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Elogio del silenzio



Carlo Violo




Qualcuno certamente già conosce quella storiella del monastero buddista sull'Himalaya. Un gruppo di monaci siede nella stanza per le meditazioni davanti ad una grande statua di Buddha, in un monastero a 3.000 metri di altezza. Il silenzio è assoluto. Improvvisamente una mosca si mette a girare intorno alla testa di uno dei monaci il quale, spazientito, fa un lieve gesto con la mano per scacciarla. Al che il Lama, di lontane origine romanesche, guardandolo severamente, gli sussurra: "Aho! Se ci'ai intenzione de fa' casino è mejo se smammi."

Certo è un paradosso, una barzelletta, ma mostra molto bene che il concetto di rumore, come molti altri, è molto soggettivo. Prendiamo per esempio la nostra società evoluta. Io abito in periferia, un po' distante dalla strada di maggior scorrimento. La notte giunge comunque un continuo ronzio di motori perché il traffico, per quanto ridotto, non cessa mai del tutto. Mi sono abituato a considerare la presenza di questo ronzio come 'silenzio'. Un giorno che ho avuto come ospite un amico che abita in campagna, poveretto non è riuscito a chiudere occhio per tanto rumore. Per cui c'è veramente da chiedersi se il silenzio esista davvero o si tratti semplicemente di una categoria intellettuale.

Probabilmente il nostro cervello, come per tutti gli altri sensi, non si limita a registrare i segnali che arrivano dagli organi sensori ma ci aggiunge del suo, una specie di rielaborazione in base a una sua propria mappa di identificazione. Bene. Niente di nuovo. Non è il caso di addentrarci in meccanismi di funzionamento fisiologici per spiegare il silenzio. Credo sia più utile definire il silenzio non solo come assenza di rumore, a qualsiasi livello si intenda l'assenza.

Prendiamo per esempio il livello del nostro dibattito politico, tanto per pescare qualcosa a caso. Ecco, se volete avere una qualche idea di silenzio fate caso a ciò che la pletora di pensatori e addetti ai lavori nostrani sta esprimendo a proposito dei grandi e, per molti versi, epocali accadimenti che stanno scuotendo il mondo. Il silenzio, appunto. Un silenzio che non è fatto di mancanza di parole ma piuttosto di dichiarazioni sofferte, contrastanti, alla continua ricerca di una identità durevole.

Perciò il silenzio può anche essere definito come quel tipo di rumore che non riesce a raggiungere il cuore. Tanto per fare un esempio, trovo molto interessante e stimolante leggere il NY Times. C'è per lo meno un tentativo di dibattere le questione suddette da diversi punti di vista, più o meno patriottici, più o meno analitici, più o meno antropologici. Che è poi la funzione degli opinionisti: esporre onestamente il proprio pensiero con argomenti almeno interessanti, meglio se rigorosi.

In Italia il silenzio, anzi, il polverone. Nonostante un retroterra storico e culturale da far tremare i polsi l'impressione che ricavo dal livello di dibattito è quella di un belato. Manca totalmente un pensiero forte, sapete, quel genere di pensiero che non assomiglia affatto all'improvvisazione, o al saltare sulla tigre del momento, o alla tecnica comunicativa che tende a sfruttare le emozioni legate agli scoop della cronaca, che non necessita di un continuo necrologio per giustificare le proprie opinioni ma si regge sul valore intrinseco, cioè quello che fa risuonare lunghi echi nella coscienza.

Del resto il pensiero forte non si improvvisa e non c'è dubbio che, per quanto riguarda i grandi fatti del mondo, sembra che si scoprano quando scoppiano sotto il naso. Per esempio, dove stavano i maestri del pensiero negli ultimi anni, quando l'Afghanistan era già soggiogato dai Talebani, le donne erano schiavizzate, i bambini saltavano sulle mine, la popolazione moriva di fame, Massud combatteva da solo invocando invano il sostegno occidentale?

Improvvisamente è sembrato che tutti si siano ricordati che a Roma c'era un ex re in esilio da trenta anni, che se in Afghanistan c'era un regime di fanatici era merito del Pakistan, che bin Laden era stato per anni finanziato e armato dagli Americani contro i Russi. Tutti se ne sono ricordati ma nessuno che abbia fatto il mea culpa per una così gigantesca omissione. Per conoscere le ragioni di certi retroscena devo leggere il NY Times. Che sia questo il punto più basso dei nostri grandi pensatori?

Un altro motivo per amare il silenzio è la retorica che si scatena alla morte di un personaggio famoso. Servizi televisivi e giornalistici invadono per un paio di giorni tutto l'orizzonte dell'informazione infischiandosene del fatto che il dolore o il senso di perdita o la semplice emozione per un estinto significativo è soprattutto, se autentica, un fatto intimo, che non ha alcun bisogno di essere rinfocolato da fuochi d'artificio mediatici.

Per la morte dell'Albertone nazionale ho sentito solo Proietti trovare il giusto senso della misura invocando anche lui la necessità del silenzio per salutare degnamente la morte di un amico. Certo, sto parlando anch'io in questo articolo. Ma come vedete è molto breve. Giusto il tempo di elogiare la dignità, la verità, lo spessore e il coraggio del silenzio, quello della sobrietà che giunge alla coscienza.

 


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