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I figli dell'aquila



Massimo Negri




Cari amici di Caffè Europa,

Sabato 16 novembre ho partecipato alla presentazione del libro "I figli dell' aquila" (Ed. Sperling & Kupler) di Giampaolo Pansa da anni, ormai, ospite fisso degli incontri promossi dal mitico (per la zona) libraio Panciroli di Colorno (PR). La bella "Sala delle Capriate della Reggia" era zeppa di persone per cui il mio diletto è risultato ancora maggiore.

In questi casi, la quantità se non è sinonimo di qualità lo è certamente di curiosità: e per un libro credo possa bastare. Gli appunti che seguono non faranno giustizia delle straordinarie capacità affabulatorie dell'autore. Spero però che al termine della loro lettura non resterete con la sensazione di "aver succhiato un chiodo", di non averne cioé ricavato nulla, tanto per riprendere una colorita espressione iniziale di Pansa.

La nota in premessa riguarda la vocazione di "romanziere storico" che nasce nel 1955 allorchè Pansa - iscritto al 2° anno di Scienze Politiche all' Università di Torino - si reca dal suo Professore di Storia Contemporanea A.Galante Garrone esprimendogli il desiderio di svolgere la tesi con lui. Il tema prescelto (con largo anticipo) è "La guerra partigiana tra Genova ed il Po" che diverrà poi pure il titolo del suo primo libro (di fatto la pubblicazione della sua tesi di laurea).

La circostanza, invece, di quest' ultima fatica è una telefonata ricevuta da una signora: "Lei con la "La notte dei fuochi" ha scritto su come è nato il fascismo, adesso deve scrivere su come è morto". Il libro del 2002 è pertanto un ideale post scriptum del libro del 2001. E' il completamento di un piano di opere che Pansa ha dedicato al capitolo della Resistenza raccontando, questa volta, gli eventi dal punto di vista della "parte sbagliata", dall' ottica cioè di coloro che aderirono alla Repubblica di Salò perdendo poi la guerra (civile e di liberazione).

"I figli dell' aquila" è tra i libri più venduti del momento. Perchè? Pansa, con saggio equilibrio, ne attribuisce il merito per un 20% all' autore e per un 80% all'argomento. Le reazioni suscitate nella stampa e le molte lettere ricevute testimoniano dell'esistenza di due Italie, che hanno vissuto su trincee contrapposte, riportando lutti e ferite che ancora bruciano. Par di capire che questo libro, a differenza dei precedenti, stia avendo un buon successo tra i lettori "di destra". Lo conferma, nel dibattito, l' intervento composto di un ex-repubblichino che rende omaggio all' onestà con cui l'autore ha narrato i fatti. Par inoltre di intuire che per "una certa destra" sia una buona occasione per "uscire dal ghetto" nel quale è stata culturalmente confinata negli ultimi 50 anni, vedendosi restituire, almeno, l' onore della propria memoria.

Ma al di là dei nostalgici (più o meno convertitisi alla democrazia: la destra italiana ha iniziato ma non completato l'elaborazione del proprio lutto) il libro è apprezzato anche da quella parte di opinione pubblica che "vuole sapere", che vuole conoscere "tutta la storia", raccontata possibilmente in modo "sereno". In quella parte spiccano, per fortuna, pure i giovani lettori portatori del motto : "raccontatemi la storia com' è andata".

Il libro non è, ovviamente, un' operazione revisionista nel senso che non attenua minimamente le ragioni e i torti delle parti. Nasce però dalla convinzione che la storia non ci viene dall'alto come le tavole di Mosè ma è continuamente scritta (in genere dai vincitori) e riscritta (dai giornalisti, dagli storici, dai romanzieri) nel tempo. E' nel DNA democratico di Pansa l'interesse a sapere "il perchè degli altri", di coloro che stanno dalla parte a noi avversa.

Tutto questo per arrivare non a una "memoria condivisa" (Violante) ma ad una "memoria accettata": la democrazia è fatta di giudizi divergenti che si rispettano. Ognuno ha la propria storia. Il paese ha una memoria divisa. Occorre uscire dalla fase in cui si disprezza la storia degli altri. L' Italia sta faticosamente uscendo dal suo dramma storico ritrovando le ragioni della sua unità nazionale (vedi, simbolicamente, il ruolo e la considerazione di una istituzione come l'esercito).

Argomento della "buona fede". Il vecchio partito fascista - dopo la sfiducia a Mussolini del 25 luglio 1943 - va in liquefazione. L' armistizio dell' 8 settembre segna il disfacimento del concetto di patria. Molti giovani rispondono in buona fede alla chiamata della Repubblica di Salò per adesione ad un valore che sentono tradito (da coloro che abbandonano l' alleato tedesco in favore del nuovo alleato anglo-americano).

