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Discutendo dell'uomo d'acciaio



Corrado Ocone




Sono passati cinquant'anni. Sia dal processo con il quale nel dicembre 1953 vennero condannati 13 presunti "traditori" del regime sovietico, sia dalla morte (avvenuta il 5 marzo 1953) di colui che con piglio dittatoriale quel regime ha retto per tanto tempo e soprattutto nei momenti cruciali della guerra mondiale: Josif Vissarionovic, detto Stalin ("uomo d'acciaio)".

La doppia ricorrenza è stata colta dalla rivista Reset, diretta da Giancarlo Bosetti (anche direttore di Caffè Europa), che, in collaborazione con il Corso di laurea DAMS dell'Università di Roma Tre, ha organizzato prima la proiezione del film La confessione di Costa Gravas (ormai scomparso da ogni circuito), che ricostruisce le fasi di quel tipico processo staliniano, e poi un interessantissimo dibattito sullo stalinismo a cui hanno partecipato Federigo Argentieri, Giancarlo Bosetti, Renzo Foa, Ernesto Galli della Loggia, Miriam Mafai, Franco Ruffini, Giuseppe Tamburrano, James Walston.

Cominciamo dalla "storia vera" raccontata dal film. Nonostante il suo irreprensibile passato di comunista e nonostante fosse all'epoca viceministro degli esteri, Anton Ludvic fu arrestato, subì un vero e proprio "lavaggio del cervello", fu torturato, costretto a riconoscere inesistenti delitti politici e fu persino pubblicamente sconfessato dalla moglie. Al contrario di quasi tutti i suoi "presunti" complici, in buona parte di origine ebraica come lui, gli fu risparmiata la vita. Morto il dittatore fu quindi gradualmente riabilitato.

Il film ricostruisce le fasi chiave di un processo staliniano, con l'imputato che in nome della superiore logica del Partito prima si convince e poi si autoaccusa di attività sediziose mai commesse. E' una logica aberrante, come ha sottolineato Della Loggia. Eppure, nonostante ciò, la vicenda del comunismo, rispetto a quella del nazismo, è stata "storicamente aggiustata".

Lo stesso film di Costa Gravas oppone un inesistente "Lenin buono" alla storia degli epigoni cattivi. Una menzogna originaria, secondo Galli della Loggia: "nella storia del comunismo non ci sono innocenti", perché non è innocente la teoria, che per decreto vuole rendere uguali gli uomini (che in loro stessi non lo sono). Il grande inganno si è perpetrato anche nel libero Occidente, fomentato persino da intellettuali prestigiosi, come mostrano le raccolta de L'Unità o de L'Humanité.

Con molta veemenza è intervenuta a questo punto, quasi togliendo il microfono a Galli della Loggia, Miriam Mafai. La quale ha invitato a storicizzare le situazioni, a capire (non giustificare) tante persone perbene che non avevano allora molti elementi per giudicare ("c'era - ha osservato Mafai- un oggettivo problema di comunicazione, al quale sopperiva una grandiosa macchina propagandistica").

Il problema, per Renzo Foa, è che c'era allora un mondo diviso in due: ognuno chiuso nelle sue certezze e non disposto a prestare orecchio all'altro. La storia raccontata dal film colpisce perché è tutta interna a un mondo, quello dei comunisti, ove i ruoli erano interscambiabili: l'accusatore di oggi poteva essere la vittima di domani.

Sul fattore tempo ha concordato Bosetti, che ha anche insistito molto sulla prospettiva con cui si sono guardate le vicende del comunismo: Pelikan, per noi un dissidente eroe della libertà, per molti cechi è rimasto un alto dirigente di quel Partito che hanno fieramente combattuto. Galli della Loggia ha ripreso a questo punto la parola per punzecchiare Tamburrano sulla "reticenza" di molti socialisti, a cominciare da Nenni a suo dire, che sapevano ma che per motivi di opportunismo politico hanno taciuto. La replica puntuale del presidente della Fondazione Nenni è stata forse, insieme al dibattito, un piccolo assaggio delle polemiche che monteranno nei prossimi mesi in coincidenza con l'anniversario della scomparsa del dittatore georgiano.

 


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