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Fuori dal coro: in difesa di Pinocchio



Barbara Iannarella




Appena entrata nel bunker di ferro, mi sono sentita catapultata in un altro mondo. No, non si trattava di un carcere di massima sicurezza, ma di un set blindato, off-limits per tutti i giornalisti, del film più costoso della storia del cinema italiano, 40 milioni d’euro, il tanto atteso Pinocchio di Benigni. Non era la prima volta che visitavo un set cinematografico (puo’ capitare, quando si ha la fortuna di avere una sorella che lavora nel “dorato” mondo della Settima Arte), ma era la prima volta che respiravo un’atmosfera così magica, pregnante, di attesa per la preparazione di un film.

Quello cui stavo assistendo era la creazione di un evento, una partecipazione collettiva gioiosa e spensierata, che contagiava attrici, comparse (centinaia di ragazzi, bravissimi ballerini e acrobati) truccatori, montatori e anche semplici visitatori come me. Il calore umano e soprattutto la spontaneità, sempre unita al grande rigore e impegno con cui Benigni/Pinocchio insieme alla sempiterna compagna-attrice-produttrice, musa ispiratrice-fatina Nicoletta Braschi teneva le redini di questo carrozzone magico, rendeva il set una gioia da gustare con gli occhi (le magnifiche scenografie di Danilo Donati, morto durante le riprese, hanno lasciato un’indelebile impronta alla fantasia di cui si nutre il film) e con la mente.

Mentre mi aggiravo sul set, immaginavo quale impatto visivo avrebbero avuto, una volta portate sullo schermo, tutte le magiche invenzioni di latta e cartapesta del Paese dei Balocchi; se i cavalli a dondolo dipinti a mano uno per uno, le giostre e la casa degli specchi, le enormi scatole di latta rosse semoventi, le cornucopie di dolci e leccornie di ogni genere avrebbero preso vita in quella girandola di colori e di festa che è la spensieratezza del gioco dei bambini.

E così è stato. Il film pecca forse di troppa fedeltà al libro: il che lo fa risultare in certi punti troppo didascalico e noioso, legato ad una sorta di adorazione da parte di Benigni al testo Collodiano, ma la magia, almeno quella visiva, c’è. Ed è tutta nella scenografia che si anima, quella artigianale, dei fabbri, dei carpentieri degli stuccatori, di quelli insomma che lavorano dietro le quinte, e non tanto quella degli effetti speciali che pure sono molto presenti nel film. E nella bravura degli attori, tutti, a partire dal grande Carlo Giuffrè-Geppetto, il duo dei Fichi d’India, i meno convincenti negli abiti de il Gatto e la Volpe, il bravissimo Kim Rossi Stuart (forse il migliore) che ha dato prova nei panni di Lucignolo di grande versatilità attoriale e poi tutti gli altri, da Peppe Barra (Il Grillo Parlante) a Corrado Pani (Il Giudice): tutti grandi interpreti di teatro. Tutti italiani.

Molti critici hanno definito il Pinocchio di Benigni senz’anima, senza poesia. L’anima, questo Pinocchio, l’aveva un po’ persa già prima di essere prioettato in una sala cinematografica ed essere giudicato dal pubblico. Basti pensare alla massiccia campagna pubblicitaria e di marketing che ha preceduto il film, imponendolo come evento della stagione cinematografica e che ha riempito per settimane le pagine di tutti i giornali italiani e non solo quelle degli spettacoli, ma anche le colonne di apertura dei quotidiani (cosa che non sarebbe accaduta in nessun altro paese). Ma questo sta solo a ricordarci che in Italia, soprattutto quando tira vento di burrasca in politica, si cerca di parlare di qualcos’altro.

Sicuramente l’anima in questo film Benigni l’ ha messa, o almeno ci ha provato, cercando di unire le diverse anime dei personaggi della fiaba, con al centro se stesso, l’uomo-burattino, il burattino che sogna di diventare uomo o anche il contrario, perché se è vero che il sogno di tutti i bambini è quello di crescere è anche vero che crescendo si perde l’innocenza. Quasi sempre.

 


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