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La stiva e l'abisso



Francesco Roat




Michele Mari, La stiva e l'abisso, Einaudi, pp.273, Euro 9,5

Ambientazione: un galeone spagnolo in bonaccia. Personaggi: il capitano del vascello, ex uomo d'azione ridotto stabilmente sotto coperta causa una cancrena invasiva; l'ufficiale in seconda, un "cattivo" a trecentosessanta gradi pronto ad ogni abiezione pur di saziare la sua fame d'oro; un pugno di marinai insolitamente dediti all'introspezione.

Questi gli attori e lo scenario del romanzo di Michele Mari La stiva e l'abisso, caratterizzato da una lingua iperletteraria, rutilante di preziosismi anticati e intessuto di dialoghi costruiti con un lessico vagamente secentesco, non per questo privo di una sua indubbia originalità, ottenuta grazie all'invenzione di neologismi che fanno il verso ad un idioma barocco assai elegante, come certi fiori finti (l'ideatore dei quali non intende spacciare per autentici) che rivelano subito all'occhio la propria inconfondibile artificialità; godibile appunto perché conclamata nel suo iperrealismo da finzione.

Così le tavole del ponte d'un vascello consegnato all'immobilità si fanno palcoscenico su cui assai cartacei lupi di mare recitano in un linguaggio alla Calderon de la Barca una commedia dove non tanto la vita è sogno, ma: "Sognare è vivere un'altra volta". Perché questo accade ai marinai di Mari: essi, visitati nottetempo da favolosi pesci parlanti, si distaccano progressivamente da un'esistenza tutta esteriore per farsi onirici navigatori dell'interiorità. Gli insoliti pesci loquaci narrano loro infatti delle storie talmente affascinanti che gli uomini, irretiti e dimentichi di ogni altro interesse, cadono preda dell'inedia, finendo per nutrirsi solo di parole.

Come una "gangrena" corporea guasta la gamba del capitano Torquemada, una cancrena spirituale infetta l'anima dei marinai, inducendoli prima ad isolarsi nelle proprie cuccette "come spiritati con un sorriso scemo sulle labbra", poi a darsi morte annegandosi in mare. Questo, almeno, è il modo di vedere le cose da parte del Secondo: Menzio, uomo illetterato e lascivo, incapace di scorgere nella scelta all'apparenza autodistruttiva dei marinai altro che pazzia. Ma ben diversamente la pensano quelli, convinti come sono di essere più savi che mai nel loro inabissarsi alla ricerca dell'autentica "ricchezza"; sul significato della quale l'ottuso Menzio equivoca, ostinandosi a investigare per tutto il galeone le tracce di un tesoro materiale.

Parallelamente anche il capitano Torquemada ha avuto la ventura di imbattersi in un bellissimo pesce (seppure muto), la cui vicinanza lo induce a scordarsi delle cure marinaresche per altre, più astratte e letterarie. Da qui il suo interesse improvviso per la retorica e il suo interrogarsi sul significato di termini a lui desueti, come antifrasi, iperbato, litote, che rampollano dalla sua mente senza ch'egli ne intenda la ragione.

Si giunge quindi sul galeone ad uno scontro insanabile fra sostenitori dell'immaginario e della concretezza, tra anime contemplative e coloro i quali, come Menzio e accoliti, insensibili ai pesci parlanti, perseguono possessi materiali peraltro irraggiungibili causa lo stallo a cui è costretto il vascello. La stiva e l'abisso si fa dunque da commedia degli equivoci spassosa parodia del romanzo d'avventura, con truci squarciabudella, giri di chiglia, sevizie annunciate più che descritte, e persino un ammutinamento in piena regola.

Sul galeone, fra marinai resi catatonici nei loro giacigli, tutti intenti a scandagliare gli abissi del loro oceano inconscio, c'è finanche chi, convinto di scoprire in fondo al mare la "scaturigine" delle "malie" che hanno stregato la nave - costruitosi un batiscafo rudi-mentale: una sfera di vetri legati insieme con la pece - non esita di fronte ad un'infausta esplorazione sottomarina.

Resteranno infine Torquemada e Menzio - unici superstiti della nave - a confrontarsi, l'uno febbricitante di affabulazione e di cancrena, l'altro di bramosia da possesso. E sarà un duello combattuto a colpi di dialogo, in un'ossessione verbale che non lascerà ne vincitore ne vinto.

 


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