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A teatro ci vuole un ribaltone



Piera Degli Esposti con Maria Teresa Cinanni



Opera Buffa, -questo il titolo dello spettacolo andato in scena al Teatro Valle di Roma per soli tre giorni-, narra la storia degli ultimi giorni della Repubblica di Salò, vista dietro le quinte. Gli episodi poco noti della vita privata del duce e delle sue donne, a partire dal momento in cui la vedova nel cimitero di Predappio pretende la restituzione delle spoglie del marito defunto. Molte le allusioni alla politica italiana post-fascista e taglienti le battute sul ventennio.

E il tutto è affidato in scena all’interpretazione personalissima di Piera Degli Esposti, in una veste poco usuale per un’attrice abituata soprattutto ai ruoli drammatici. Ironica, intraprendente, nei panni di Donna Rachele, moglie di Benito Mussolini.

Il suo sarcasmo, la sua satira schietta e mai volgare, la trasposizione in finzione di un’immediatezza linguistica propria del privato costituiscono la straordinaria originalità del testo di Michele Celeste. E al tempo stesso mettono sempre più in luce l’unicità di quest’attrice nel panorama teatrale italiano. Con il suo viso scomposto e di un’espressività singolare e il modo di stare in scena da duellante, è ancora oggi una figura di svolta nella classica galleria di interpreti della femminilità.

Una donna che - rivela lei stessa - ama le interpretazioni comiche, ironiche, sebbene le vengano affidate poche volte. Il suo approdo al comico, infatti, è avvenuto solo di recente, lo scorso anno con l’interpretazione di Cornabò di Achille Campanile.

Il teatro di Campanile con le sue fulminanti tragedie in due battute, con i drammi giocati sui qui pro quo e sugli equivoci, con i monologhi magistralmente imbastiti sulle assonanze di parole e sugli scambi di significato, ha trovato un'interprete "fedele" e al tempo stesso innovativa in Piera Degli Esposti, da sempre abituata a trovare nelle battute e nelle costruzioni sintattiche di un testo teatrale sensi che spesso sfuggono a una lettura semplicemente logica o a un'interpretazione puramente illustrativa.

“Campanile” - racconta l’attrice- “ha costituito il mio debutto comico, ironico. E’ stato un autore certamente molto importante per un’attrice drammatica come me che improvvisamente fa uno spettacolo che ottiene un grande consenso, per ben quattro anni. Conoscevo i suoi scritti, ma è diverso portarlo in scena. E’ stato davvero piacevole. Sono legata al suo umorismo che non è mai di battutaccia, che non è mai grasso, che è travolgente di intelligenza. Forse ci voleva proprio un’attrice drammatica, per far gustare le parole in modo distillato, come cerco di fare io”.

Riesce a trasferire al pubblico la spontaneità che Campanile amava?

Molto e credo che abbia influito anche il mio modo di essere attrice, un po’ astratto forse, per niente naturalistico.

Ma il suo teatro risente anche di inflessioni toscane. Che rapporto ha con quella regione?

Strettissimo. La Toscana è davvero la mia seconda casa. Gran parte del mio vissuto teatrale è legato alla Toscana, soprattutto a Prato dove ho recitato Ibsen per la regia di Castri, ma anche lo stesso Campanile e un Edipo a Colono, per dirne alcuni. D'altronde sono sicura che è essenziale l'amore per un certo posto più dei ricordi, che in fin dei conti appartengono al passato. E se proprio vogliamo sfogliare l'album dei miei primi passi di attrice, ebbene li ho mossi a Firenze, alla Pergola.

Che cosa pensa del teatro attuale? Perché così tanti spettacoli classici in programma nel calendario 2001-2002?

Classico è un concetto relativo, poiché ogni opera è un caso a sé, dipende dall’interpretazione e della regia. Per assurdo, spesso, ha poca importanza l’autore del testo. E poi, il teatro classico è una garanzia per tutti, addetti ai lavori e spettatori.

Al momento c’è però una predominanza di attori del passato. E gli emergenti?

C’è un tempo per i giovani e uno per le vecchie guardie. E’ una questione di ciclicità. Negli anni scorsi abbiamo assistito a una rivalsa dei giovani, adesso sono tornati i vecchi attori che, però, cercano comunque di rinnovarsi.

Questo non penalizza i giovani?

Personalmente ho un ottimo rapporto con loro. Anzi le nuove leve mi divertono e incuriosiscono. Quando posso, leggo le loro sceneggiature e lavoro con loro. Per svecchiare il teatro, credo serva un “ribaltone”, una rivoluzione stile anni ‘70, i tempi della mia formazione. E sono fiduciosa che quel clima tornerà presto. D’altronde sono passati trent’anni, un arco temporale sufficiente per poterli rivivere.

Che cosa le piacerebbe proporre di quegli anni?

Innanzi tutto l’amore per il teatro fine a se stesso, lontano dalle ipocrisie e dai giochi di potere che imperversano di questi tempi. Gli ideali, la fiducia nel proprio lavoro, la passione; cose apparentemente normali e scontate che stanno divenendo, però, sempre più una rarità. Ambisco a un teatro fatto dagli attori e dai registi, non dagli imprenditori e dalla burocrazia.

 

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