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A scuola di poesia



Carlo Violo




Dire di un film dal linguaggio e dalla storia essenziale come Etre et Avoir (Essere e avere) di Nicolas Philibert, che conoscevamo soprattutto per Nel paese dei sordi, è compito rischioso. Vige infatti la regola che non è possibile discutere di un'opera dai tratti così semplici e profondi usando linguaggi troppo autoreferenziali e complessi che tradirebbero lo spirito dello stile comunicativo scelto dall'autore. Si rischierebbe, in termini semplici, di descrivere il suono evocativo del flauto di Pan attraverso i colpi e contraccolpi di una grancassa. Dovendo però affidare alle parole le mie valutazioni permettetemi di arricchire quanto ho da dire con qualche apporto di coloritura e taluna citazione, quel tanto necessario per esprimere in maniera articolata le evocazioni del cuore.

Prima di assistere alla semplicità del film non ho potuto evitare di pensare, vecchio riflesso di cercatore di riferimenti, all'assonanza con Erich Fromm e il suo Avere o essere? Ho avuto il sospetto che la scelta di un titolo così vicino all'opera dell'autore dell'Arte di amare e di Fuga dalla libertà non potesse essere completamente casuale. Ma poi mi sono trovato alle radici della comunicazione, non solo cinematografica, alle radici della partenza di ogni riflessione sull'umana specie, e ogni possibile legame con l'illustre esponente della Scuola di Francoforte mi è apparso magicamente fuori luogo, anzi, fuori tempo. Sia pure giocando con gli indubbi significati esistenziali degli ausiliari infiniti, mi va benissimo che l'autore abbia scelto il titolo come un semplice riferimento alle filastrocche didattiche delle elementari.

Qualcuno ha etichettato il film come documentario. Credo che le etichettature siano utili soprattutto per riempire cassettiere d'archivio negli scantinati della burocrazia. Sessanta ore di ripresa per cavarne 104 minuti di proiezione, montate dall'autore stesso, va oltre le etichette. Sa di intenzione distillatoria da frate trappista, di una pazienza certosina che solo una felice intuizione poetica poteva sostenere, nell'opera da miniaturista, senza cadute retoriche o barocche, o narcisismi declamatori.

L'intuizione è che osservando la vita scolastica di un gruppetto di bambini nel suo dipanarsi quotidiano noi osserviamo noi stessi, non solo nei ricordi d'infanzia, ma nella rimembranza del formarsi della nostra autentica coscienza, quella che, nel terrorismo quotidiano che dobbiamo sopportare sotto varie forme, si è rincantucciata forse in un baluginìo di sogno. La scuola è di quelle a classi uniche, ancora esistenti qua e là, specialmente nelle realtà rurali, ma tanto il mondo dell'umano divenire sembra ruotarle immediatamente intorno che il luogo cessa subito di avere importanza, e infatti rimane indefinito, sullo sfondo.

La scelta dei sottotitoli è stata fondamentale per conservare il suono e i rumori in diretta contribuendo potentemente a creare il gusto dell'immediata universalità. Ad un certo punto ho persino dimenticato di leggerli, i sottotitoli. La lingua di quei bimbi, fatta dell'interezza di loro stessi, è risultata ad un tratto chiara al cuore, e il film è diventato pura sinfonia. Sia pure nella scarna rappresentazione quotidiana senza sussulti e densa di primi piani ho vissuto nel mio cuore un crescendo di sentimenti, fino alla silenziosa, sobria, dignitosa, solitaria commozione del maestro che alla fine dell'anno scolastico, e del film, saluta i compagni del vivere di un anno, alcuni dei quali non rivedrà perché destinati alle medie.

Una sinfonia che mi ha ricordato il Bolero di Ravel il quale non a caso nasce da danze popolari: un immenso crescendo in una stasi ribollente. Un crescendo di timbri. Trovo straordinario che a questi livelli di profondità essenziale, poesia, linguaggio, musica, immagini, suoni si fondano così naturalmente toccando i sentimenti in tutte le loro forme, arrivando all'origine di tutte le arti, come l'idioma dell'uomo prima dell'arroganza e del delirio di potere della Torre di Babilonia.

Ho provato, in mezzo a tale sommessa sinfonia, ad immaginare il suono delle bombe, così, tanto per testare le fissazioni attualmente più di moda. Non ci sono riuscito. Un pensiero completamente assurdo. Non perché il film cercasse un tono falsamente idilliaco e conciliatorio attraverso la fin troppo facile metafora dell'infanzia felice. Al contrario. C'è una inoppugnabile realtà fatta di contrasti e disturbi del comportamento, di difficoltà psicologiche e sociali che i bambini non recitano ma 'hanno', che nessuno enfatizza semplicemente perché 'sono'. Il punto è che la pace che ispira il film nasce da dentro noi stessi nel momento in cui ci viene proposta una completa assenza di ideologie: tutto il resto non può che risuonare falso.

