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Eros e rhome in Adrian Lyne



Umberto Curi




"Bisogna sapere che in ciascuno di noi vi sono due princìpi che ci governano e ci guidano. Uno è il desiderio innato di piaceri, l'altro è invece l'opinione acquisita che tende verso il meglio. Questi due princìpi presenti in noi talvolta si accordano, talvolta si trovano in conflitto, e ora prevale l'uno, ora l'altro… Quando il desiderio irrazionale, trascinato al piacere della bellezza, ha il sopravvento sull'opinione che indirizza verso la rettitudine, prendendo il nome proprio dalla forza [rhome] che lo caratterizza, si chiama eros".

Secondo quanto Platone scrive nel "Fedro", la caratteristica principale dell'amore è quella di essere una forza capace di travolgere ogni considerazione intorno a ciò che sia meglio o peggio, giusto o ingiusto. Quando si manifesta la violenza che è insita nell'amore, quando predomina quella rhome che è scritta nel suo stesso nome, è inevitabile che sia bandita ogni temperanza e che finisca per prevalere la dismisura [hybris].

Con la rappresentazione di una forza travolgente, di un impeto capace di vincere ogni resistenza e di trascinare tutto con sé, comincia l'ultima opera di Adrian Lyne, Unfaithful - infedele. Letteralmente irresistibile è la forza del vento con cui si aprono le prime inquadrature del film: non solo mette sottosopra ogni cosa, sconvolge ogni ordine, ma anche fruga malizioso nella gonna della protagonista, scoprendole le gambe seducenti, le toglie ogni controllo, la sospinge addosso, e sopra, un aitante giovanotto, a sua volta incapace di schivare l'impatto perché una pila di libri gli copre la vista.

L'incontro fra i due si presenta con i caratteri del contatto fortuito fra un uomo momentaneamente accecato e una donna travolta da una forza per lei incontrollabile. Fra la debolezza di una donna succube del vento e il fascino di una bellezza resa più intrigante dalla cultura. Facile comprendere che cosa ne potrà scaturire. Nessuna "retta opinione", nessun vincolo familiare, nessun freno di ordine razionale, potranno impedire che eros abbia la meglio. Allorchè Constance ritorna nella quiete riparata dal vento della sua linda casetta lontana dal turbinosa vita della metropoli, ormai tutto è già compiuto.

Quanto accade nel prosieguo della vicenda - il primo inebriante amplesso, i furtivi appuntamenti quotidiani, le menzogne nei confronti del marito, le inadempienze e i ritardi rispetto alle incombenze familiari, le trasognate assenze di una mente assorta solo nel pensiero dell'amante - non è che la conseguenza di quella rhome che compare all'inizio del film, di quel taxi finalmente libero che la donna ha rinunciato a prendere, della ferita che in lei si è prodotta nell'impatto con quello sconosciuto. I singulti misti di pianto e di riso, nei quali la donna si dibatte al suo rientro a casa dopo l'adulterio, indicano che (come si legge in tanta iconografia rinascimentale ) amor vicit, che eros ha avuto ormai il sopravvento.

Già nelle sue opere precedenti, Lyne si era soffermato su questa dimensione dell'amore, fondamentale ma non esclusiva, analizzando gli sconvolgimenti che esso è in grado di determinare allorchè si identifichi senza residui con la passione, quando cioè si presenti esclusivamente come energia antagonistica - e non complementare - alla "retta opinione". Così è nel tanto misinterpretato Nove settimane e mezzo (sul quale mi sono intrattenuto nel mio Lo schermo del pensiero), dove l'esasperazione del desiderio, la sistematica degradazione dell'amore in prestazione sessuale, in tecnologia erotica gradualmente svuotata di ogni autentica carica affettiva, e dunque di ogni effettiva relazione fra i due amanti, conduce ad un esito intensivamente tragico.

Così è in Lolita, nel quale è evidente che l'eros riesce a capovolgere il rapporto di forze fra il maturo professore e la maliziosa adolescente, trasformando il primo in inerme ostaggio della spregiudicata lascivia della seconda, e avviando anche in questo caso la vicenda ad un epilogo luttuoso. Non meno cruenta è, infine, la conclusione di Attrazione fatale, nel quale è indicato in maniera ancor più esplicita, e perfino didascalica, a quali incontrollabili eccessi può condurre la "dismisura" prodotta dall'eros, e quanto stretto sia il legame che lo connette a thanatos.

