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Il coraggio del dialogo



Bibi David




"Dobbiamo continuare a credere che, indipendentemente dalle circostanze esterne, sia ancora possibile una pace in Palestina". Nemer Hammad, ambasciatore della Delegazione Generale Palestinese, ne è convinto: "Quando i due popoli scopriranno le proprie somiglianze, capiranno di avere punti deboli comuni e, soprattutto, uguali sogni, smetterà l'odio e si avvierà davvero un profondo dialogo".

"La situazione di Israele è complessa, è politicamente difficile- aggiunge Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane- da un lato abbiamo i leader israeliani e i capi palestinesi, dall'altro la gente. Il primo punto da risolvere è far sì che i politici rispecchino davvero la mentalità delle due popolazioni. E, in secondo luogo, bisogna ridare valore alla vita del singolo, nella prospettiva più ampia di distruggere le basi del terrorismo suicida".

Si è svolto recentemente a Roma, in Campidoglio, un convegno promosso dalla CGIL su "il coraggio del dialogo" fra israeliani e palestinesi, durante il quale è stato proiettato per la prima volta un video Le figlie di Canaan. Due popoli, due Stati realizzato nell'estate 2002 dalla giornalista Nella Condorelli che sarà trasmesso prossimamente da Rainews24. Nel video, donne israeliane e palestinesi raccontano se stesse, i propri drammi, la propria vita, in attesa di un tempo che fermi la rabbia e la violenza.

Il documentario prende avvio dalla nascita dello Stato d'Israele. Fra le testimonianze filmate, quelle di maggiore potenza evocativa mostrano la madre di una ragazza kamikaze che ricorda i tormenti e i pensieri della propria figlia e la battaglia delle donne beduine narrata dalla loro leader. Interessanti sono pure le storie di Ruth Gavriba, giovane ebrea romana che ha scelto di vivere in un kibbutz, della scrittrice Manuela Dviri di Tel Aviv, di Dyala Husseini, un'araba appartenente a una delle famiglie più in vista della Palestina, e Sheewa Friedman, sindacalista ed esponente della sinistra progressista.

Presenti alla tavola rotonda, fra gli altri Ada Sereni Feinberg, del kibbutz israeliano Y'ron nell'Alta Galilea. "Abitare in un kibbutz- ha spiegato Feinberg- è la richiesta di trovare nella nostra terra un paradiso possibile, comune e democratico. Il kibbutz non è un'utopia". Jacqueline Sfeir, docente universitaria di Betlemme, ha lanciato un monito: "L'Occidente deve farsi sentire di più e più spesso, non solo quando ci sono fatti eclatanti come l'assedio della Basilica della Natività. E' la nostra esistenza di tutti i giorni a condizionare la Storia".

Infine Abla Mahroum, responsabile dell'educazione e formazione del sindacato palestinese, residente a Jenin, in pieni territori occupati, ha aggiunto: "Siamo due popoli costretti a convivere che si oppongono al proprio destino. Basterebbe scegliere di lasciarsi trasportare da esso - ha concluso- per tornare in noi stessi e vedere i nostri interlocutori meno mostruosi, più liberi, più veri…".

 


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