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I miei pensieri perduti



Dennis Cooper con Paola Casella




Dennis Cooper, I miei pensieri perduti, Marco Tropea Editore, 160 pagine, Euro 11,00

E' difficile riconoscere oggi in Dennis Cooper, quasi-cinquantenne distinto e pacato, lo scrittore trasgressivo e iconoclasta che, nei primi anni Ottanta, faceva il paio (nella mente dei mass media americani, anche di quelli che non avevano mai letto i suoi libri) con il poster boy della letteratura pulp d'oltreoceano, ovvero il Bret Easton Ellis di American Psycho. Ed è difficile ricondurre all'uomo tranquillo e discreto che ci appare davanti, e che si esprime in un americano colto (ciò che molti definirebbero un ossimoro), il romanziere che ha fatto di un certo linguaggio giovanile scarno e scurrile la propria singolare cifra stilistica.

Una schizofrenia della percezione che si estende anche alla sua produzione letteraria: se andiamo a cercare il suo nome su Internet, presso uno di quei siti commerciali che ti dicono "se ti è piaciuto questo autore, ti piacerà anche quest'altro", Cooper viene accomunato a J. T. Leroy e a Charles Bukowski, ma anche ad Oscar Wilde e Virginia Woolf, Kurt Vonnegut e William S. Burroughs. E non a sproposito: accanto alla trasgressione di Leroy e alla sboccataggine di Bukowski, infatti, nella scrittura di Cooper ci sono l'ironia elegante di Wilde e la ricercatezza stilistica della Woolf, il romanticismo disincantato di Vonnegut e la visione allucinata di Burroughs, che di lui ha detto: "Dennis Cooper, Dio l'aiuti, è uno scrittore nato".

Fin da quando era un neo-adolescente scappato da casa e da scuola per vivere la propria omosessualità per la strada, Dennis Cooper (classe '57) racconta i turbamenti e i pensieri più sordidi e segreti dei teenager emarginati, quelli che si percepiscono come un brutto pensiero nella testa di Dio, ma anche come un bel corpo pronto ad approdare fra le braccia di uomini adulti e facoltosi che Dio se lo sono scordato da un pezzo.

I suoi racconti sulla rivista Little Caesar, da lui fondata nei primi anni Settanta, le sue poesie, i suoi romanzi pensati come un'unica storia in sequenza - Ziggy, Idoli, Tutti gli amici di George (usciti per la Marco Tropea Editore) e Frisk (Einaudi) - sono popolati da queste anime perse comprese nel proprio motto - "vivi di corsa, muori giovane e lascia un cadavere bello da vedere", come diceva John Derek - e incomprensibili a se stesse, che malgrado l'efferatezza dei loro crimini, principalmente contro la propria integrità corporea e spirituale, mantengono intatta una sorta di purezza.

Chi dunque meglio di Dennis Cooper poteva entrare nella mente labirintica e infernale di un adolescente che ha ucciso un coetaneo nell'America di oggi, quella di Bowling a Columbine (il documentario di Michael Moore, ispirato strage della Columbus High School, dove nel 1999 tredici alunni furono massacrati da due compagni, ndr)? Nel suo ultimo romanzo, I miei pensieri perduti (ancora una volta Marco Tropea), Cooper lascia che sia il giovanissimo protagonista, Larry, a raccontare il proprio crimine in modo confuso e drammaticamente autoreferenziale.

In America hanno già accusato l'autore di eccessiva violenza verbale, come è successo ogni volta che è uscito un suo romanzo, un po' per abitudine, un po' perché è più facile dare la colpa a un libro che andare a vedere se ciò che quel libro racconta corrisponde effettivamente a ciò che può albergare nella mente di certi ragazzini della provincia americana con accesso più facile a una carabina che a un genitore. Sono critiche alle quali Cooper è abituato, anche perché i suoi romanzi precedenti sono stati spesso vilipesi anche dai gruppi gay, che li hanno definiti "manifesti omofobici".

Se certe accuse potevano avere qualche fondamento rispetto ai romanzi precedenti di Cooper - effettivamente portati a crogiolarsi nella violenza e nel degrado, soprattutto riferito al sottobosco dentro la comunità omosessuale, e anche piuttosto furbi nell'indulgere gli appetiti meno nobili dei giovani lettori - I miei pensieri perduti è un romanzo crudo ma altamente morale, tanto esplicito nell'esposizione di fatti e sentimenti quanto sottile nel mostrare in trasparenza la disperazione del giovane protagonista nel non avere nemmeno le parole per spiegarsi a se stesso, prima ancora che ai suoi accusatori.

"I miei pensieri perduti è stato scritto sull'onda di una decina di sparatorie eseguite da adolescenti nell'America degli ultimi anni", racconta Cooper, "e in orgine doveva essere un saggio. Volevo approfondire l'argomento senza liquidarlo come una diretta conseguenza della violenza contenuta in The Matrix o nei concerti di Marylin Manson, come avevano fatto i mass media. Così ho cominciato a svolgere una ricerca capillare, cercando soprattutto di ascoltare i resoconti dei crimini da parte dei ragazzi che li avevano perpetrati, al contrario dei media, che si rifiutavano di considerare questi ragazzi come singoli individui e di esplorarne le motivazioni ad personam." (E tanto Cooper ci tiene a sottolineare l'individualità dei ragazzi che li chiama persons who are young piuttosto che, collettivamente, young people, nda).

