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Cartolina da Bologna



Massimo Negri




Cari amici di Caffè Europa,

martedì 26 novembre, su gentile invito di Gianfranco Pasquino, ho assistito alla presentazione del suo ultimo libro Il sistema politico italiano (Bononia University Press) che si è svolta a Bologna alle ore 17,30 presso la libreria Feltrinelli International. Quelli che seguono sono gli appunti di viaggio di un giorno denso di emozioni per i miei trascorsi studenteschi in quei luoghi.

La giornata inizia col treno delle 10,30 preso a Reggio Emilia. A differenza di quand'ero ragazzo, non passo dall'edicola per l'acquisto del giornale preferendo dedicarmi alla lettura di un volumetto a più voci, In cosa crede chi non crede? (Ed. Liberal), che contiene i dialoghi epistolari tra Umberto Eco e il Cardinal Martini con interventi, a comporre "il coro", di Emanuele Severino, Manlio Sgalambro, Eugenio Scalfari, Indro Montanelli, Vittorio Foa e Claudio Martelli.

Poichè anche in questo frangente riesco a dar prova della mia proverbiale lentezza, nei 45 minuti del tragitto riesco a leggere solo la prima lettera di Umberto Eco. Mi colpisce l'incipit : "Caro Carlo Maria Martini, non mi ritenga irrispettoso se mi rivolgo a Lei chiamandola per il nome che porta, e senza riferimento alla veste che indossa. Lo intenda come atto di omaggio. Sono sempre stato colpito dal modo in cui i francesi, quando intervistano uno scrittore, un artista, una personalità politica, evitano di usare appellativi riduttivi, come professore, eminenza o ministro. Ci sono persone il cui capitale intellettuale è dato dal nome con cui firmano le proprie idee. E così i francesi si rivolgono a qualcuno per cui il nome è il titolo maggiore, con "dites-moi, Jacques Maritain", "dites-moi, Claude Lévi-Strauss". E' il riconoscimento di una autorità che tale resterebbe anche se il soggetto non fosse divenuto ambasciatore o accademico di Francia."

Il tempo di scendere dal treno e sento il dovere morale di sostare davanti alla sala d'attesa già straziata dall'orrenda strage neo-fascista del 2 agosto 1980. Guardo le fotografie, vedo sul muro il testo di una preghiera ivi recitata dal Papa in occasione di una ricorrenza e poi mi seggo un po' a pensare. Leggo la risposta di Carlo Maria Martini. Qui mi colpisce un passaggio: "E' difficile rispondere alla domanda se c'è una 'nozione' di speranza che possa essere comune a credenti e a non credenti. Essa deve esistere in qualche modo, in pratica, perchè si vedono credenti e non credenti vivere il presente dandogli senso e impegnandosi con responsabilità. Ciò è particolarmente visibile quando ci si butta gratuitamente, a proprio rischio, in nome di valori alti, senza un tornaconto visibile. Vuol dire dunque che c'è un humus profondo a cui credenti e non credenti, pensanti e responsabili, entrambi attingono, senza che forse riescano a darvi lo stesso nome. Nel momento drammatico dell'azione importano più le cose che i nomi, e non vale sempre la pena fare una quaestio de nomine quando si tratta di difendere e promuovere valori essenziali per l' umanità."

Rinfrancato dalla lettura di questo primo scambio epistolare esco dalla stazione e mi avvio a piedi verso il centro. Prima però di imboccare i caratteristici portici (la città felsinea ne dispone per ben 60 Km) già mi fermo nel primo stand di libri che incontro (altra tipicità del capoluogo emiliano). Il primo sguardo va alla bancarella che espone i libri a metà prezzo. Prendo in mano il romanzo di Carlo Cassola Un uomo solo (Club Italiano dei lettori). Mi piace subito la copertina a colori che disegna un uomo col grembiule giallo alle prese con dei vasi di fiori. Nel risvolto di copertina leggo invece che il racconto "si svolge in un piccolo paese della provincia di Grosseto, negli anni precedenti la seconda guerra mondiale".

Tito, il protagonista che dalla vita sta prendendo congedo, è un "anarchico, ottocentesco, candido e onesto" che "non si è mai piegato al fascismo e ne ha sopportato le conseguenze: intorno a lui c'è il vuoto, e tutto si rivela come un'illusione. L'ideale anarchico non trionferà mai, i migliori sono in carcere o emigrati, la massa è inerte; anche la moglie e la figlia lo disprezzano perchè non ha saputo farsi largo nel mondo, diventare un borghese." Passo alle due righe finali - redatte nella Primavera 1977 - : "Soprattutto lo confortava la coscienza di aver tenuto fede alle proprie idee".

