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Il cinema è una cosa seria



Umberto Curi con Lara Ferrari




È il mito dei miti: Prometeo, che sfidò gli dei rubando alle sfere di appartenenza il fuoco e la tecnica per donarli agli uomini, scatenando le ire dell'Olimpo, riassume nella sua figura ambivalente tutta la mitologia greca. Al discusso personaggio, che non ha mai smesso di affascinare filosofi e sociologi, è stato dedicato lo scorso dicembre un convegno della manifestazione Stanze aperte-Parmapoesia 2002, curata dalla reggiana Daniela Rossi, con il coordinamento di Adriano Vignali.

L'iniziativa ha ospitato i lavori su La figura di Prometeo nella contemporaneità e tra i numerosi interventi figurava anche quello di Umberto Curi, ordinario di Storia della Filosofia all'Università di Padova, autore di Polemos. Filosofia come guerra (Bollati Boringhieri, 2000), Filosofia del Don Giovanni. Alle origini di un mito moderno (Bruno Mondadori, 2002) e Lo schermo del pensiero (Raffaello Cortina, 2000), nonché frequente collaboratore di Caffè Europa (vedi la riflessione a seguire).

Professor Curi, cominciamo dalla figura di Prometeo: come mai l'hanno invitata a intervenire su questo argomento?

Per Feltrinelli, nel'95, ho dedicato un saggio proprio a Prometeo, Endiadi. Figure della duplicità, dove ho riportato le analisi compiute sulle 4 versioni classiche del Prometeo: la più antica di Esiodo, il Prometeo incatenato di Eschilo, quella di Platone contenuta nel dialogo intitolato a Protagora e quella tardo-ellenistica. Al convegno ho portato i risultati delle mie ricerche. Per me Prometeo è la quint'essenza della cultura e della civiltà greche. Perlustrando un mondo popolato di miti ed eroi, il personaggio in questione è il più ricco di carattere simbolico e filologico. Dall'Ottavo secolo a.C. è stato riproposto in maniera ininterrotta, fino a costituire il soggetto 20 anni fa di un'opera musicale del compositore Luigi Nono, da un'idea di Massimo Cacciari. Per 2800 anni dunque il mito è stato costantemente reinterpretato.

In che cosa consiste la modernità di Prometeo e che cosa deve temere oggi, l'uomo, dalla tecnologia?

La tecnica è uno strumento di progresso, un fattore di incivilimento per i popoli, che però porta con sé un'altra faccia, quella dello sfruttamento, ribadendo una situazione di squilibri, di differenze abissali tra i ricchi e i poveri del mondo. Il mito accosta al dono di Prometeo anche il vaso di Pandora, che accumula tutti i mali della Terra, a indicare l'impossibilità che il bene esista senza il male e che l'uomo esista senza la donna, la quale, secondo gli studiosi dei miti greci, grandi misogini, era sinonimo di catastrofe, disordine universale.

Prometeo nelle molteplici rappresentazioni che ne dà l'arte figurativa è spesso imprigionato dai ceppi. Quali sono i ceppi che inchiodano l'uomo contemporaneo?

Essi trovano concretezza nella fame, nella miseria, nell'ignoranza e nel sottosviluppo che affliggono la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta. Queste catene non sono state ancora infrante. Il mondo ha accolto l'ineliminabile ambivalenza del mito: tutto è irriducibilmente doppio, diviso tra costruttività e distruttività.

La sua ultima opera, incentrata sul rapporto tra cinema e filosofia, si intitola Le ombre delle idee: un chiaro riferimento a Giordano Bruno. Se fosse tra noi, il filosofo di Nola giudicherebbe il cinema un oggetto troppo vacuo per la filosofia?

Al contrario. Lo stesso Aristotele, così serio e plumbeo, ha sempre colto l'importanza delle immagini per favorire un apprendimento più piacevole. Nel corso della mia ricerca ho esaminato una ventina di pellicole, quelle che conosciamo tutti, non certo 20 Corazzate Potemkin, e in tutte ho ritrovato un reticolo di immagini, testi, suoni che meritava di essere compreso nella sua intima essenza, senza appesantirlo di categorie filosofiche. Solo un approccio di questo tipo, di cui mi ritengo l'unico portatore in questo Paese, consente di godere del piacere dell'immagine.

Perché i docenti di materie filosofiche tendono a snobbare il cinema come campo d'indagine?

Io credo commettano un grave errore. Il cinema non è solo oggetto d'intrattenimento, ma l'espressione più ricca dell'arte contemporanea, con la complessità che implica ordinare tutti gli elementi di cui è composto. Parlo dei dialoghi, della colonna sonora, della scenografia, di tutto l'apparato artigianale che gli gravita intorno. È una cosa seria, serissima. D'altra parte, però, c'è una diffidenza da parte dei critici di settore, che hanno paura che gli si porti via il mestiere. Io sono convinto che non vi sia nulla di più filosofico, oggi, della settima arte. Gli antichi miti greci e latini sono l'esatto equivalente del cinema di oggi. Basta ricordare quello che dicevano Heidegger e Hölderlin, togliendo dal piedistallo la filosofia intesa in senso canonico, come unica depositaria del sapere: "È il poeta che coglie la verità".

Qualche anno fa aveva già pubblicato Lo schermo del pensiero, dove prendeva in esame una prima tranche di film-simbolo dei nostri anni. Nel nuovo la sua analisi si sofferma su titoli come American Beauty e Parla con lei. Dobbiamo attenderci un contro-filone rispetto ai dizionari tematici?

Ho già scritto 4 nuovissimi saggi e a breve uscirà il mio terzo libro sul rapporto cinema-filosofia. La mia opera è del tutto insolita in Italia, al contrario della Francia, dove il cineasta è considerato un pensatore. A me non interessa stabilire se un film è bello o brutto, proprio come nessuno si sognerebbe di dire che la Guernica di Picasso è bella o brutta o che Schönberg è bello o brutto. Sono definizioni sterili. Piuttosto io interpreto l'opera cinematografica come un testo, rispettando l'etimologia del termine "testo", che proviene da tessere. Penso così di valorizzarne l'intrinseca ricchezza, che oltrepassa quella dell'Edoné, del concetto di piacere, o piuttosto lo esalta nella sua forma più alta.

Se Giordano Bruno fosse un nostro contemporaneo, che registi apprezzerebbe?

Secondo me si accosterebbe alla cinematografia di Baz Luhrmann, che ha diretto Moulin Rouge e Romeo + Giulietta. Bruno era un ermetico, mago, contaminatore di lingue e maestro delle scienze sperimentali. In questo senso Moulin Rouge è un film bruniano, per la complessità della costruzione e per il background culturale che si scorge in esso e nel suo autore. Luhrmann non ha paura di lanciarsi in imprese ardite: sta preparando una versione rock della Bohéme, da allestire in un teatro off Broadway.

Lei ha partecipato nel settembre di quest'anno al FestivalFilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo. La sua lectio magistralis verteva sui miti di Orfeo, Euridice e Narciso ed è stata molto seguita. A che cosa è dovuto il successo di una manifestazione di questo tipo?

A vari aspetti, alcuni positivi e altri negativi. Tra questi ultimi metterei la curiosità di vedere la "star" da vicino, incentivata dalla grancassa massmediologica. Questo è il senso più caduco di tutta l'operazione, che però propone conferenze interessanti. Credo infatti che in positivo ci sia la capacità della filosofia di sollevare interrogativi importanti, quelli fondamentali che si pone l'uomo da millenni, ai quali nemmeno la scienza è in grado di rispondere.

 


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