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Le poesie di Domingo Notaro



Ecco il regalo promesso ai lettori di Caffè Europa: sono le poesie di Domingo Notaro, il pittore e scultore calabrese che ha vissuto a lungo in Argentina. La prima poesia, scritta dopo il crollo delle Torri Gemelle a New York, è un inedito che pubblichiamo in esclusiva.

Le opere di Domingo Notaro sono esposte a New York, Parigi, Bruxelles, Buenos Aires, Roma, Torino, Firenze. Sue mostre antologiche sono state allestite in importanti musei e gallerie d’arte moderna di Zagabria, Belgrado, Dubrovnick, Ferrara, Napoli, Tokyo, Tucuman, fino alla più recente, al Vittoriano in Roma (vedi Caffè Europa).

Tra i sui scritti pubblicati in Italia ricordiamo I miei piedi sono radici d’aria, “D’ésili esìli che questo tempo impone” e inoltre il saggio conclusivo di Come nasce un’opera d’arte. Di lui, Pablo Picasso ha detto: "Tu sei un io bambino con molti più secoli sopra la tua statura umana. Spero che qualcuno lo comprenda perchè tu possa sviluppare al più presto tutta la genialità che hai dimostrato di possedere".


BàB-BAOBAB-BABELE

Bàb-baobab-babele
babele
baobab
bàb
sparsi come sperma
l’ho trovati
nella baia-foce-genitale
(bàb-baobab-babele)
ai margini oltre la membrana
della cittadella d’invisibili mura
oltre il fossato di dolenti acque
nel punto d’unione primordiale
d’Europa
Africa
America
dove (dopo i continenti alla deriva)
l’utero dell’Hudson si dilata
e l’Atlantico sbava la sua spuma
bàb-baobab-babele
l’ho trovati sparsi come sperma
le etnie istillate nelle membra
la pelle tutte le uve dell’autunno
flora marina plasmata nei capelli
d’ogni carnosità di frutto labbra
nei volti i cereali della terra
(babele- baobab-bàb)
geografie di galassie inesplose
nei
sorrisi
negli occhi inabissati
Ibis di nitore
come sperma sparsi l’ho trovati
oltre i dissimulati ponti levatoi
le arterie
i raccordi
e le usurate spire dei gironi
(bàb-baobab-babele)
della metropolitana-flebofogna
cha all’alba adesca al miraggio
ingurgita
intrometta
e poi
nevrotiche-fluttuanti-regredite
scorie
spurga
nel livido pantano della sera
dileguando diluvia
finché notte tutto accoglie nel suo grembo
d’epochè epocale
e rigenerati
ancora argillosi
li partorisce al giorno nuovo e uguale
allora
da parto senza nascita
tornano
ai building-bulldog
(verticali-tiranno-cani che mordono il cielo)
per versare ancora una quota di miele
bàb-baobab-babele
l’ho trovati sparsi come sperma
identici irriconoscibili ancora
in un lavico levarsi aurorale
bàb-baobab-babele
babele miasmatica
che all’apocalittico terrore immola
baobab dei frutti feti indistinti
ad effimeri riti demenziali omologa
bàb stellare della consapevolezza
aperta all’identità nuova
Manhattan angolare mandala
isola
crisalide archetipale dell’evo metamorfico
da dove uno e trino
(oltre l’arrogante balbuzie)
l’uomo
(“il regno dei cieli”)
l’universo
potrà
valicare
(come la scimmia e l’atomo)
bàb-baobab-babele
babele
baobab
BAB