E, d'altra parte, dobbiamo calarci nello spirito dell'epoca : generazioni intere cresciute sotto il "pensiero unico" del regime da cui non era facile affrancarsi. Soprattutto per i giovani dell' epoca la scelta "da quale parte stare" dipese dalle circostanze : provenienze familiari, legami con un professore, amore per una ragazza, solidarietà con un amico. Non dimentichiamo poi il dato di De Felice : su una popolazione di 44 milioni di abitanti, solo il 10 % aderì, direttamente o indirettamente, a una delle due parti. La grande maggioranza degli italiani - la cosiddetta "zona grigia" - stette a guardare.

Aneddoto. Quando Pansa andò al Giorno (quotidiano dell' ENI di Mattei) nel 1954 - diretto dal grande comandante ex-partigiano Italo Pietra - la metà dei giornalisti aveva aderito alla Repubblica di Salò anche se allora nessuno aveva pubblicamente il coraggio di riconoscerlo. Molti di loro poi sono cambiati, com' è naturale. Hanno fatto autocritica. Alcuni opportunisti, altri sinceri. Diversi di loro sono entrati nei partiti democratici, anche di sinistra. Che dobbiamo fare ? Tacere ancora di queste storie ? Zittire gli ex ? Non è meglio cercare di voltare pagina, portando il discorso sul piano della "memoria accettata"?

Complicazioni della storia. Colorno è sul Po ma se fosse stato sul Danubio, la sua sorte sarebbe stata quella di passare dagli orrori dei lager agli orrori dei gulag. Questo per dire che la vittoria "sul fronte Est" ha portato alla fine della libertà per altri 40 anni per buona parte dell' Europa che ha conosciuto sino al 1989 (caduta del muro di Berlino) due diverse forme di totalitarismo.

Ripetersi della storia. Nella ex-Jugoslavia abbiamo visto il riproporsi dei medesimi meccanismi tipici della "guerra civile" vissuta dal nostro paese nel 1943-45 (con alcune code post-resistenziali poi protrattesi, in forme diverse, con il terrorismo). Una volta innestati diventano una trappola per tutti. Esempio : tu ammazzi me ed io ammazzo te, tua sorella, tua madre ecc. Seguono vendette e atrocità reciproche sino a che una parte non piega definitivamente l' altra. Decantazione della storia : con il tempo va ammesso pure il male compiuto dalla parte che ha, sia pure proditoriamente, vinto.

"I figli dell' aquila" contiene lo schema consueto : la storia è narrata attraverso le vicende - anche quotidiane - di persone concrete, di famiglie spesso lacerate dal dramma della povertà e della guerra. Lo scontro "italiani contro italiani" offre lo scenario di un paese in sfacelo come conseguenza della lunga notte fascista. L' io narrante è Alba, la protagonista che regala all' autore "il tesoro della sua memoria". Ma, parafrasando Flaubert, "Alba c' est moi".

Metodo. Pansa ricorre, nel suo lavoro di romanziere, a tutte le fonti (ufficiali e non, di destra come di sinistra). E' un lungo lavoro di scavo negli archivi. L' esperienza lo porta a concludere che le donne, da questo punto di vista, conservano meglio degli uomini (dai vestiti alle foto, dai giornali ai libri) : anche per questo, spesso, i soggetti principali dei suoi romanzi sono le donne (che Pansa ama, riamato).

Ricordo familiare. La nonna assistendo ai bombardamenti anglo-americani sul ponte del Po a Casale Monferrato, benchè fossero a 100 metri da casa sua, desiderava che continuassero perchè così "la guerra sarebbe finita prima". Ma la nonna era un tipo particolare che sapeva fare tre operazioni simultaneamente : dire le preghiere, leggere Bolero-film e squartare le rane.

Omaggio ad un libraio. Pansa ricorda l' insegnamento del vecchio libraio di Casale Monferrato che vendeva "a credito" (sarebbe passata la mamma ...) i suoi libri su una bancarella (riadattamento di un carro da morto). Diceva ai ragazzi: a) leggete libri superiori alle vostre possibilità (perchè altrimenti non imparerete mai); b) leggete libri di chi non la pensa come voi (perchè altrimenti non vi confronterete, non vi scontrerete e dunque non crescerete mai).

In chiusa, un detto alessandrino: "non fare il cagnino", cioè esprimi le tue idee ma non pretendere di azzannare gli altri.

 


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