ad esempio, o di non essere amabile per se stesso, ma per come appare - somaticamente perfetto, professionalmente realizzato.

Ozpetek ci dà almeno un'indicazione che il contrasto fra Lorenzo e Filippo non si svolge lungo le corde dell'attrattiva fisica: l'amica barista di Giovanna, che ha entrambi per clienti, predilige di gran lunga Filippo, sintonizzandosi sulla sua sanguigna sensualità, sul suo fascino reale (benché coatto). E un paio di scene renderanno evidente che anche Giovanna non è insensibile al fascino rozzo di suo marito: quella del bar, dove manifesta gelosia verso la barista, e quella di sesso, dove, pur senza poesia, si lascia andare alla animalità di Filippo. In quest'ottica, la mancanza di chemistry fra Bova e la Mezzogiorno è del tutto giustificata: non ci si acchiappa con un fotoromanzo, lo si sogna e basta.

Giusta, anche, la goffaggine di Lorenzo, l'unica caratteristica a rendercelo veramente caro: perché d'istinto saremmo già schierati con Filippo, che sopporta le tirate della moglie (e quanto è brava la Mezzogiorno a fare l'arpia - ce n'eravamo già resi conto ne L'ultimo bacio), che "sa far giocare i bambini", e si diverte con loro alla playstation perché alla console, almeno, non si sente uno degli ultimi.

Un capitolo a parte meriterebbero i due figli di Filippo e Giovanna, soprattutto la bimba sagace, che mette al suo posto la mamma quando lei "crede di essere il capo". I suoi dialoghi sono fra i più intelligenti, nella loro infantile saccenza, enunciati da un bambino cinematografico. E nonostante il cinismo, qualcosa nelle parole della piccola Martina ci fa credere che non diventerà l'aspirante velina di Ricordati di me, anche se ne avrebbe la motivazione forte: si intuisce infatti in lei una profondità che le impedirà di dare la caccia al nulla, ad esempio nel fatto che per lei è importante eccellere a scuola non per "diventare qualcuno" (e già diventare qualcuno studiando sarebbe un passo avanti rispetto a un'aspirante velina) quanto per conquistare il rispetto di sua madre.

Giusto, narrativamente parlando, è che la natura non conflittuale di Filippo sia contemporaneamente il principale motivo di affetto e di sgomento per Giovanna. Come non volere bene a un uomo tanto caritatevole? Come non temere il futuro accanto a un marito cui viene immancabilmente assegnato il turno più scomodo, perché "è l'ultimo arrivato"? Filippo riassume in sé gran parte dei drammi della sua generazione: la paura di alzare la voce, la condizione di minoranza della propria gentilezza d'animo, la mancanza di cultura e di possibilità di aggiornamento, l'abbrutimento di un sistema di svago (la televisione, la playstation) che premia la passività massificabile invece che l'iniziativa individuale. (Magistrale anche l'uso che fa Ozpetek di pochi e specifici agganci alla cultura pop nazionale: vedi Nada che canta "Ma che freddo fa", inaspettato contrappunto ironico a una condizione "termica" nella quale è intrappolata non solo la protagonista, ma tutta la società contemporanea).

L'ultimo personaggio, quello interpretato da Massimo Girotti (il cui nome nel film è una conquista della storia, e che dunque non riveleremo), è la cartina di tornasole per gli altri tre. Non a caso si presenta come un'identità incerta (uno shape shifter, direbbero gli esperti americani di sceneggiatura) che deve rivelarsi a poco a poco, grazie all'input degli altri personaggi. In questo senso, l'anziano personaggio è una specie di parassita che si nutre della vita degli altri per recuperare il senso della propria.

Ma è un parassita che restituisce (con gli interessi) a chi gli ha dato nutrimento: una prospettiva diversa, che nel suo caso, vista l'età e la vicenda che ha alle spalle, è anche una prospettiva storica, quella che manca a Giovanna e a Lorenzo, ma soprattutto a Filippo - e con questo passaggio Ozpetek illumina uno dei drammi più attuali della nostra società: la totale incapacità di storicizzarsi dei tardo-ventenni/neo-trentenni, per cui il tempo è solo attimo.

Filippo naviga quotidianamente nella precarietà, una precarietà che non è una gavetta in funzione di una professionalità solida futura (come quella alla quale aspira Giovanna, che vuole diventare apprendista in un pasticceria per imparare un mestiere basato sull'abilità individuale), ma l'anticamera di una frustrazione radicata, fatta di ripetitività senza fine, di continui inizi e mai di crescita.

L'infantilismo di Filippo, che intuiamo fomentato da una madre protettiva, si perpetua anche a causa di una realtà lavorativa che non consente la programmazione futura, e dunque intralcia di fatto il raggiungimento di una maturità costruttiva. Il personaggio di Filippo è all'altezza degli "scarti del mercato" raccontati da Ken Loach, Laurent Cantet o i fratelli Dardenne. Con l'aggiunta tutta italiana di una protezione familiare che colloca Filippo non nel sottoproletariato ma nella piccolissima borghesia (geniale l'arredamento anni '50 della sua casa, lascito materno privo di modernizzazioni successive), un'appartenenza tanto più dolorosa perché, istituzionalmente, prevede un corollario di ambizione sociale assai maggiore di quella sottoproletaria.

Peccato che Ozpetek non abbia pigiato ancora di più il pedale, facendo di Filippo il protagonista della storia. Il rischio, così, è di ridurre il dramma di quel personaggio a una debolezza caratteriale, cioè a un problema privato, invece di ampliarlo a una contingenza socio-economica che colpisce gran parte dei giovani. Filippo è l'emblema di una realtà lavorativa "a termine", e il suo pianto disperato al tavolo di cucina, le sue bevute solitarie (dal bottiglione del vino, di notte, quando nemmeno la moglie lo vede), non hanno nulla da invidiare alle disperazioni urbane raccontate da Loach, Cantet o i Dardenne.

