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Il popolo degli uccelli



Carlo Violo




Ricordavo Jacques Perrin soprattutto per le sue interpretazioni in film che hanno segnato momenti di svolta nella mia vita, cioè del mio gusto: La ragazza con la valigia, Il deserto dei Tartari e Nuovo cinema Paradiso. Così non volevo mancare a Il popolo migratore, suo film come regista, sia pure insieme a Jacques Cluzaud e Michel Debats. Ma, a parte questo richiamo da inveterato romantico dei ricordi, un altro elemento mi ha attratto: il tema del viaggio.

Questo genere di film/documentario credo sia una delle più ardue imprese da portare a termine. Dicono le cronache che per realizzare Il popolo migratore ci sono voluti, infatti, 4 anni di preparativi. Ma la maggiore difficoltà sta, secondo me, nel fatto, certamente ovvio, che gli attori non hanno frequentato l'Actor Studio, e nella conseguenza, meno appariscente, che dosare con questi attori ritmi, suoni, immagini e richiami simbolici, volendo trasmettere la poesia della Natura, è opera di alto virtuosismo, e quindi, ad alto rischio.


Infatti non mi sembra che il risultato sia sempre impeccabile, eccedendo qua e la in musiche troppo accattivanti, in immagini che fanno troppo il verso al "National Geographic" per esserne superiori, in indugi troppo antropomorfi per appartenere veramente al punto di vista degli animali, in ripetizioni a volte non proprio conseguenti che sembrano inserite per allungare il brodo. Nel clima di abbuffata da effetti speciali hollywoodiani c'è inoltre sempre il rischio, per il regista che ne vuole fare comunque uso con minore budget, di sembrare uno che gioca col Power Point.

Preferisco i suoni della Natura, in questo genere di prodotto, alle musiche troppo epiche; e mi è personalmente difficile astenermi dai facili sorrisi sulle somiglianze tracciate tra i comportamenti degli uomini e delle oche, o seguire una storia che si allontana troppo dalla sobrietà assoluta del fatto naturale. Ma queste sono questioni di gusti. Mi interessa di più, a livello oggettivo, il tema del viaggio o, meglio, del 'ritorno', che la voce narrante rende più volte esplicito, ove non bastassero le immagini. Mi pare questo, alla fine, il valore aggiunto del film nel suo scopo comunicativo, più che documentaristico: la trama che il volo degli uccelli tesse nell'immaginario favolistico è ciò che lo connette da un lato alle leggi incontrastabili della natura, dall'altro alla testimonianza umana di tali leggi. Come un libro di poesia.

Il tema del 'ritorno a casa' non è certo una novità per il cinema. Qualche appassionato di poesia, inoltre, si ricorderà di Ulisse e del suo viaggio, denso di sacralità e di mito. C'è però una simbologia nel viaggio dei pennuti di Il popolo migratore che mi ha fatto scattare immediate assonanze con poemi d'Oriente meno noti, almeno qui in Italia, ma esplicitamente simbolici ed escatologici intorno al tema del viaggio degli uccelli. Il tema simbolico del viaggio degli uccelli è ricorrente nella poesia mistica d'Oriente, persiana e araba in particolare. Cito brevemente, per necessità di sintesi, Avicenna, Al-Ghazali, Suhravardi. E un autore, che della massima triade poetica in lingua persiana è uno dei pilastri (essendo gli altri due Rumi e Sanai) che ha scritto un poema di grande ispirazione: Il Verbo degli Uccelli - Mantiq at-Tayr (Edizioni SE - Collana Conoscenza Religiosa - Milano 1986). Si tratta di Farid ad-din Attar, vissuto tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo.

Il motivo di tanto interesse poetico nel viaggio degli uccelli è che tali animali rappresentano il simbolo dell'anima che, impigliata nei legacci del corpo, anela il ritorno all'Unità originale. E il linguaggio degli uccelli è la lingua esoterica per eccellenza, alla quale lo stesso Corano dedica una citazione mettendola sulla bocca di Salomone (sura XXVII). Nel Poema si narra di un folto gruppo di uccelli ai quali l'upupa, che per la sua cresta sembra cinta di corona nobile, si rivolge esortandoli a raggiungere Simurgh, il loro mitico re, che dimora in terre lontane e sconosciute.

Nel Corano, ancora, l'upupa è messaggera di Salomone presso la regina di Saba e non può sfuggire l'analogia con la guida di Dante, Virgilio, nel suo viaggio ultraterreno. Trattandosi di un viaggio sconosciuto e misterioso non può essere compiuto senza qualcuno che conosca la strada. Gli uccelli incarnano gli attributi della personalità umana e ciascuno di loro, infatti, muove obiezioni all'invito dell'upupa, trova scuse e pretesti per mostrarsi esitante.

L'upupa risponde con pazienza alle loro spesso ipocrite argomentazioni. Alla fine lo stormo partirà ma, altro simbolismo, solo trenta uccelli su centomila arriveranno alla meta. Simurgh significa 'trenta uccell' e raggiungere Simurgh si configura, quindi, come l'approdo allo specchio della verità essenziale dei trenta superstiti. Il viaggio si conclude con la scoperta della identità e unità dell'anima con il Principio Universale.

