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E se avessero ucciso tua madre?



Guido Martinotti




Giuliano Ferrara, rispondendo il giorno 11 Febbraio al bell'articolo del Direttore del Corriere che esprimeva le ragioni del disagio da parte di chi a questa guerra non crede tanto (Corriere della Sera, Domenica 9 febbraio 2003) dice una cosa di grande buonsenso. D'acchitto non si capisce, perche' Ferrara e' uno di quelli che scrivono con il megafono incorporato e tra latinorum, contestazioni, annuncio di nuove ere, patenti di nobilta' distribuite a piene mani, ci si sperde alquanto. Ma, sfrondato del superfluo, l'argomento e' elementare e spesso ripetuto dal 9-11 in poi: "Mettetevi nei loro panni". Voi che osteggiate la guerra, dice Ferrara, non vi siete resi conto che americani e israeliani sono stati colpiti mortalmente e quindi reagiscono in modo emotivamente diverso dagli europei. Sarebbe strano che cosi' non fosse e fin qui nulla da eccepire, ma le conseguenze che si possono trarre da questa constatazione, non sono univoche. Quella di Ferrara fa direttamente appello a una determinata concezione di "moralita'", affermando che, siccome i nostri amici e alleati americani e israeliani sono stati colpiti mortalmente, la risposta "morale" (cioe' eticamente giusta) e' quella di seguirli in guerra.

Ma questa conclusione non deriva automaticamente dalla premessa. Anzi il vero imperativo morale non sembra davvero quello di mettersi nei confronti dei nostri alleati in una posizione per cosi' dire "compensativa": sono stati colpiti e quindi hanno diritto a una retribuzione. Penso che questa conclusione sia sbagliata e molto pericolosa; semmai, vale proprio il contrario. Se vi trovate coinvolti in una rissa da strada con un amico certamente dovete spalleggiarlo e difenderlo, ma sarebbe gravissimo se lo incoraggiaste poi a cercare una vendetta. Se voi foste stati veri amici dei giovani della BMW che hanno fatto a cazzotti sulla Prenestina con lo sfortunato Nello Crapantini, il comportamento piu' corretto dal punto di vista etico sarebbe stato quello di dire "adesso vai casa". Non di fomentare una vendetta, come e' effettivamente avvenuto, con il solito morto da 45 magnum. E l'argomento che certamente e' stato usato dall'assassino "mettetevi nei miei panni che sono stato umiliato" non ha dato buoni risultati. Il fatto che i nostri alleati siano stati colpiti duramente non ci obbliga affatto a concludere che li dobbiamo aiutare in ogni caso e che questa sia l'unica "moralita' possibile - con l'implicito che e' immorale chi la pensa diversamente. Io non penso che la posizione di Ferrara su questo punto sia immorale, non la condivido e non mi piace il suo modo di ragionare e di scrivere, ma questo e' un altro paio di maniche.

Ma e l'Afgahnistan? L'Afghanistan, appunto, era una questione ben diversa. Personalmente, e l'ho scritto, ero convinto che fosse difficile chiedere agli americani di starsene buoni. Non solo erano stati duramente colpiti, ma colui che (anche senza dirlo specificamente) si riconosceva come l'organizzatore e l'ideologo del 911 aveva le sue basi nel territorio di un paese controllato da un gruppo politico dittatoriale che propugnava le idee di Osama Bin Laden, lo ospitava e minacciava gli USA. Si trattava di un caso classico non solo di reazione per legittima difesa, ma anche di guerra "pre-emptive" non "preventive", cioe' di azione rivolta a rimuovere un pericolo reale e accertato (clear and present danger). Quindi, sia pure en pleurant, era difficile non riconoscere la legittimita' dell'intervento americano. Piuttosto, sarebbe stato meglio da parte del nostro paese non aderire al clima di esagitate fanfare che, per un periodo fortunatamente breve e senza convincere i piu', hanno accompagnato l'invio dei nostri alpini in una operazione militare che appariva subito amara e poco remunerativa. Forse qualcuno ricordera' che per catturare l'evaso Mesina e un pugno di compari sul Sopramonte sardo, mezzo esercito italiano fu impegnato per un decina d'anni o giu' di li'. Il Sopramonte sardo, a voler abbondare, copre 150 kmq. L'Afghanistan e' grande 650mila kmq. Fate voi i conti. Del resto i resoconti, tutt'altro che scarsi ma rimasti largamente sottotraccia, che ci giungono su questa avventura dagli stessi militari americani, inducono al massimo scetticismo sulle possibilita' di passare da una fase distruttiva a una costruttiva in quell'area, dove non sembra che il cambio della guardia abbia eliminato le atrocita'. Non sto a riprendere gli argomenti in favore degli interventi in Kuwait e nel Kossovo e sottoscrivo quanto in proposito De Bortoli ha gia' detto molto meglio di quanto non possa fare io. L'argomento semplificatorio che se hai voluto la guerra una volta la devi volere sempre, non ha alcun valore logico ed e' l'esatto simmetrico di quanti dicono "le guerre mai".

In conclusione, pur ribadendo la mia contrarieta' a una invasione dell'Iraq i cui obiettivi e le cui conseguenze rimangono oscuri e inquietanti, penso che il problema vero superi il dibattito sulla guerra all'Iraq per investire l'assetto futuro del nostro mondo e del modo di essere dell'occidente modernizzato. Il punto e' questo: venuto meno l'equilibrio del terrore e vivendo in un mondo dominato da un'unica superpotenza, quali sono le regole di ingaggio? Dobbiamo accettare il fatto che quel che va bene per gli USA vada bene per il mondo, oppure cercare di mettere a punto regole piu' condivisibili? E' una scelta di fondo ineludibile che coinvolge tutti, americani e non. Forse sara' opportuno riflettere assieme ai nostri amici americani come sia potuto accadere che la nazione che ha incarnato lo spirito della liberta', al punto che persino i suoi bombardieri si chiamavano Liberators, e che ha abbattuto le ultime muraglie "con l'artiglieria pesante del tenue prezzo delle merci", nel giro di pochi anni si sia trasformata nello stato piu' odiato della terra, moltiplicando i vizi che erano gia' stati denunciati da Lederer e Burdick nel 1958 nel best seller The Ugly American. E' una riflessione che interessa soprattutto gli amici dell'America (gli altri hanno gia' deciso) e che va condotta con grande impegno e umilta', lasciando le trombe nel cassetto e le bandiere americane e israeliane ai cittadini di quei paesi.

PS. Detto tutto questo ho trovato la vicenda di Tarek Aziz profondamente ripugnante, quello e' un delinquente come Saddam, passi che il Papa lo riceva, la Chiesa ha una sua diplomazia e forse il vice di Saddam domani sara' lui il capo, ma la corsa dei leaders della sinistra a farsi sotto come i clientes che cercano di stringersi attorno alla bara del morto importante, e' stato uno spettacolo miserevole che ha bruciato in pochi minuti e per ristretti interessi di narcisismo mediatico, una buona parte del patrimonio accumulato dai milioni che si sono esposti con le loro bandiere per ragioni morali, non per difendere Saddam o entrare nel suo gioco. Tanto poi quello che ha portato a casa il malloppo, mediaticamente parlando e probabilmente anche in altri sensi, e' solo Formigoni. Agli altri sono rimaste solo briciole, piuttosto sanguinolente peraltro.

 


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