In tutti i casi citati (e anche in almeno un'altra opera dello stesso autore, vale a dire Proposta indecente), a conferma dell'assunto secondo il quale ciascun regista fa sempre lo stesso film, l'amore si presenta non solo come una forza alla quale non è possibile resistere, ma soprattutto come una energia intrinsecamente alogon, sprovvista di logos, priva di "ragione", perennemente in conflitto con la "retta opinione".

Anche quando non prevalga un atteggiamento pregiudizialmente moralistico, in questo film, come nei precedenti, Adrian Lyne lavora sull'amore attraverso un procedimento di doppia riduzione: da un lato, ne privilegia esclusivamente la dimensione pulsionale, l'ineliminabile (ma non esclusiva) componente sessuale, indugiando sulla potenza irrefrenabile con la quale essa si manifesta. Dall'altro lato, una volta assunto unilateralmente l'amore come potenza libidica, si mostrano i danni irreparabili che esso è in grado di produrre, quando esso si sottragga ad ogni controllo della ragione.

Seguendo questa linea, anzichè alla concezione platonica dell'eros, in sé molto più complessa e problematica di quanto possa a prima vista risultare dallo stesso brano citato in apertura, si direbbe che Lyne resti fedele piuttosto al paradigma moderno dell'amore, e in particolare a quella contrapposizione fra due forme del sentimento - l'amore e il matrimonio, le esigenze individuali e le istanze sociali - che a loro volta rimandano ad opposte costellazioni dell'io, l'una tesa alla manifestazione del desiderio, l'altra all'autoconservazione.

L'esempio letterario-filosofico più significativo di questa ambivalenza, della tensione irresolubile fra amour-passion e amore coniugale, è certamente la Nouvelle Héloïse, il romanzo in cui Jean Jacques Rousseau ha condensato la sua intera concezione filosofica. In esso, come è noto, viene descritto il percorso di Julie, la quale rinuncia alla passione per Saint-Preux e sceglie il matrimonio con Wolmar, per tornare infine a invocare nostalgicamente il desiderio, come segno di una lacerazione irreparabile dell'io e come indizio dell'impossibilità di un amore che sia sintesi armonica di tutte le aspirazioni del soggetto.

Se inquadrato in questo contesto di problemi, e se ricollegato alle altre opere precedenti, il film più recente sembrerebbe non introdurre alcuna novità significativa, limitandosi semmai a ribadire una latente sessuofobia dell'autore, e la prevalenza --tutta britannica - di un approccio schematicamente moralistico al tema dell'amore. Dissolto il mito romantico dell'amore come unità di finito e infinito, e dunque come fusione fra eros e matrimonio (si pensi, come esempio fra i più incisivi, alla Lucinde di Schlegel; nella quale il matrimonio è definito come "eterna unità e unione dei nostri spiriti, per tutto il nostro eterno essere e vivere"); considerato evidentemente irraggiungibile l'ideale platonico di un amore che riscatta e guarisce, conducendoci alla contemplazione dell'intelligibile, Lyne sembrerebbe condividere l'idea moderna della inconciliabilità assoluta fra passione e unione coniugale, optando quindi implicitamente per una repressione della prima allo scopo di salvaguardare la seconda.

Questo schema angusto e ipersemplificato, apparentemente dominante anche nel triangolo sentimentale costituito dai coniugi Sumner e dall'affascinante commerciante di libri franco-americano, offre tuttavia uno spiraglio che consente se non altro di intravedere uno scatto di originalità, e perfino una rottura del rigido impianto moraleggiante del film, a condizione che ci si riferisca al titolo originale, anziché alla delittuosa traduzione italiana.

Unfaithful - infedele - non è affatto soltanto la bella Constance, sebbene palese sia il suo tradimento nei confronti del marito. Anch'egli, infatti, si sottrae ai suoi doveri, ed è perciò anch'egli infedele, in un certo senso tanto quanto lo è la donna protagonista di una tresca extraconiugale. Oltre che mediante il titolo originale, nel quale deliberatamente l'infedeltà è per così dire declinata come voce "neutra", non appartiene né ad una "lei" né ad un "lui", viene lasciata in una marcata indeterminazione, che impedisce ogni connessione vincolante, tanto meno con la fuorviante traduzione italiana ("L'amore infedele"), questo assunto è efficacemente argomentato in tutta la parte conclusiva dell'opera.