"In particolare mi ha colpito la confessione registrata di un teenager, uno di quelli che non hanno fatto notizia, forse perché non corrispondeva affatto al profilo tracciato dai media di questi giovani killer: non giocava ai videogame, non ascoltava musica trasgressiva. E i suoi genitori erano persone garbate. Mentre registrava la sua confessione il ragazzo era fuori di se, piangeva in modo isterico, e cercava disperatamente di raccontare ciò che aveva fatto come se avesse un senso, mentre ciò che usciva dalla sua bocca era del tutto insensato."

"Ho capito in quel momento che non potevo limitarmi a stilare un resoconto in forma di saggio di ciò che quel ragazzo provava, ma che dovevo riprodurre come fiction il suo dolore vivo, la sua confusione. E l'unico modo possibile mi è sembrato quello di far entrare il lettore nella testa dell giovane killer. Non necessariamente per capire, e certamente non per giustificare, le sue azioni, ma per creare un rapporto fra lui e il lettore, che da quel momento non può più liquidarlo come il numero di una statistica".

Il linguaggio di Larry è particolarmente crudo ed esplicito.

"Non poteva essere altrimenti: è brutale come la sua mente. E' un tipo di linguaggio che ho spesso utilizzato nei miei romanzi, ma in questo caso era davvero l'unico possibile. Negli Stati Uniti l'uso della lingua inglese è ridotto al minimo, e proprio questa capacità sempre minore di esprimersi fa da filtro alla possibilità di comunicare, soprattutto per i giovani. Larry cerca un linguaggio tutto suo per raccontare le proprie motivazioni, perché in quello che gli è stato messo a disposizione dalla sua non-cultura non esistono i termini adatti a descrivere il proprio stato d'animo."

La letteratura gay ha spesso utilizzato un linguaggio crudo ed esplicito. Perché?

"E' stato così fino agli anni della gay liberation, quando la political correctness e alcuni gruppi gay hanno cercato di promuovere una letteratura che presentasse l'omosessualità come normalità e assimilazione. Lo sforzo era quello di ripetere ai lettori eterosessuali: "Siamo come voi, le nostre vite sono uguali alle vostre". Il modello è David Leavitt, per intenderci. E per chi, come me, racconta ancora l'omosessualità come differenza profonda, arrivano i rimproveri: "Il tuo modo di descriverci ci crea dei problemi", mi dicono, e vorrebbero che mi attenessi al loro prototipo di gay inserito e borghese.

"Sono gay, ma non credo che il mio lavoro debba essere imperniato su questo, se non nella misura in cui la ricerca di una propria identità per un outsider senza un futuro socialmente predeterminato - il matrimonio, i figli - si svolge con una maggiore capacità di inventarsi. E' una forma di anarchia che trovo personalmente e narrativamente molto interessante.

"Nei miei primi romanzi ho spesso accomunato il sesso alla brutalità, perché sapevo bene quanto fosse potente l'idea di orrore che questo evocava. E sapevo anche che applicare il binomio sesso-brutalità agli omosessuali mi consentiva di esplorare l'argomento in modo più spregiudicato e più metaforico, senza tirarmi dietro tutte le implicazioni sociali che sarebbero immediatamente saltate fuori se avessi parlato di coppie eterosessuali. Come scrittore, questo mi dava una grande libertà, potevo quasi trattare i miei soggetti come cavie da laboratorio"

Perché i mass media reagiscono con disapprovazione ai suoi romanzi?

"In alcuni casi, si può capire. Frisk è uscito contemporaneamente ad American Psycho proprio mentre l'America veniva a conoscenza dei delitti perpetrati dal serial killer omosessuale Jeffrey Dahmer, e per i mass media è stato immediato tracciare un nesso fra i due romanzi e l'attualità, ipotizzando un rapporto di causa ed effetto. In Frisk avevo permesso all'orrore di fagocitare completamente la storia, e avevo sottolineato la forte componente erotica di quell'orrore. Il che, nelle miei intenzioni, non equivaleva affatto a renderlo romantico: ma così è stato interpretato".

In che modo I miei pensieri perduti si discosta dai suoi romanzi precedenti?

"In passato ho cercato di creare un mondo senza Dio, privo di ideologie politiche o di filosofie di vita, un mondo molto miope. E mi sono chiesto come questo mondo potesse interagire con la cultura capitalistica e consumistica americana. Nel mondo che ho raccontato il valore principale era la bellezza fisica, e il sesso era l'unico modo di rapportarsi agli altri. Scomponevo i miei personaggi come giocattoli, cercando di capirne il funzionamento e le motivazioni, per scoprire che non ce n'erano, c'era solo un atteggiamento passivo nei confronti della vita, e una volontà di definirsi 'diversi da', in particolare diversi dagli adulti predatori e corrotti che circondavano i miei 'ragazzi di vita'. Nel mio ultimo romanzo quel mondo non c'è più, rimane solo la simpatia umana nei confronti del protagonista che si racconta come può, nel suo linguaggio crudo e disturbante, ma mai osceno".

