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Pinocchio



Roberto Barzanti




Non è affatto vero che il benignesco Pinocchio pecchi di eccessiva fedeltà al testo e per questo si presenti impacciato e illustrativo. Nemmen per sogno. L'atmosfera che circola nella favola sa di una Toscana taccagna e angustiata da mille paure. Il paesaggio è spazzato dal vento. La case per piacere un po' hanno dipinti sulle mura domestiche gli agi - un po' di fuoco - di cui sono sprovviste.

Lo stesso Pinocchio salta fuori improvviso da un pezzo di legno che non fa affatto il giocoso trambusto con cui il filmetto si apre. E' un miracolo, la sua nascita, che rimanda a un lavoro umile, a affetti sommessi, a artigianali invenzioni. Le apparizioni meravigliose e rare: ci mancherebbe altro che la fata Turchina, che in Benigni sembra una Grilla chiacchierona, si immischiasse ogni poco nelle avventure dello scapestrato e dinoccoluto monello. Il quale monello era imparentato con uno di quei ragazzini mocciosi e impertinenti in grado di smascherare il più potente della terra e di scombinare ogni gioco.

Che c'entra il vecchietto Benigni, che al massimo può indossare le vesti di un gramo ex-mezzadro? E' banale dirlo: Luigi Comencini aveva capito molto di più. Il suo fu un Pinocchio cavato davvero dal pezzo di legno che c'incantò e ci incanta. Nella versione di Benigni tutto è ribobolo colorato, orchestrazione piacevole, effettucci quasi-speciali.

Macché: Collodi racconta seduto accanto al focolare e la forza della sua immaginazione fa leva sulle povere cose, sulle abitudini di ogni giorno contraddette o contrastate con furia da una vitalità irriverente, e, ahimè, effimera. Tristizia e crudeltà sono il suo motto.

Lo capì stupendamente Giorgio Manganelli, lo capì a suo modo Carmelo Bene. Benigni allegramente berlusconizzato e indecentemente desideroso dell'Oscar, d'accordo con Miramax e pronto a salpare per moltiplicare le monete d'oro, ha fatto peggio di Disney, principale colpevole di Pinocchicidio. Benigni è finito nel ventre della Balena, credendo di trovarci la vita bella.

 


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