Il ritorno all'origine comporta quindi una strage di egoismi e falsi attributi umani. Il viaggio si realizza, come l'upupa aveva annunciato e descritto, attraversando sette ardue valli, e ciò che sopravvive deve annichilirsi per poter rinascere ad una vera Coscienza. Le valli, simbolo delle tappe dell'evoluzione interiore, sono quelle della Ricerca, dell'Amore, della Conoscenza, del Distacco, dell'Unificazione, dello Stupore, della Povertà. I dialoghi sono inframmezzati da racconti aneddotici che rinforzano il carattere didascalico e sapienziale del poema. Riporto brevemente qualche passo solo per dare una idea del suo tenore.

Parla l'upupa:

"Amici uccelli, in verità io sono il messaggero del divino, l'inviato dell'invisibile…io ebbi udienza un giorno da Salomone e per questo divenni eminente tra i suoi sudditi…noi abbiamo un re senza rivali che vive oltre la montagna di Qaf. Il suo nome è Simurgh ed è il sovrano di tutti gli uccelli. Egli ci è vicino ma noi siamo ad una distanza infinita da lui… La sua dimora è protetta da gloria inviolata. Il suo nome non è accessibile a ogni lingua… Se vi avrò come compagni sarete a corte i più intimi confidenti del re. Liberatevi dalla vostra miope presunzione! Chi mette in gioco la vita per lui si libera da se stesso, sulla via dell'amato egli va al di là del bene e del male. Abbandonate la vostra vita e iniziate il cammino, avvicinatevi a quella corte a passo di danza!

I pretesti di tutti gli uccelli:

Noi che siamo una turba di deboli e inetti, privi di penne e di ali e di corpo e di spirito, come potremo giungere sino al nobile Simurgh se non in virtù di un miracolo? Quale relazione può esistere tra noi e lui? Se davvero esistesse un rapporto tra noi, non dovremmo forse desiderare di cercarlo? Egli è come Salomone, noi siamo miserabili formiche: considera attentamente il suo rango e commisuralo al nostro. Una formica precipitata nel fondo di un pozzo può forse giungere a Simurgh contando sulle sue forze? E perché mai un principe dovrebbe divenire amico di un miserabile?

L'upupa così rispose.

O inconcludenti! Da cuori a tal punto inariditi come potrà stillare autentico amore? Miserabili creature, fino a quando durerà la vostra ignavia? Passione e aridità non possono coesistere e chiunque aprì gli occhi all'amore andò a giocarsi la vita a passo di danza.

Ecco, le immagini del Popolo Migratore, mostrano che questi antichi poeti, sapevano osservare la Natura molto bene, al punto da trarne simbologie universali. Sapevano molto bene che il cuore umano, in quanto contenente un atomo di assoluto, va osservato come fenomeno naturale.

"Il viaggio è una prova davvero dura", dice la voce narrante mentre le immagini mostrano scene di abbattimenti da cacciatori e carcasse scheletrite nel deserto. Le danze rituali delle gru e degli altri uccelli riempiono i luoghi delle loro soste, lungo le rotte del viaggio, come chi si sia affidato alla forza naturale dell'amore. La classica formazione di volo a cuspide delle oche, che l'operatore riesce a farci seguire come se fossimo uno di loro, toglie ben poco alla fatica meccanica del viaggio ma dona tutto dal lato essenziale dell'energia solidale del gruppo che avanza verso una meta di un altro continente.

Ciascuno sa che nessuno può affrontare per lui il suo proprio settore di aria, di vento, di gelo, verso la meta. La Natura non aiuta né ostacola. Semplicemente segue il suo corso e gli uccelli possono seguire soltanto il proprio destino. Al cospetto delle necessità naturali le attività dell'uomo, oltre che inquinanti, appaiono semplicemente fuori posto, artificiali e per nulla funzionali al corso naturale delle cose. Una inutile e violenta intrusione. Il volo delle oche su New York e le sue Torri ancora in piedi, fa apparire, nella sua involontaria evocazione, la Natura ancora più lontana, profonda e imperturbabile, come un vecchio saggio Zen.

Quando al fine le oche ritornano al luogo da dove sono partite la voce narrante dichiara: "La promessa del ritorno è stata mantenuta". Non tutte sono tornate. Forse sono più di trenta su centomila e viene spontaneo chiedersi se noi, esseri evoluti, siamo in grado di riconoscere e mantenere le promesse verso il nostro destino, affrontando decimazione e morte simbolica. Attar vuole ricordare a tutte le genti delle epoche susseguenti che l'uomo ha un destino naturale più arduo, percepibile solo con il cuore, che non può non affrontare.

Le sue promesse sono state pronunciate in altri luoghi.
Il popolo dell'uomo ha itinerari lungo altri mondi.
Il popolo dell'uomo vola con le ali del cuore.
La meta del suo ritorno è tra le stelle.

 


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