Questo romanzo non applica giudizi morali, eppure in controluce è evidente l'esistenza di una fibra morale.

"Questo perché alla fine dei conti io sono una persona estremamente morale. (Ride) Ma non volevo che la mia moralità interferisse con il racconto, o peggio, si trasformasse in moralismo. Anche perché non ho alcun sermone da fare sull'argomento. Il mio tentativo è quello di restituire ai lettori l'emozione che ho provato ascoltando la confessione registrata di quel ragazzo, senza esternare disapprovazione, senza definire campi opposti. Uno dei miei miti letterari è Jean Paul Sartre, ma i suoi romanzi sono pieni di nemici: la borghesia, la Chiesa e quant'altro. Quel tipo di rabbia non mi interessa. In questo senso mi sento più simile al mio mito cinematografico, Robert Bresson."

Chi sono gli altri suoi modelli?

"Rimbaud, che insieme a Sartre mi ha fatto venire la voglia di diventare uno scrittore. E, come dicevo, Bresson: credo di essere nato alla congiunzione delle loro tre esistenze. L'ultima volta che sono andato a Parigi ho realizzato il mio sogno, che era quello di incontrare alcuni degli attori di Bresson. Ho fatto amicizia con l'interprete di Il processo di Giovanna d'Arco e con il protagonista di Quattro notti di un sognatore, che in confidenza mi ha confessato di considerare Bresson un grande snob.

"Ci sono anche stati scrittori che mi hanno influenzato solo in un certo momento, o per un certo romanzo: ad esempio Jean Genet, o Marguerite Duras. I miei pensieri perduti in particolare è stato influenzato da un regista, Terrence Malick. Mi stavo domandando come avrei fatto a raccontare la storia di questo killer adolescente, quando ho visto La sottile linea rossa e ho capito: dovevo creare un mondo interiore che non si muove in linea retta, ma che si avvolge su se stesso."

Qual è il suo rapporto con il cinema?

"Anni fa ho venduto i diritti di Frisk a un produttore, con l'intesa che ne facesse un film a prescindere dalla pagina stampata. Il risultato è stato una schifezza, e ho capito che i miei romanzi sono fatti per essere letti, perché ciò che conta è il linguaggio, non la trama, e perché certe scene, spesso solo immaginate dai miei personaggi, sullo schermo diventano ridicole, come le sequenze sadomaso del Salò di Pasolini.

"La bellezza di un libro sta nel potere che il lettore esercita su di esso: può interrompersi quando vuole, ricominciare quando è pronto, soprattutto mentre legge una scena particolarmente forte, può imprimergli il suo ritmo. Il mio linguaggio vuole essere brutale, ma non strapazzare il lettore, che ha il diritto, e la responsabilità, di immaginare come vuole ciò che sta leggendo. Al punto che lavoro molto sulla disposizione delle parole sulla pagina, perché abbiano anche un appeal visivo".

Se proprio dovesse far adattare un altro suo romanzo per il grande schermo, a quale regista si rivolgerebbe oggi?

"Ci sono solo due registi con i quali sento un'affinità particolare: uno è una scelta ovvia, l'altro meno. La scelta ovvia è Harmony Korine, che racconta lo stesso tipo di giovani di cui parlo io, e lo fa in un modo che, al di là della brutalità apparente, è molto innocente. Al contrario non sopporto Larry Clarke, cui tutti si ostinano a paragonarmi, perché è disonesto e manipolativo. La scelta meno ovvia riguarda Errol Morris, un documentarista che ha girato un bellissimo documentario, Fast, cheap and out of control, a proposito del misterioso culto di Dallas che è costato la vita a tante persone, e che è anche l'autore di un piccolo cult, La sottile linea blu."

Il suo stile letterario ne I miei pensieri perduti è asciutto ed essenziale, ridotto quasi all'osso. E' una fase o una meta finale?

"Al momento, è un bel problema. (Ride) Ho sempre scritto in modo scarno, mi arrovello su ogni frase, ogni parola. Per I miei pensieri perduti, poi, ho dovuto ricreare con estrema precisione un linguaggio confuso e inconcludente. Ma per raggiungere questo obbiettivo ho dovuto fare un lavoro di 'scortecciamento' che mi ha lasciato con una voce totalmente nuda. Mi piace la scrittura ricca e piena di poesia, e non voglio pensare che tutto debba essere per forza distillato alla purezza assoluta, che ogni imbellimento sia aria fritta. Quindi da un lato sento il bisogno di ricostruire il mio linguaggio; dall'altro avverto l'imperativo - morale, questo sì - di mantenere quel livello di integrità espressiva che ho così faticosamente raggiunto. Vorrei restituire a chi mi segue il piacere della lettura, reinserire nei miei romanzi quei meccanismi letterari che danno corpo e mistero a una storia. Ma ogni volta che mi accingo a farlo mi sembra di tradire la mia vera voce. E' un dilemma, davvero".

 


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