Risuona nella mia mente La locomotiva di Francesco Guccini con quel richiamo alla "fiaccola dell'anarchia" e decido che, per la modica cifra di 5 euro, questo libro merita di essere preso. Mi soffermo poi su un libro di cinema. Contiene, nella prima parte, un'intervista di Alberto Moravia a Claudia Cardinale e, nella seconda, delle bellissime fotografie dell'attrice, riprese da varie pellicole. Qui la memoria corre a due film che amo molto: La ragazza di Bube di Luigi Comencini e Il Gattopardo di Luchino Visconti. Poichè però già dispongo delle due video-cassette, finisco di sfogliare e ripongo il libro.

Passo, infine, alla bancarella che offre testi "scontati del 15%". L'attenzione si rivolge alla nuova edizione del libro di Sergio Romano Lettera a un amico ebreo (Longanesi & C.). Sarà pure un segno di superficialità ma pure stavolta mi piace la copertina che ritrae - in piccolo - l'autore, in piedi nel suo studio, con la penna in mano davanti ad alcuni fogli bianchi, pronto a far scattare la sua prosa, per me raffinata pure nei suoi editoriali per Il Corriere della Sera.

Di nuovo un ricordo. Nella primavera del 1998, trovandomi in vacanza a Bordighera, mi recai a San Remo dove, in un teatro colmo, Romano presentava la sua prima edizione. di quello stesso libro. Rimasi sorpreso, tra le altre cose, dal successo - in termini di battimani - che la platea di tanto in tanto riservava all'eoquio e agli argomenti del conferenziere. C'era un pubblico un po' attempato, di buona eleganza (soprattutto le signore) e senz'altro in "prevalenza di destra".

Era la prima (e sinora unica) volta che mi trovavo in un ambiente simile ma, ad essere sincero, non mi sentii a disagio. Il tono delle domande denotava voglia di comprendere e, sarò minimalista, questo aspetto a me spesso basta. Il cammino della conversione della anomala destra italiana verso il profilo di una destra europea passa, credo, anche attraverso questo genere di appuntamenti. Decido che vale la pena di sborsare altri 11,47 euro per l'acquisto del volume ed esco dallo stand.

E' quasi mezzogiorno, percorro Via Indipendenza e dopo pochi minuti sono già in Piazza Maggiore, da sempre grande luogo di incontro, per amicizia, per amore, per concerti e manifestazioni. Sono ancora belle le foto in bianco e nero con l'arrivo in città dei partigiani - il 23 aprile del 1945, la festa di Liberazione davanti a San Petronio. Qualche breve passo nelle animate viuzze prospicienti la piazza - col vecchio mercato coperto e i fitti negozi ricchi di ogni ben di Dio - e già mi trovo sotto le Due Torri.

Tappa obbligata : Palazzo Hercolani, Strada Maggiore, sede di Scienze Politiche. All'ingresso, la solita bacheca "aperta", stracarica di avvisi degli studenti. Sotto il porticato del cortile verifico, invece, nella bacheca degli esami, che il Professor Pasquino tiene ancora il suo corso di Scienza della Politica (oltre ad insegnare alla locale Johns Hopkins University). Per lui, forse, un elisir di giovinezza. Per gli studenti una fortuna, dato il suo spessore accademico. Per quanto mi riguarda ricordo ancora con diletto le sue lezioni dell'anno 1979/80.

Il pellegrinaggio in facoltà termina con un rapido sguardo alle aule dove seguivo i vari corsi. Un tuffo al cuore, il senso degli anni passati, un po' di nostalgia. Prima di uscire noto, sul fianco del cortile, un piccolo accesso ad un giardino che la fretta giovanile non aveva mai notato. Il cancello è chiuso ma lo sguardo si fissa su una targa a lato su cui è scritto il nome di Alexander Dubcek. Forse c'è sempre stata o forse è stata apposta nel 1988 quando il leader della Primavera di Praga è stato a lungo ospite dell'Ateneo bolognese dove è stato insignito della laurea honoris causa.

Esco. E' ora di mettere qualcosa sotto i denti. Scelgo, dirimpetto a Palazzo Hercolani, un "bar vegetariano", catturato dal menu che propone un piatto di ricotta calda alle erbe aromatiche cui abbino un infuso di frutta, con retrogusto di cannella e cardamomo. Adesso che ci penso, non è escluso che, almeno a livello inconscio, abbia influito sulla scelta il ricordo del libro di Antonio Tabucchi Sostiene Pereira (Feltrinelli) in cui Pereira - poi bene interpretato da Marcello Mastroianni nel film di Roberto Faenza - scriveva coccodrilli per la pagina culturale del Lisboa e si recava sempre nel medesimo ristorante, sedeva sempre allo stesso tavolo e, sollevati gli occhi dal giornale, ordinava sempre il suo piatto prediletto: la omelette alle erbe aromatiche. La associazione di idee è un po' presuntuosa, ma tenevo alla citazione.

