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Intellettuali: quelli con le palle e quelli della quiche



Guido Martinotti




Finalmente la rancorosa e incolta classe media italiana ha trovato il suo nuovo Mario Appelius. In un paese in cui pochi leggono e molti sono convinti che Oriana Fallaci e Vittorio Sgarbi rappresentino il nec plus ultra della cultura contemporanea, domina l'idea che l'intellettuale sia riconoscibile per "genio e sregolatezza", dove la sregolatezza si vede subito e il genio lo si deduce. La volgarità passa facilmente per disinvoltura e l'imprecazione per coraggio. Scritti come il proclama Fallaci ai fiorentini ("Fiorentini, esprimiamo il nostro sdegno", Il Corriere della Sera, 6 Novembre 2002) appartengono a un genere letterario ben noto, che va sotto l'intraducibile nome di derivazione ottocentesca di épater le bourgeois.

E' una modalità stilistica che fa parte della cassetta degli attrezzi dei retori, anche se non proprio quelli di migliore grana. Mira a provocare un brivido a padri e madri di buona famiglia che, accasciati sul canapè davanti alla televisione dopo una giornata di duro lavoro o intenti alla lettura del giornale mentre bevono il caffè, sentono il frisson del proibito o il prurito dello sconveniente. "Quello Sgarbi…., ma è tanto intelligente!".

Il problema di questo genere letterario è la saturazione del mercato. Mentre nel buon tempo andato le copulazioni di Lady Chatterly con il giardiniere e la famosa battuta di Cambronne bastavano e avanzavano per proiettare il farmacista di Pero Larino o il notaio di Augellino Murgie nell'universo intrigante della perversità di alto bordo, oggi viviamo in un mondo in cui la scatologia viene riversata a fiumi dal piccolo schermo e probabilmente anche le monache di clausura vengono messe minutamente al corrente dei più pruriginosi pettegolezzi delle amanti di uomini illustri (le quali peraltro sono ben contente di offrirsi tous azimuts all'ammirazione e al desiderio degli oi polloi e alla valutazione attenta del prossimo possibile sostenitore).

Così Sgarbi deve aumentare il volume e il raggio del suo sputazzamento e la Fallaci deve ricorrere all'invettiva in quantità da "paga due e prendi tre", suscitando lo stesso senso di stucchevolezza di un cartoccino di caldarroste fredde. Di passione si grida molto, ma se ne percepisce davvero poca: solo una grande passione per l'ostentazione. L'orgoglio è qualcosa di assai più sottile, si può facilmente fingere, ma viene provato solo con i fatti, non con le parole. E poi orgoglio per che cosa? Per la civiltà occidentale? Forse che questa civiltà si compendia in una retorica bolsa e barocca che fa il paio con quella di Bin Laden? Mah.

Nei contenuti, la famosa lettera su Firenze non è altro che una collezione dei luoghi comuni, o "memi", largamente prodotti dagli studi di Arcore, che si sono potuti ascoltare incessantemente nelle settimane che hanno preceduto il Social Forum. Assieme a qualche osservazione che potrebbe anche essere di buon senso, ma che contiene solenni scemenze (del tipo "e noi suoneremo le nostre campane" come se si fosse ai tempi del Pier Capponi) come capita spesso a chi è tanto occupato a urlare da non aver tempo per riflettere, e che senza la grancassa dell'insulto lo scritto si ridurrebbe ben povera cosa, come un film di Dario Argento senza audio.

Senza poi dimenticare che anche l'improperio, l'invettiva e la denuncia dovrebbero imporsi dei limiti per evitare che una eccessiva sproporzione tra la catastrofe ventilata e l'evento reale provochi dopo l'indignazione il dileggio. E' vero che con quelle facce da Schifani che hanno messo su molti intellettuali di destra ci vuol altro, ma l'aver detto una fesseria un po' di mal di pancia lo provoca sempre. In realtà il vero coraggio civile l'hanno dimostrato i manifestanti e quella parte non piccola e forse anche non minoritaria dei fiorentini, a cominciare dai politici locali, che hanno resistito a una campagna diffamatoria incessante e volgare, correndo ovviamente anche dei rischi.

Al fondo, nello scritto della Fallaci (e in tutta la campagna che si è tradotta in un flop politico che rimarrà nella storia) ritroviamo un unico antico tema ripetuto con tutte le possibili variazioni: l'avversione implacabile della borghesia italiana per le manifestazioni di piazza. E' questo il punto su cui si è costruita la grottesca campagna televisiva e di stampa contro il Social Forum: chi va in piazza a protestare è un delinquente o poco meno e in ogni caso un deviante. E lo prova anche la ripugnante censura mediatica e televisiva della interessante manifestazione, degna della Romania di Ceausescu o della Corea di Kim-il-Sung, piuttosto che di una democrazia liberale.

Ma è mai possibile che la Rai, emittente pubblica di un paese come il nostro il cui governo si dichiara liberale (con un uso che suona sempre più indegno di questo termine), non abbia avuto il sospetto che centinaia di migliaia di persone avessero anche qualcosa dire? Figuriamoci. La partecipazione politica si fa solo nel Palazzo, vivaddio, non nella Piazza; secondo l'antica distinzione guicciardiniana. Il politically correct della destra accetta solo lo scontro da salotto su quelle brutte poltroncine televisive. Purchè, beninteso, gli arbitri siano Vespa o l'Ambasciatore Romano.

Le buone maniere, che diamine! Possono gridare a squarcia gola solo alcuni personaggi deputati all'épatement des bourgeois, come i jester delle corti medievali: Mario Appelius e gli altri della categoria di coloro che fanno di tutto per passare osservati. Questo sentimento è rafforzato dalle reminiscenze leboniane e scigheliane della "folla criminale", sedimentate nella memoria collettiva della destra della mia generazione da libri di testo scolastici in cui (lo ricordo perfettamente) si raccontava di poveri bambini che morivano con la spagnola perché le torme spietate degli scioperanti imperversavano nella città.

Nei giorni in cui negli Stati Uniti si commemorava il 911, mentre i novembristi nostrani gonfiavano le gote nelle trombe e la nostra Mario Appelius chiamava alle armi, una scrittrice americana donna, della sua stessa generazione e cittadina, oltre che residente, della città aggredita, non meno coraggiosa della Fallaci di fronte al mondo e alle sventure personali, ha pubblicato un articolo in cui esplorava l'inquietudine di tutti di fronte al momento e alle prospettive di una guerra contro l'Iraq. Consiglio una lettura comparativa dell'articolo di Susan Sontag ("War. Real Battles and Empty Metaphors", NYTimes, Sept.10, 2002) con quel che scrive la Fallaci, soprattutto dal punto di vista della qualità letteraria.

Oggi la Sontag, le centinaia di migliaia di ragazzi e non che hanno manifestato a Firenze e i milioni contrari alla guerra nei paesi occidentali, gli Usa in particolare, per non parlare degli altri paesi, si trovano dalla parte dei perdenti. La guerra si farà, moriranno molti innocenti e soldati da entrambe le parti, senza che gli esiti del conflitto siano chiari neppure sulla carta. Mentre la Fallaci-Appelius sta con i potenti che faranno la guerra, ma urla come se fosse una vittima minoritaria. Ma importa la logica? "Dio stramaledica i nemici (chiunque essi siano)!"

 


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