Lo sguardo di Massimo Girotti non è remoto solo nello smarrimento per la perdita di identità - attraverso il quale Ozpetek getta luce su un altro dramma dell'attualità, la diffusione dell'Alzheimer fra i nostri vecchi - ma anche nella distanza temporale delle sue radici, che la città di Roma mantiene vive in una coesistenza di passato e presente simulata anche dal regista, con passaggi filmici che sono talvolta narrativamente opportuni (il 360 gradi al bar, che ci consente di vedere come i fantasmi del vecchio coesistano con la realtà oggettiva, alla Sesto senso), talvolta fastidiosamente virtuosi.

Il virtuosismo, come evidenziato dall'ultimo film di Muccino, diventa fastidioso nel momento in cui lo spettatore è chiamato ad accorgersi della bravura del regista (vedi la scena notturna, in Ricordati di me, che segue i componenti della famiglia di stanza in stanza, sormontando le pareti divisorie). Il difetto principale di La finestra di fronte resta comunque la sottolineatura, in sceneggiatura, dei passaggi più importanti della storia, come se il regista non avesse abbastanza fiducia nella potenza espressiva delle sue immagini. Ozpetek, da narratore orientale, pecca di ridondanza verbale, togliendo forza (pathos, diremmo, se non temessimo di offendere le sue origini turche) alle emozioni.

La prospettiva storica offerta dall'uomo anziano interpretato da Girotti fornisce a Giovanna una nuova chiave di lettura anche della propria vicenda personale, legata al punto di vista, dunque ancora una volta allo sguardo. Giovanna intrattiene una vera e propria mini-storia d'amore con il personaggio più maturo del film, e ciò diventa particolarmente evidente nella scena dove la Mezzogiorno e Girotti visibilmente flirtano - infatti l'attrice ha dichiarato che, dovendo scegliere fra Filippo Nigro e Raoul Bova, avrebbe optato per Girotti.

Più che la consapevolezza, Giovanna raggiunge la terzietà rispetto alla sua vita, la distanza critica che le consente di compiere il passo successivo, di non restare impantanata in una quotidianità che Ozpetek descrive - con precisione "storica" - come un percorso forzato di strettoie economiche e logistiche (magistrale la ricostruzione, a Cinecittà, di un casermone urbano edificato a scatola cinese dove, a voltarsi troppo in fretta, ci si vede la schiena).

Provando a guardare anche La finestra di fronte da una prospettiva "storica", il film rappresenta una delle uscite simboliche del recente cinema italiano dal solito onanismo da tinello: Ozpetek ci aveva già portato su una terrazza condominiale dalla quale si vedeva la città (Le fate ignoranti), ora disincastra Giovanna dalle sue stanze anguste e la spinge (con l'amorevole insistenza del bravo narratore) ad affacciarsi a una veranda cittadina (la scena finale di La finestra di fronte) da dove è possibile contemplare il passato come punto di partenza e guardare al futuro con occhi disincantati ma pieni di fiducia.

Anche il recupero dei codici di un genere - il melodramma, cui la presenza di Girotti, interprete di più di un melò anni Quaranta, conferisce, ancora una volta, pregnanza storica - dona un dimensione più ampia alla vicenda di La finestra di fronte, lo spazio emotivo per dipanare una storia di sentimenti forti e contrastati. Al contrario di Muccino, Ozpetek non brucia la frustrazione in collera, ma la trasforma (alchemicamente, quasi) in risoluzione ragionevole. Ciò che in Muccino deraglia brutalmente (salvo poi rientrare a forza nei binari), in Ozpetek va a reintegrare la quotidianità, non evasa, ma nutrita, possibilmente di cibi dolci e variegati che richiedono molta dedizione, e molte mani.

Laddove Ozpetek è senza vergogna Muccino è senza falso pudore; laddove Ozpetek usa un approccio registico semplice e diretto per raccontare conflitti veri, Muccino crea conflitti cinematografici dove il movimento ansioso della macchina da presa e le continue interruzioni del montaggio (strumento che andrebbe usato per rendere più comprensibile una storia, non per distrarre lo spettatore) si arrabattano per supplire alla mancanza di immediatezza narrativa.

La finestra di fronte è un elogio alla gentilezza, all'umana decenza, alla dignità nell'affrontare ogni giorno scelte deumanizzanti. Il personaggio di Giovanna compie la sua parabola di crescita proprio sulle corde del recupero della dolcezza, quasi del tutto svanita persino dalle sue parole nelle sequenze iniziali. L'eroismo, in questo film, si manifesta attraverso la generosità di Filippo, che non accetta denaro dal vecchio pur avendone molto bisogno, e si fa carico di uno sconosciuto semplicemente non abbandonandolo all'indifferenza delle istituzioni; attraverso la tenerezza di Lorenzo, che si innamora di una donna "che non sta mai ferma", invece che di una collega composta e "prioritarizzata"; attraverso la profonda ricerca di Massimo (chiamiamolo così, visto che è Girotti a dargli l'anima) non solo della propria identità, ma anche del senso di una Storia travagliata; attraverso la presa di coscienza di Giovanna, che non si sottrae alle complicazioni del vivere.

Il pregio principale de La finestra di fronte è il modo in cui continua a lavorare dentro di noi anche dopo la visione e si nutre delle nostre riflessioni, ci fa chiedere in quale finestra ci stiamo specchiando, e se riconosciamo la figura che ci guarda di rimando. Qual è il film che proiettiamo sullo schermo di fronte? O siamo già soli davanti al buio di due persiane chiuse?

 


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