Qui si assiste ad una vera e propria dialettica del riconoscimento fra i due protagonisti, ad un processo che conduce gradualmente la donna a sentirsi complice o responsabile dell'omicidio, e l'uomo a considerarsi non meno traditore di quanto lo sia stata la propria consorte.

Ciò che accomuna i due coniugi, a dispetto di una apparente differenza radicale di comportamenti (ligio agli obblighi familiari lui, infedele lei) è l'incapacità che entrambi dimostrano di sapere resistere al vento delle passioni, il soggiacere di entrambi, sia pure in modi diversi, a qualcosa che si sottrae alla "retta opinione", e che porta invece in primo piano una forza irresistibile, alla quale essi cedono. Benchè differenti siano i modi in cui tale forza si manifesta, identico è il punto di applicazione mediante il quale essa si esprime, coincidente in tutti i casi con il giovane commerciante di libri.

Su di lui si abbatte sia la forza di una irrefrenabile passione erotica, sia l'altrettanto incontenibile violenza dell'ira vendicativa. Adulterio e assassinio sono solo due modalità di manifestazione di una medesima condizione, alla quale ambedue i coniugi sono sottomessi, quella di non saper dominare, mediante la ragione, attraverso il "calcolo" (che è il significato originario del greco logos) delle priorità e delle convenienze, ciò che si debba o non si debba fare.

Con l'esperienza del raptus che lo conduce, quasi inavvertitamente, a massacrare il suo giovane rivale, il marito comprende ciò che fino a quel momento gli era apparso inesplicabile, e che nessun tentativo di spiegazione era riuscito a chiarire. Comprende quanto possa essere invincibile la passione, qualunque sia la forma in cui essa possa presentarsi, si tratti del richiamo del sesso o della muta violenza. Il medesimo oggetto, la pesante ampolla di vetro, può agire tanto quale pegno di amore perenne, quanto come corpo contundente col quale realizzare l'omicidio.

Nella scoperta della infedeltà della moglie, egli scopre la propria infedeltà - entrambe come effetto del sopravvento di una forza che la ragione calcolante non è riuscita ad arginare, sulla quale la retta opinione non ha potuto esercitare alcun controllo. Di qui l'istintiva solidarietà che fra i due si instaura nella parte finale del film, come conseguenza di una tacita complicità, l'uno nel delitto dell'altro, l'uno nell'infedeltà dell'altro.

Di qui anche la scelta di una conclusione (fra gli aspetti sicuramente più riusciti del film) che lascia intenzionalmente aperto l'esito, che deliberatamente non scioglie l'ambivalenza fin lì costruita. Mentre le parole dei due coniugi, che poco prima avevano anche ritrovato il fuoco di una passione reciproca in precedenza solo sopita, vagheggiano una sorta di futura palingenesi, una nuova vita con nomi diversi in una casa affacciata su una solitaria spiaggia del Messico, l'auto sulla quale essi viaggiano resta ferma ad un semaforo di fronte ad una stazione di polizia, nonostante da tempo sia intervenuto il segnale di via libera.

Forse l'uomo, non sopportando più il peso di una infedeltà della quale è ormai diventato consapevole, andrà a costituirsi. Forse anche lei si accuserà di quella parte di responsabilità che scaturisce da un adulterio tenuto segreto. Forse, invece, entrambi cercheranno di ricostruirsi una vita - e una identità - sotto il caldo sole dei Tropici. Ma qualunque sarà la scelta che essi compiranno, avranno comunque ritrovato le ragioni della loro unione non già nella ipocrita innocenza dell'idilliaca, eppur fragilissima, vita familiare descritta all'inizio, ma piuttosto nell'aver entrambi collaudato la forza travolgente di qualcosa di cui, in precedenza, non sospettavano l'esistenza.

L'empito dell'abbraccio finale fra i due evoca con grande efficacia suggestiva l'icona di una pietà. Nel cimento con la veemenza delle passioni, i due coniugi hanno compreso quanto esposta sia la condizione umana, quali insidie incombano costantemente sull'equilibrio solo apparentemente solido di un rapporto matrimoniale, in quali tempeste di sensi ed emozioni capiti di imbattersi al solo girare l'angolo. E quanto facilmente possa accadere di essere travolti dal vento.

 


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