LE PAROLE CADONO TRASCINANDO PENSIERI

Le parole cadono trascinando pensieri
come macchie che assumono forme mai definitive
le stagioni del linguaggio si susseguono
ardono e muoiono
nascono da incontenibili desideri
le parole cadono trascinando pensieri
oggi l’amore ha il tuo volto
nei tuoi occhi in fioritura si espandono le galassie
ed io l’astronomo che senza comprendere
osserva stregato
le parole cadono trascinando pensieri
la realtà che si mostra senza rivelarsi mai
il grano dei nostri corpi
versato in un mare di papaveri
dove i battiti delle tue ali passano
e il calice delle parole
piccioni impauriti rimangono segrete
quante cifre cadranno dai rami della notte
con i sorrisi spenti di fiori già appassiti
all’ombra travolgente di tutto ciò che passa
il vento scioglierà semafori e cavalli
ma tu ricorderai questi magici incontri
ed io senza ricordo avrò di te una lucciola
per l’abbecedario della mia tristezza
e per la solitudine un giocattolo
le ore rimarranno pesci imprigionati nelle reti degli orologi
gli uccelli migratori delle tue carezze
ritorneranno libere sull’isola del mio corpo
e troveranno ancora le biciclette del silenzio gareggiare
inseguendo il piccolo scolaro dell’ignoto
che su fogli di specchio disegna utopie



èSILI ESìLI

D’èsili esìli che questo tempo impone
a chi randagio per non abiurare vive
penelopeo di segreto uccello vi riscopro
la meridiana che mia mente induce
da ovunque a Sud

Macero il mio fogliame humus diviene
felce equiseto ulivo vite melograno
fico ciliegio noce pesco bianco
cachi acquisito
castagno quercia pino del Mediterraneo
tale la partenza quale l’arrivo

D’ossa osa il mio midollo le vestigia
che d’ogni oblio ritornano clamando
cos’è che rende inospitale luogo
ove l’ingegno brillò cotanto umano
d’illuminare la storia e poi svanire
immemore depresso nel degrado
nell’assenza dei figli prodighi o prodigi
api che d’alvo favo paria sono
ad altri alveari van donando miele
volto il volto verso Meridione

Solare taumaturgico trauma
sonar mai sopito che onde emana
dai remoti racconti tramandati da voce d’avi
(l’orda d’orchi dilaniando dilagò
e invalicato medioevo permane)
allo spettro della favola fatale dell’esistere
che annega nello specchio pur permanendo
d’erranti erranti identità illusoria
di novelle novelle per futura progenie
eppure cuore non solo di mareggiate
ogni dove m’errabondi
ma quasar oltre m’induci

Chi bandisce ancora l’allegria temendo
che gioia aspre rughe col ridere cancelli
e con esso rotto l’incantamento arcano
tanatofobia sparisca liberando
da servile ombra arrogante ed avara
che vanifica ogni alba il nuovo giorno
regredendo lo stame della vita
nell’estremo stabbio ad indole indolente

Vile o-ovile che avvilisci l’umano
perché turba non turbi
non basta la fatica che tarpi gli arti
ma ai leali
le ali perennemente recidere bisogna

Grani cadendo in ogni dove dalla spiga
l’unica certezza il male originale
a dismisura patendo d’oppio l’oblio
perché lo sguardo oltre occhio nulla veda
e disseminati si perdano imputridendo
nelle viscere dei predoni che nutrono grami
o si trovano nel mistero semi in gestazione
gesto gesta Gesta
messi nelle messi ovunque per non abdicare

Ogni ricordo scorda la migrante fronda
nella deriva che dirada o addensa
accadimento perenne il de-perire
ma dal macero magico sostanza ridona all’albero
con-geniale galattica gemmazione
tenero virgulto dura nel ramo
d’onde legno s’accresce dal midollo all’alburno
gemica resina la corteccia aroma

Con disperanza voce anti-ca-nto
l’illimite
d’istante distante di fluidità impastato
d’epochè l’eros riverberante sveli
l’aureo magma fecondo
propiziando
che alba ventura comunque non si perda
dovunque il vero ritorno
è
la
memoria



SE FISSO LA SERA

Se fisso la sera con lo sguardo assente
e l’ombra accucciata ai miei piedi
impassibile resta
non domandarmi nulla
sono uscito a pascolare la mia animalità



SCIMMIE

Ormai le scimmie dipingono
come bambini
i bambini pensano come adulti
gli adulti fanno stazioni orbitanti
come iddio
e gli uomini



PANE

Un bambino disegna per terra
un grande pane
tanto che pensa già
di aver mangiato
ai bimbi bisogna regalare
sempre cose utili



NON SONO ASSENTE

Non sono assente
sono lontano
quasi dentro le cose che amo



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