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Dei delitti e delle pene



Umberto Curi




E' letteralmente scandaloso il piano sul quale si sta sviluppando il dibattito intorno all'ipotesi di concedere un indulto, più o meno esteso, a coloro che sono attualmente detenuti nelle carceri italiane. A leggere le dichiarazioni dei vari leader politici, sembra che tutto il problema si riduca all'alternativa fra il lassismo buonista di alcuni settori dell'Ulivo e di Alleanza Nazionale, e la severa intransigenza di chi, come il vicepremier Fini, ritiene invece che non si debba abbassare la guardia contro il crimine. Come se si trattasse di stabilire se si debba "fare un piacere al Papa" (anche questo è stato detto), oppure sia meglio fare la faccia feroce in nome della sicurezza dei cittadini. Per non parlare di quelli che si sono dichiarati favorevoli all'indulto esclusivamente per via del sovraffollamento delle celle: chè se, per ipotesi, non vi fossero problemi di edilizia carceraria, allora si potrebbe anche buttare via la chiave delle prigioni, lasciandovi a marcire qualche decina di migliaia di detenuti.

Non una sola parola su quello che, viceversa, dovrebbe essere il nodo della questione, certamente sotto il profilo culturale, ma anche dal punto di vista politico. Neppure un piccolo sforzo per proporsi il problema di fondo, domandandosi se e in quale misura il carcere sia un mezzo adeguato per disincentivare la diffusione del crimine, e ancor più radicalmente se la pena - soprattutto quando essa coincida con la detenzione - funzioni o meno come appropriata "retribuzione" della colpa, ovvero se essa non sia il residuo aggiornato di una autentica barbarie, quale è la vendetta della società nei confronti del reo.

Per quanto riguarda il primo punto, è ormai da anni pacificamente acquisito che, nel nostro paese come altrove, il carcere non è in grado di svolgere alcun ruolo di "rieducazione", e conseguentemente di reinserimento sociale, di coloro che abbiano commesso reati e che, al contrario, esso agisca come vera e propria "scuola" di delinquenza, come mezzo per la riproduzione allargata e come luogo di reclutamento della criminalità. E' noto, infatti, che non solo per le condizioni di totale degrado delle struttura penitenziarie, ma per ragioni attinenti alla detenzione in quanto tale, chi finisca in prigione anche per un piccolo reato, nella stragrande maggioranza dei casi ne esce "addestrato" e psicologicamente disposto ad un salto di qualità, pronto a commettere delitti di maggiore entità.

Anziché combatterla o ridurla, insomma, il carcere letteralmente promuove la delinquenza, favorendone la diffusione e l'incremento di scala. Tutte le statistiche, inoltre, dimostrano che la detenzione determina un forte incremento nel numero dei tossicodipendenti e una crescita esponenziale di malattie come l'Aids, aumentando dunque la percentuale di soggetti portatori di gravissimi rischi per la società, oltre che per se stessi. Insomma, da qualunque prospettiva lo si voglia esaminare, il carcere fallisce completamente rispetto all'obbiettivo di diminuire la pericolosità sociale di coloro che abbiano commesso un reato, e anzi paradossalmente aggrava proprio il problema che dovrebbe invece risolvere o almeno attenuare.

Ma ancora più importante è (o, almeno, dovrebbe essere) un secondo ordine di considerazioni, attinenti al significato della pena detentiva in quanto tale. Introdotto solo a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, sulla spinta di motivazioni umanitarie, vale a dire per evitare che malfattori di vario genere fossero assoggettati a mutilazioni o altre punizioni corporali incivili e umilianti, il carcere avrebbe dovuto rappresentare un progresso nella strada che conduce verso il superamento della concezione che pone la pena come adeguata "retribuzione" della colpa.

L'idea che infliggere una afflizione possa ripristinare un ordine sociale turbato, e che dunque la pena (e quella detentiva in particolare) sia l'adeguato corrispettivo della colpa, in quanto può "risanare" la ferita inferta alla società da colui che abbia compiuto un misfatto, penetra in ambito giudiziario sulla spinta di una concezione teologica, secondo la quale la pena è il giusto "salario del peccato". Tuttavia, già nell'elaborazione dei Padri della Chiesa, e prima ancora in San Paolo, questa stretta corrispondenza fra il peccato commesso e la pena conseguente è completamente saltata. L'infinita misericordia di Dio rompe, infatti, la presunta equivalenza fra i due termini, e dunque libera la colpa in quanto tale dalla necessità di essere sempre "compensata" da una pena.

Il paradosso è che, ormai superata in ambito teologico, la concezione retributiva della pena resiste invece proprio in quell'ambito giudiziario che più di ogni altro dovrebbe essere "laico", vale a dire immune da ogni condizionamento di tipo religioso. Viceversa, la persistenza di questa idea, e più ancora l'esclusiva identificazione della pena con la pena detentiva, dimostrano che ciò che sopravvive nel nostro ordinamento è in realtà la convinzione che la società, "offesa" da un crimine, abbia l'obbligo di vendicarsi, attraverso l'afflizione del carcere, pur essendo ormai evidente la totale inadeguatezza della detenzione per la prevenzione di ulteriori delitti.

Visto il livello medio dell'attuale dibattito politico, è francamente difficile immaginare che si voglia, e si sia in grado, di riportare la discussione intorno all'indulto sul piano ora sommariamente descritto. Eppure sarebbe bene non dimenticare che la differenza fra civiltà e barbarie si misura anche sulla capacità di affrontare convenientemente problemi come questi.

 


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