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Aldabra



Antonia Anania




Silvana Gandolfi, Aldabra. La tartaruga che amava Shakespeare, Salani editore, 2001, pp.135, lire 18.000.

Aldabra è tante cose insieme, una parola polisemica. Innanzitutto ha il suono di una formula magica che può allontanare la morte. Poi è il nome dell’atollo indiano dove vivono le Geochelone gigantea, tartarughe giganti in estinzione. Infine è il titolo e la meta geografica della nuova storia per grandi e bambini di Silvana Gandolfi. che inizia a Venezia, coinvolge nonna Eia, Elisa, la mamma, il collezionista di rettili Max e il biologo Allan. Una storia che avvicina i bambini (ma anche i grandi) alla vecchiaia e alla morte in modo gentile e giocoso.

E se Venezia, la città malinconica per eccellenza, spesso è stata scelta come luogo di morte e tristezza -in Morte a Venezia (1912) di Thomas Mann e nel suo omonimo adattamento cinematografico (1971) di Luchino Visconti, in Anonimo Veneziano (1970) di Enrico Maria Salerno- nel romanzo della Gandolfi invece è stata scelta come luogo per rinascere e recuperare vitalità - come in Pane e tulipani di Silvio Soldini.

“Il trucco per farla in barba alla morte è trasformarsi, Elisa mia” dice nonna Eia alla nipotina e le racconta che le donne di un antico popolo ai confini del mondo si trasformavano per non morire mai. Ci si può trasformare in cervo, elefante, gabbiano, ma per riuscirci dev’essere necessariamente “qualcosa che già ci appartiene nell’intimo”, solo quello. E nell’intimo di nonna Eia non c’è una sirena ma una tartaruga, dura fuori e molle dentro. E per di più un esemplare maschio.

Nel buddhismo morire significa rinascere in un altro corpo, qui si rinasce tartaruga ancora prima di morire, quando si è vecchi, a ottant’anni. Il risultato è l’opposto della morte, dunque, o soltanto una morte fisica, perché ci si priva di un corpo ma non della vita. E’ una sorta di prevenzione al lutto perché Elisa così come la sua mamma non sentiranno mai la mancanza di Eia, che ha solo ‘cambiato’ corpo ma vive e reciterà sempre Shakespeare (naturalmente in versi più criptici, da tartaruga).

Strani rapporti, quelli tra nonne e nipoti. A volte legami ombelicali indissolubili, di intima complicità, come quello raccontato nella storia ed evidenziato anche dai nomi: Eia ed Elisa contengono le stesse vocali. La nipotina va sempre a trovare nonna Eia, percorrendo un paesaggio veneziano desolato e pauroso, “disordinato e solitario”: luoghi sinistri, perfetti per le riunioni del Ku-Klux-Klan, finestre sbarrate da anni, rovi, orti incolti, pericoli di crollo…

Poi arrivata dalla nonna, Elisa arriva alla vita: prati verdi, anche d’inverno, l’orto curato, l’atelier dove Eia dipinge, pieno di tele e colori. E la nonna che Elisa chiama affettuosamente “di zucchero” è la negazione della morte sin dall’inizio, perché veste sempre “col suo lungo abito bianco ” - il colore della luce e quindi della negazione del lutto che nella cultura occidentale è simboleggiato dal nero-.e poi vive “tutta la sua vita in piedi” senza sedersi mai.

Insieme sono vive e hanno una viva immaginazione: inventano storie e giochi della fiducia, e recitano dialoghi di Shakespeare (nonna Eia lasciò il mestiere d’attrice per amore) perché “chi conosce Shakespeare a memoria può capire tutto della vita” e perché nell’Amleto Ofelia dice al re:“Sappiamo quel che siamo, non quello che possiamo essere”. E anche Ofelia ha a che fare con la trasformazione, la morte e la pazzia.

Già perché Nonna Eia era stata considerata una pazza quando aveva fatto i suoi primi tentativi di trasformazione. Ora però il suo corpo vecchio muta gradualmente in qualcos'altro: la pelle diventa squamosa e piena di rughe, le gambe si trasformano in zampe, gli occhi si rimpiccioliscono, la schiena diventa parallela al pavimento e al di sopra si forma persino il carapace, un guscio duro a grosse placche grigie…

L’immaginazione, lo stupore, e la fantasia entrano nelle azioni quotidiane in questo romanzo scritto e visto con gli occhi e le parole di una bambina di dieci anni, di cui piacciono l’abilità inventiva e la cura che ha per la nonna. Piacciono la semplicità del linguaggio e l’ironia. Piacciono le citazioni delle fiabe eterne: Cappuccetto rosso, - Elisa porta sempre alla nonna qualcosa da mangiare (ma le dice che è stata cucinata da lei e non dalla mamma) e percorre una sorta di “bosco” veneziano-; La piccola fiammiferaia e Hansel e Gretel -Elisa e la mamma finiscono i fiammiferi durante il tragitto per ritrovare la nonna-, e Pinocchio.

L’atelier in mezzo all’acqua alta sembra avere la stessa funzione di rifugio della balena in mezzo al mare, ed Elisa, per non far morire la nonna-tartaruga, costruisce una tenda che illumina con delle candele che appoggia anche sulla placca centrale del guscio della tartaruga: “Adesso la nonna sembrava una grande torta di compleanno”. Piacciono i viaggi (taciti, nascosti e sottintesi) nelle filosofie orientali e nella psicoanalisi -per esempio quando Elisa scopre che la forza per trasformarsi della nonna viene dall’intimo di sé e non da magie o incantesimi: “Era un pensare speciale. Molto intenso. Tanto intenso che non sapevo di pensare”.

E non mancano le atmosfere da suspence, in punto di morte -osiamo dire-, con le streghe di Macbeth, i mostri, i cattivi che hanno paura, e non manca Internet. Insomma una storia per bambini che può meravigliare anche i grandi. Una storia che può abituare i bambini alla perdita di qualcuno con serenità e fantasia e può mettere in testa a ogni lettore questa domanda-gioco: “Ma io in che cosa potrei trasformarmi per non morire?”.

Una pillola di Aldabra: “Lo sai quanto vive una Geochelone gigantea?” dissi rivolta alla mamma. “Anche centocinquanta anni, anche di più. Così nonna Eia non ha bisogno di morire presto, vero nonna Eia?”La tartaruga assentì con lentezza grave. “Sì, ma… che vita sarà la sua?” “Una vita da tartaruga!” (p.116).


Silvana Gandolfi scrive storie per bambini da più di un decennio e con grandi successi: Premio Cento nel 1994 con Pasta di drago, Premio Andersen nel 1996, come “migliore autore dell’anno”, con "L’isola del tempo perso". Ama viaggiare per il mondo (adesso è in Brasile) per “ inseguire la grande avventura” e quando ritorna nella sua casa di Roma ricomincia a scrivere, sulla scia dei ricordi e delle suggestioni di quei vagabondaggi.

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