E' pomeriggio. E' tempo di portarmi alla libreria Feltrinelli vicino alle Due Torri per comprare il libro di Pasquino (euro 10) che integro con una raccolta di scritti di Sandro Onofri, Cose che succedono, (Einaudi), euro 8,50. Mi reco poi alla Feltrinelli International, all'inizio di Via Zamboni, dove alle 17,30 incontro il Professore. Non lo vedo da vent'anni e, pertanto, risulta ancor più gradita la stretta di mano, le brevi parole che ci scambiamo, il suo autografo sul libro.

Ha inizio la presentazione. Pasquino attacca forte. Plasticamente, fissa i tre momenti, tra loro indipendenti ma interagenti, che hanno steso al tappeto il vecchio sistema politico: la caduta del Muro di Berlino, l'inizio di Mani Pulite, i referendum elettorali. In termini più descrittivi (a pag. 113): "Venuta meno con il crollo del Muro di Berlino la divisione in blocchi Est/Ovest, la trasformazione obbligata del Partito comunista introduce fluidità nel sistema partitico poichè rende il polo di sinistra finalmente utilizzabile per la formazione di coalizioni che si candidano a guidare il governo. Mani Pulite colpisce la corruzione dei partiti di governo e li indebolisce sostanzialmente. Infine, la riforma del sistema elettorale crea condizioni nuove per la competizione fra partiti e per la competizione per formare il governo."

Segue la riflessione sul concorso positivo del "fattore Europa" - Il Trattato di Maastricht - e sulla impossibilità di prevedere la "tempistica della crisi", ragione per la quale non c'è da stupirsi troppo se siamo ancora in una fase di transizione (le crisi di sistema si sa quando iniziano ma non quando finiscono). Non prendo ulteriori appunti perchè mi piace seguire il tono colloquiale col quale il Professore tiene il suo discorso. I suoi studenti compongono più della metà del folto pubblico e sanno porre domande chiare, brevi e incisive.

Le risposte, a tratti è il suo stile, sono caustiche e a volte, un po' sarcastiche, tanto per tener vivo il clima. Prima del termine, annoto però un ragionamento. La qualità di una democrazia - sostiene Pasquino - è come una medaglia con due facce che si tengono insieme reciprocamente. Da un lato la società politica, dall'altro la società civile. Purtroppo la società italiana è debole, malata di antipolitica, egoista e priva (soprattutto a destra) di fiducia verso il prossimo.

Con queste note di sano realismo esco dall'incontro, mi concedo il lusso di una cioccolata calda ai marron glacè e faccio un' ultima puntata in libreria. Chiedo se è disponibile il libricino di Pasquino La democrazia esigente (Il Mulino) ma risulta ormai fuori catalogo. Peccato, perchè in esso il Professore entra in discussione simpatetica con Il Partito d' Azione, suo referente ideale dai tempi della sua tesi di laurea con Norberto Bobbio.

La mia bramosia quotidiana si ferma qui, non prima però di aver osservato che fanno già bella mostra di sè due cofanetti Einaudi (con video+libro coi testi delle canzoni) dedicati a due cantautori a me cari: Luigi Tenco e Roberto Vecchioni. L'approssimarsi del Natale può suggerire, forse, qualche idea.

Il rientro in treno (alle 20.30) mi permette di dare un'occhiata al libro di Sandro Onofri (prematuramente scomparso nel 1999) e all' introduzione di Walter Weltroni: "Conosco bene le parole di questo libro, le conosco, quasi tutte, per averle lette sullo schermo di un computer e, subito dopo, sulle pagine del giornale che dirigevo, l'Unità.

E conoscevo Sandro Onofri, una persona gentile, discreta, intelligente. Una persona sorridente e con lo sguardo tenero. Sandro era scrittore, ed era anche maestro, più che professore. Guardava i suoi alunni mutare, sotto il peso di uno spirito del tempo che gli piaceva sempre meno. Li vedeva smarrire il gusto della lentezza, del tempo perduto, della fantasia che rimedia alla noia. Li vedeva schiantati dalla "criminale superficialità dei mucchi di puntuali solleciti" di una società opulenta, veloce e un po' cialtrona. E per spiegare la necessità dei tempi lunghi, del silenzio e delle pause, Sandro non citava filosofi o teorie metafisiche: raccontava di suo padre, un artigiano, e di come gli insegnava ad aspettare, a fermarsi in silenzio a guardare il lavoro appena fatto, perchè era questo, il momento della riflessione, nel quale e dal quale si poteva imparare qualcosa.

Nel ritorno in macchina da Reggio Emilia a Casalmaggiore accendo la radio, il tempo di sentire in diretta il racconto della staffilata da fuori area con cui Nedved, ottimo giocatore, consente alla Juventus di raggiungere sul 2 a 2 il Deportivo La Coruna. La mente corre ad ormai lontani ricordi di vacanze portoghesi mentre archivio con soddisfazione la mia giornata bolognese.

 


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