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Il poeta dell'infanzia reclusa



Tina Cosmai




Certo era follia non avere sangue di un ghiro, non voler essere catalogato nel casellario della realtà.. Era follia non diventare invisibile e perdermi, di già, sopra un cielo illogico senza nuvole nere d'inchiostro.
Sono parole estremamente liriche, sono una lirica, che Giuseppe Cesaro mi scrive, a penna, insieme a pensieri e considerazioni poetiche sulla sua vita, sulla sua storia immensa, come egli la definisce.


L'inizio di questa storia avviene nel carcere minorile di Airola (Bn), dove Giuseppe Cesaro lavorava come agente educatore nel 1983, impegnato nel dialogo umano con ragazzi che vivevano la dura realtà carceraria, che rischiavano di perdere del tutto quella dimensione romantica e ingenua che appartiene sempre, in qualche modo, all'età dell'infanzia e della giovinezza, anche a chi l'infanzia è negata, come i giovani detenuti.

Cesaro si rifiuta di chiudere le celle e ascolta le parole dei ragazzi, si immerge nel loro universo sentimentale spezzato dalla reclusione e avverte un intenso conflitto con le regole asettiche della struttura carceraria. Abbandona il suo lavoro e si consegna ai carabinieri come disertore, con l'unico scopo di rendere pubblica la sua critica alle istituzioni carcerarie minorili. Ma il conflitto tra il suo ruolo giuridico, quale militare, e quello di educatore non si risolve in questa ribellione, non trova esito e tutt'oggi grava sulla sua vita creando vortici di sofferenza tesa al sentimento dell'abbandono.

Da questa crepa interiore nasce il percorso lirico di Giuseppe Cesaro, poeta, nato a Capua nel 1957, dove tutt'oggi vive. Divento poeta a partire da una ribellione giovanile ormai lontana, racconta, ero un giovane già alienato dalla realtà, pur con una sensibilità recettiva, quasi simbiotica. Forse allora bisognerebbe partire dall'infanzia, quando ero un bambino del fiume che seguiva altri bambini discoli. Difatti le mie prime poesie ebbero come tema proprio quello dell'infanzia leggendaria, bello e inquietante, ebbe a dire una grande poetessa, Elena Aiezza. Fu lei a lanciarmi nel mondo poetico, anche se critica verso le mie pubblicazioni successive, non smise mai di incoraggiarmi. E' morta così prematuramente…

Cesaro diviene poeta con lo pseudonimo di Angelo Elmo e presto le sue poesie ottengono un successo di critica, pubblicate su riviste importanti quali Poesia di Crocetti, Itinerario, Fantasy, e pubblicazioni di sillogi, nel 1990 la raccolta Sono questo mondo (edizione poeti Meridiana di Caserta); Fiabando (Solaris Communication, 1996); Poesie e Pensieri (Il Grappolo Edizioni) e l'ultima, bellissima raccolta L'Altra Diagonale (Blu di Prussia Editrice).


Originali sono le raccolte in minuscoli volumi, che Cesaro definisce quaderni e lo sono, creati e curati da lui stesso: da segnalare Stella Fluviale e Riviera Fluviale che rimembrano l'infanzia che fu di un bambino che giocava sulle rive del Volturno. Molti dei suoi quaderni sono stati presentati alla mostra dei piccoli editori al castello di Belgioioso (Pavia). Sono raccolte di poesie, pensieri, recensioni, lettere pubbliche ai giornali, un intreccio tra lirica, vissuto personale e critica letteraria. Segno evidente che l'attività poetica di Cesaro non si separa mai dalla sua storia, da quella ribellione che fu per quei ragazzi reclusi che non possedevano più racconti con favole e fate turchine.

Sono il poeta dell'infanzia reclusa, afferma Cesaro, che nella particolare disposizione verso quei giovani detenuti viveva intimamente la difesa della dimensione ingenua, candida dell'esistenza: l'innocenza. Nei suoi versi, l'innocenza non è lontananza dal peccato, dal lato ostile e torbido dell'esistenza, non è cancellazione dei conflitti ma quel "luogo" dello spirito dove bene e male convivono, quasi si fondono.

L'innocenza è la non consapevolezza del male, non l'inesistenza del male; come nelle fiabe, che sono il racconto del peccato e del superamento del peccato, quelle fiabe che aiutano i bambini ad affrontare i drammi più profondi del loro spirito, nella rappresentazione fantastica e metaforica di sentimenti ambivalenti. La poesia di Giuseppe Cesaro canta l'innocenza, l'universo dell'infanzia spesso privata della libertà di comprendere il male come il bene, di distinguere gli opposti nella consapevolezza che essi esistono, sempre, in ognuno, in un rapporto dialettico.

L'amore può ancora vincere?, si chiede Cesaro. O non c'è più speranza quando esiste una violenza nascosta, censurata ma, spietata .E i nostri sentimenti? Sono delicati, a volte in modo estremo. E da dove nascono poi i sentimenti cattivi, violenti, distruttivi? Dalla stessa volontà di annullarci a vicenda, dalla sensibilità stessa? Certo, forse è quella che ci fa tutti vittime e carnefici.

L'autenticità della vita, passa attraverso simboli e parole da fiaba, dunque una poesia tesa al recupero di quell'abbraccio simbiotico tra bene e male, tra sofferenza e benessere, tra dolore e levità. E dai versi traspare una denuncia sofferta: l'innocenza non accolta genera un intenso sentimento d'abbandono. L'ingenuità, la libertà di percepire la vita nella sua purezza umile e violenta, se non compresa, produce un vuoto profondo, dal quale nasce la bellezza e la purezza della poesia, di questa poesia.

Quel fiore esiliato dal mondo vive con le melodie della pioggia all'ombra di un'oasi. E' una barchetta spensierata e leggera a dischiuderlo a giorni dinoccolati, ma poi, correndo col cuore gioioso incontro a labbra trasognate, finisce in una tempesta di sabbia. E tra rombi di videogiochi al ritorno al futuro, si mette un mantello più nero di quello che altri misero addosso al suo mondo di favole, che non voleva cambiare.

 


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