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Elogio del nascondimento



Francesco Roat




Louis-Albert Lassus, Elogio del nascondimento, Edizioni Qiqajon, pp.105, euro 7,00.

Il nascondimento, ovvero il silenzioso e schivo appartarsi di un monaco romita in una cella entro cui meditare. Nulla di più inattuale o maggiormente lontano dall'edonismo e dal narcisismo di questo nostro tempo, dall'assordante e spesso vano cicaleccio mass-mediatico, dall'imperativo categorico odierno che intima a ognuno di noi: emergi dalla folla, mostrati nel modo più accattivante, seduttivo e gradevole possibile, sii protagonista (vincente, s'intende). Appari, insomma.

Ma se l'apparire (e l'apparenza: qui nel senso negativo di inautenticità o abbaglio) è la cifra più inquietante della mondanità, il suo contrario - il nascondimento, appunto - sembra riassumere piuttosto quella di una appartata ricerca spirituale, di un itinerario religioso che, sebbene desueto e impervio, non per questo è stato mai del tutto ripudiato.

Ancora oggi, infatti, seguendo una tradizione centenaria, sia pur sparuti monaci eremiti compiono da fermi il loro cammino in cerca di Dio nel deserto delle loro celle. Primi fra tutti i camaldolesi, delle cui pratiche tradizionali di vita e preghiera ci parla in un minuscolo ma prezioso libretto Louis-Albert Lassus, frate domenicano recentemente scomparso, che, dopo aver raccolto la testimonianza e le riflessioni di un anonimo monaco camaldolese, le ha compendiate in una sorta di breviario, facendole proprie e narrandole in prima persona plurale per quanti fossero interessati ad avvicinarsi a queste inusuali esperienze religiose o, comunque, intendessero almeno gettare uno sguardo all'interno di quello sconosciuto microcosmo che ha nome romitaggio.

La prima considerazione di questo Elogio del nascondimento non si rivolge, tuttavia, alla realtà cenobitica, ma al nostro ambito sociale di occidentali all'inizio del terzo millennio: "incapaci di dare un senso alle miserie della terra e" - soprattutto - "anche solo semplicemente di accettarle". È una denuncia senza mezzi termini della fragilità postmoderna orfana di Dio ma così incline a venerare l'idolo del successo, forse solo per esorcizzare quello scacco finale inevitabile "che porta il nome di morte".

Così l'opzione radicale del romitaggio testimonia una fattiva contestazione della "mentalità corrente" per una esistenza nel segno della solitudine che in primis esprime la rinuncia all'idea di una vita fondata sulla/e esteriorità e sul rifiuto della sofferenza e del limite. Che anzi: fallimento, dolore, precarietà e finitudine terrena non vengono visti dal monaco come elementi negativi, sebbene piuttosto costituiscono la "materia della propria realizzazione" spirituale.

Parole dure da intendere per chi veda la realizzazione solo come un imporsi rispetto agli altri ed al mondo. Nel romitaggio, invece, il ritiro da presunzione e supponenza si concretizza in un nascondimento che privilegia, seguendo l'insegnamento della Regola di Paolo Giustiniani, "lo stare in cella, seduti e in silenzio". Il che non significa affatto che l'eremita non partecipi a molteplici attività in comune, mettendo in pratica quell'ora et labora, quell'alternarsi di preghiera e di servizio lavorativo che scandisce ogni giornata di qualsivoglia ordine monastico.

Ma è nella contemplazione - nel silenzio e nella solitudine, si accennava prima - la peculiarità dell'eremita, il quale dovrebbe giusto attraverso tale pratica meditativa divenire capax Dei: spogliatosi di se stesso farsi apertura, vuoto in grado di accogliere la pienezza di Dio. Paradossale dunque la funzione della cella: a tutta prima chiusa rispetto ai panorami mondani, dovrebbe permettere lo spalancarsi di un ben più vasto e promettente orizzonte metafisico. Si tratta, in parole povere ma pregne di senso per il credente, di "vivere Dio" attraverso una preghiera perenne che non distingue più ufficio religioso e ordinaria condotta terrena in un inglobamento unificante, potremmo dire, che dovrebbe legare insieme e trasfigurare ogni istante del tempo del monaco camaldolese al fine di raggiungere la tanto agognata pacificazione spirituale.

Ovviamente qui il laico o il non religioso come il sottoscritto (se per esso si intenda il non praticante, il non aderente alla dogmatica di questa o quella confessione) può solo prendere atto di una tale dichiarazione d'intenti, non essendogli possibile procedere ulteriormente in questo deserto ineffabile dove ai suoi occhi Dio è semmai appena un miraggio o un'assenza. Peraltro è affascinante questa vocazione a farsi silenti e annullarsi, propria di tali eredi di san Romualdo, che avendo accolto nell'intimo la chiamata "a scomparire" scelgono la vita umbratilis, l'esistenza in ombra nel nascondimento, per aprirsi e incontrare un divino che metaforicamente (per ognuno di noi) è domanda aperta di senso o tensione inesausta verso l'assolutamente altro e l'oltre da sé, ossia verso ciò che i monaci potrebbero chiamare il trascendente.

 


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