La macchina da presa non è stata nascosta. E' stato fatto di meglio: i bambini si sono semplicemente abituati a conviverci, come se fosse uno dei giocattoli della scuola. Geniale espediente per superare quello che neanche i fisici riescono a fare: esorcizzare il principio di indeterminazione, secondo cui la semplice osservazione cambia il fenomeno osservato. Con grave scorno dei fisici della materia che cercano la teoria unificante, l'esistenza di questi bimbi diviene insieme, sotto i nostri occhi, corpuscolo e onda. La coscienza dell'azione diviene tutt'uno con l'esperienza vissuta, e questo è tutto. Che si tratti semplicemente di amore?

Qui, all'origine dell'uomo, ci sono oggetti ma nessuno è padrone, ci sono regole ma nessuno è schiavo. Alizé, Axel, Guillame, Jessie, Jojo, Johann, Jonathan, Julien, Laura, Létitia, Marie-Elisabeth, Nathalie, Olivier sorprendono continuamente con la coniugazione infinita dell'avere e dell'essere problemi. Ecco il senso dell'infinito dei verbi ausiliari. Essere rappresenta la verticalità cosmica dell'"io sono". Avere rappresenta l'orizzonte terreno di quanto ci appartiene nell'"io ho". Orizzontale e verticale costituiscono le coordinate del mondo dove si apprende nella relazione, non nella gerarchia.

Un crescendo di miracoli. L'incomunicabilità di Nathalie, le difficoltà di Jojo (il bambino della locandina), il dolore di Olivier per il padre gravemente malato, il lavoro post scolastico di Julien nella stalla di famiglia svuotano il cuore unico degli spettatori dalla retorica millantatoria dei media quotidiani. Se 'rivoluzione' vuol dire smascheramento dell'azione sulle coscienze del potere in senso lato, allora di film rivoluzionario Essere e avere si tratta. Una rivoluzione sempre latente, che infatti non lascia mai dormire sogni tranquilli agli sciacalli del potere, che affiora prepotente ogni volta che si entra in contatto con l'essenzialità delle cose e ci si allontana dalle chiacchiere incantatrici dei marpioni.

Una rivoluzione leggiadra. E se a qualche buontempone dovesse venire in mente di citare il Grande Fratello come esempio analogo di vita in diretta, mi permetto leggiadramente di osservare che invece di affannarsi nelle definizioni sarebbe il caso di fare un test. Non di intelligenza, come si potrebbe pensare, ma di chi e che cosa fa cantare il cuore e chi o che cosa le pruderie consumistiche. Sarebbe un modo efficace per ricordarsi della fondamentale differenza e far funzionare meglio il mondo.

Ho già detto della fine. L'inizio è fatto di inverno rurale. Nell'aula silenziosa in attesa degli scolari, che il pulmino raccoglie casolare per casolare; le sedie sono sopra i banchi, un mappamondo giace a terra rovesciato e due testuggini, fuggite dall'acquario, lente attraversano lo spazio evocando la lentezza e la pazienza di cui è fatta l'educazione. L'unico momento che potrebbe sembrare leggermente retorico del film si salva perché già tutti aspettiamo l'irrompere dei bimbi che, infatti, arrivano dopo pochi minuti portando, nella scuola che si forma con la loro presenza, mocci al naso, felpe e giacconi universali, matite smozzicate.

Dov'è dunque nell'amore il prima e il dopo, dove il sopra e il sotto, la destra e la sinistra. Chi sta indietro e chi avanti? Dove sono io e dove i miei figli, transitati insieme per questi stessi luoghi? Ecco, persino la conoscenza spirituale, germana d'amore, viene svuotata dai malintesi esoterici apparendo nella sua fondamentale e raggiungibile semplicità. Come la Tavola smeraldina di Ermete Trismegisto, pilastro storico della iniziazione ermetica, questo film assegna a tutte le dimensioni della sapienza possibile il medesimo vicinissimo luogo: il cuore.

E' così che Philibert ci conduce a scuola di poesia generale nella campagna dell'Alvernia di Francia. Il cinema certo vive di produzioni a livello industriale e di divismo ma fa piacere riscoprirne di tanto in tanto l'anima attraverso opere esemplari per chiarezza e coerenza. Ad onore della cultura francese Essere e avere è stato realizzato da una nutrita schiera di coproduttori provenienti dal settore pubblico, tra cui il Centre National de Documentazion Pédagogique, e con il sostegno del Ministre de l'Education National e del Conseil Régional d'Auvergne. Mi chiedo se i nostri intelligenti canali TV avranno mai il coraggio di proiettare in prima serata questo capolavoro di educazione. Già, dimenticavo, non è previsto, poveri noi, alcun bollino che dica "se ne consiglia la visione ad adulti e bambini".

 


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